giovedì 19 ottobre 2017

I diritti negati delle bambine africane

Nell'Africa sub-sahariana quasi 18 milioni di bambine sono escluse dalla scuola primaria, spesso perché costrette a matrimoni precoci.


Africa e diritti
Due parole che si abbracciano raramente. Tra dittature e amministrazioni corrotte i diritti umani sono spesso, troppo spesso, parole vuote che rimangono esclusivamente sulla carta di qualche trattato e inascoltate dagli Stati. E a farne le spese sono per lo più le bambine.

Molto si deve fare affinché i diritti fondamentali delle bambine siano rispettati e che abbiano le stesse opportunità riservate ai maschi. E proprio in Africa si concentra la maggioranza dei 200 milioni di donne e ragazze che hanno subito una mutilazione genitale, con il Corno d’Africa in testa. Quasi 18 milioni di bambine dell’Africa sub-sahariana sono escluse dalla scuola primaria e più di 13 milioni da quella secondaria.

Il loro destino è spesso segnato da un matrimonio che arriva quando si affacciano all'adolescenza. Il Niger è il paese con il maggior tasso di matrimoni precoci del mondo, il 76% delle ragazze si sposano prima dei 18 anni, il 28% prima dei quindici, e generano bimbi quando il loro corpo non è ancora pronto a metterli al mondo. Numeri agghiaccianti e a renderli noti è un Dossier della campagna “Indifesa” di Terre des Hommes.

Quei quindici milioni di ragazze che si sposano troppo presto
Il dossier punta i riflettori sul deprecabile fenomeno dei matrimoni precoci, che coinvolge ogni anno almeno 15 milioni di bambine e adolescenti, in tutto il mondo.

Ogni due secondi una bambina o ragazza con meno di 18 anni diventa una baby sposa, vedendo così finire i suoi sogni e le sue speranze, costrette a sposare uomini più grandi di loro, con gravi conseguenze per la loro salute e il loro sviluppo.

Oltre a portare enormi sofferenze alle vittime, questa pratica nuoce all'intera comunità in cui vivono. Secondo un recente studio della Banca Mondiale, la scomparsa dei matrimoni precoci si potrebbe tradurre in un risparmio pari a 566 miliardi di dollari (dato riferito al 2030) dovuto alla riduzione delle spese per il welfare dei singoli Stati.

Da baby spose a baby mamme il passo è breve.
Nel 2016 sono state registrate 21 milioni di gravidanze tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni che vivono nei Paesi in via di sviluppo e nel 49% dei casi si tratta di gravidanze non cercate. E circa 70mila ragazze muoiono a causa del parto e delle complicanze legate alla gravidanza.

Tra le violazioni dei diritti delle bambine ci sono anche quelle legate a conflitti e trafficking: sono circa 100mila le bambine soldato, mentre delle 2,4 milioni di persone vittime di tratta, le bambine rappresentano il 20 per cento.

È indispensabile la promozione dei diritti delle bambine nel mondo, impegnandosi a difendere il loro diritto alla vita, alla libertà, all'istruzione, all'uguaglianza e alla protezione. Tutto ciò a partire da interventi sul campo volti a dare risultati concreti per rompere il ciclo della povertà e offrire migliori opportunità di vita a migliaia di bambine e ragazze nel mondo.

E non c’è dubbio che un mondo migliore passa attraverso il destino delle ragazze di 10 anni. “Non c’è altro modo per prevenire e contrastare le molteplici facce di un fenomeno così complesso e articolato quale è la violenza sulle bambine, che avere a disposizione dei dati fondati sull'esperienza di quanti, ogni giorno, cercano di comprenderlo per poter affinare gli strumenti volti al rispetto dei diritti fondamentali di queste bambine che sono i pilastri del mondo di domani e dunque le cui vite allo stato nascente vanno accompagnate e sostenute oggi lungo una strada di autodeterminazione e consapevolezza del proprio ruolo


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"No alle Spose Bambine e ai Matrimoni Combinati"
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Articolo a cura di
Maris Davis

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mercoledì 18 ottobre 2017

Acerra (Napoli), arrestato nigeriano. Costringeva 4 connazionali a prostituirsi


Costringeva quattro ragazze nigeriane a prostituirsi, ogni giorno. Le lasciava la mattina ai margini della strada e le riprendeva la sera appropriandosi dei loro soldi.

I carabinieri della stazione di Acerra (Napoli) hanno interrotto tutto questo ed hanno arrestato un 29enne nigeriano già noto alle forze dell'ordine, senza fissa dimora. Per catturarlo e per non destare sospetti i militari si sono travestiti da cacciatori.

Indagando su un giro di prostituzione nella zona rurale di Acerra, al confine con la provincia di Caserta, i militari hanno ricostruito quanto accadeva: dopo dieci giorni di osservazioni, è scattato l'arresto.

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Liberato don Maurizio, il sacerdote italiano rapito in Nigeria

Rilasciato nella serata di ieri a conclusione di una delicata trattativa seguita dalla Farnesina. Il missionario sta bene, oggi il suo 63esimo compleanno.

don Maurizio Pallù

È stato liberato ieri sera intorno alle 22 don Maurizio Pallù, il sacerdote italiano itinerante del Cammino neocatecumenale rapito venerdì scorso nel sud della Nigeria. Una notizia che tanti attendevano e che giunge proprio nel giorno in cui il missionario compie il suo 63esimo compleanno. A confermarlo a Vatican Insider sono fonti a lui vicine al quale lo stesso Pallù ha telefonato ieri notte per confermare il suo rilascio e le buone condizioni di salute.

«Don Maurizio sta bene aveva una buona voce anche se era chiaramente provato, non tanto per il trattamento ricevuto ma per la tensione vissuta in questi giorni». Come già ipotizzato il sequestro è stato opera di un gruppo di criminali locali che aveva derubato e portato via il prete mentre si recava insieme ad altre quattro persone in macchina da Calabar a Benin City per un incontro di catechesi. Tra i sequestrati non c’era solo il sacerdote come reso noto in un primo momento ma anche altre tre persone, tutte nigeriane.

Don Maurizio nella telefonata di ieri ha raccontato che all'interno del gruppo ci sono state divergenze su quale dovesse essere la sorte delle vittime. In particolare uno dei rapitori, che si vantava di aver già ucciso quattro persone, li minacciava continuamente di morte. Il capo, invece, con il quale Pallù racconta di aver «stabilito un buon rapporto», ha deciso invece per la loro liberazione. Probabilmente è stato pagato un riscatto, ma di questo al momento non ci sono conferme.

Negli ultimi giorni le fasi della trattativa, seguita con grande attenzione dall'Unità di crisi della Farnesina, si erano rese più delicate. La risonanza del rapimento sui diversi media rischiava di alzare la posta in gioco e si temeva qualche imboscata da parte dei rapitori, considerando anche che nella stessa zona del paese africano non è il primo caso di rapimento di un sacerdote (lo stesso don Maurizio Pallù aveva già subito un attacco qualche mese fa) e che non sempre tali sequestri terminano con un lieto fine.

Ieri sera, invece, poco prima di mezzanotte la notizia del rilascio. Appena libero il prete si è messo in contatto con altri amici in Nigeria e, subito dopo, con i parenti in Toscana in particolare la mamma Laura, 92 anni. Proprio alla madre don Maurizio aveva telefonato la sera di domenica 15 ottobre per annunciarle l’imminente liberazione. Era stata la donna stessa a riferirlo pubblicamente durante una veglia di preghiera dedicata al figlio. Una delle tante celebrate in questi giorni in Italia per l’itinerante, in particolare in Toscana, sua regione di provenienza, ma anche ad Harleem, Londra e Roma dove ha prestato servizio nel corso degli anni.

Attualmente don Maurizio si trova ancora in Nigeria dove nei prossimi mesi continuerà la sua missione. Quasi sicuramente tornerà per qualche giorno in Italia per abbracciare le persone a lui care e ringraziare tutti coloro che hanno seguito con partecipazione questo momento difficile. Una vicinanza per la quale il sacerdote si è detto «fortemente commosso», soprattutto dopo aver saputo che anche il Papa aveva assicurato di pregare per lui.

La conferma della notizia della liberazione è stata confermata anche dal ministro degli Esteri Angelino Alfano.
(La Stampa)

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lunedì 16 ottobre 2017

In Somalia la guerra dei due Califfi fa una strage. 270 morti a Mogadiscio

La scena dopo la strage a Mogadiscio

È di almeno 237 morti e 300 feriti, alcuni in gravi condizioni, il bilancio della "strage più grave" mai avvenuta in Somalia, provocata dall'esplosione, sabato sera, di due camion-bomba nella capitale Mogadiscio. Il numero delle vittime è destinato tragicamente a salire ancora perché molte persone sono rimaste intrappolate sotto le macerie dopo il crollo di alcuni edifici a causa della potente deflagrazione.

La prima devastante esplosione, quella che ha provocato la maggior parte dei morti, è avvenuta davanti al Safari hotel, vicino al ministero degli Esteri, forse il vero obiettivo degli attentatori, lungo il quartiere commerciale della capitale, con diversi ristoranti, negozi e alberghi. L'automezzo saltato in aria era stato seguito dalle forze dell'ordine in quanto ritenuto "sospetto". Tra l'altro, l'esplosione ha provocato gravi danni anche all'ambasciata del Qatar.

Il secondo camion bomba è esploso pochi minuti dopo in un'altra strada provocando diverse vittime. I vetri delle finestre di numerosi edifici sono andati in frantumi mentre alcuni veicoli sono stati rovesciati dall'onda d'urto e si sono incendiati. Le immagini drammatiche trasmesse dalle TV di tutto il mondo mostrano diverse ambulanze sui luoghi degli attentati e i medici che cercano di assistere i feriti, mentre sono in molti a vagare tra le macerie degli edifici distrutti, alla disperata ricerca dei propri cari.

Le vittime, raccontano i soccorritori, hanno riportato ustioni talmente gravi da essere irriconoscibili e ci vorranno diversi giorni per poterle identificare. I feriti, 300 finora, sono stati ricoverati in tutti e sei gli ospedali della città: alcuni di loro hanno subito l'amputazione delle mani o delle gambe. "In 10 anni di esperienza nel nostro lavoro è la prima volta che assistiamo a una cosa del genere", ha scritto in un tweet il centro Aamin Ambulance che assiste i feriti.

Il presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed, ha proclamato tre giorni di lutto, mentre gli attentati non sono ancora stati rivendicati, anche se il governo punta il dito contro i jihadisti di al-Shabaab, che spesso hanno preso di mira zone strategiche nella capitale.

La strage avviene tre giorni dopo l'incontro a Mogadiscio tra esponenti del Comando americano in Africa e il presidente somalo. E sempre tre giorni fa si erano dimessi dal governo somalo il ministro della Difesa, Abdirashid Abdullahi Mohamed, e il capo delle forze armate, generale Mohamed Ahmed Jimale.

Il ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, si è detto "sconvolto dall'attacco orribile contro gente innocente" e con un tweet ha espresso "vicinanza e condoglianze al popolo ed al governo della Somalia". Mentre l'inviato speciale dell'Onu, Michael Keating, ha definito la strage "un attacco orrendo" con un numero di morti senza precedenti. "Sono scioccato e inorridito dal numero di vite umane perdute nelle esplosioni e dal livello di distruzione che hanno causato", ha detto Keating. L'Onu e l'Unione Africana stanno fornendo "assistenza logistica, medica e attrezzature" al governo somalo, ha aggiunto, mentre le autorità locali hanno lanciato un appello alla popolazione per la donazione di sangue.
(Ansa)

Una strage di cui i media occidentali non spenderanno spazio e tempo per parlarne diffusamente, 270 morti che presto verranno dimenticati. Si sa che le stragi jihadiste in Africa fanno meno rumore di quelle europee



In Somalia ci sono due nomi da tenere a mente. Il primo è Ahmad Umar, alias Abu Ubaidah, salito ai vertici di al Shabaab dopo la morte di Moktar Ali Zubeyr "Godane". Sul suo conto si sa poco o niente. Un personaggio enigmatico, un combattente esperto. Si è formato nella divisione speciale "Amniyat", il servizio segreto clandestino della milizia. Dal 2014 ha alzato l'asticella degli obiettivi e ha avviato un sottile processo di "rebranding" (cambio di immagine), intraprendendo un cammino verso l'istituzione di un'entità statale vera e propria. Prove di Califfato, o quasi.

Il secondo nome da segnarsi è quello di Abd al-Qādir Mū'min. Classe 1950, britannico e attuale leader dello Stato Islamico. Uno di quelli a cui l'MI5 (servizio segreto inglese) dava la caccia già da tempo. Un passato in Svezia, dove al Shabaab ha un radicamento molto forte, poi Londra e Leicester. Fugge in Somalia poco dopo, diventa l'autorità religiosa di al Shabaab per qualche anno e infine decide di lasciare l'organizzazione. Giura fedeltà ad al Baghdadi (ISIS), proclamando nel 2015, nel Puntland, "lo Stato islamico in Somalia" (Abnaa ul-Calipha).

L'Hotel Safari dopo l'attentato di ieri a Mogadiscio
Una transizione che allora provoca più di una frattura. E due rami: uno guidato da Umar, legato ad al Qaeda, e il secondo con a capo al-Qādir Mū'min, affiliato all'Isis. La rivalità tra le due cellule, nel tempo, ha finito per allargare il perimetro del terrore in un paese martoriato da un lungo intreccio di guerre e carestie.

Il risultato da ieri è sotto gli occhi di tutti: oltre 270 i morti a Mogadiscio, dove due camion sono esplosi, uno davanti all'hotel Safari e al ministero degli Esteri sulla grande arteria centrale Jidka Afgooye e l'altro in una strada poco distante. A memoria, siamo di fronte al più sanguinoso attacco terroristico mai condotto nel Paese. Precedenti simili risalgono al 2011, con il furgone bomba esploso contro l'ingresso del governo federale di Mogadiscio. Oltre 100 vittime, più di 150 feriti.

L'attacco all'hotel Safari non è stato ancora rivendicato, ma i sospetti ricadono proprio su al Shabaab. O sullo Stato Islamico, perché quella in corso ha tutte le sembianze di una guerra tra due Califfi. Appunto: Ahmad Umar o Abd al-Qādir Mū'min. Non fa molta differenza, il processo di apostasia nella galassia jihadista ormai rende confusa ogni analisi sugli esecutori.

Quel che è certo è che la Somalia resta uno dei laboratori terroristici più pericolosi al mondo. È in Somalia che al Qaeda revisiona le sue modalità di attacco grazie all'ingegno di Fazul Abdullah Mohammed, il fedelissimo di Bin Laden che mise in piedi i terribili attentati del 1998 alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania costati la vita a 223 persone. Obiettivi soft (come alberghi, centri commerciali, villaggi turistici o navi da crociera) e armi low tech.

Un metodo che negli anni abbiamo visto ripetere più volte: Charlie Hebdo, il Bataclan, Bruxelles. Ma soprattutto il Westgate di Nairobi. Correva l'anno 2013 e per la prima vota un'organizzazione terroristica improvvisava un live tweet del proprio attacco. C'erano gli assassini che sparavano e i loro compagni davanti a un pc, a raccontare il sangue. Un orrore, dietro al quale c'erano ancora una volta i somali di Shabaab.

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venerdì 13 ottobre 2017

Nigeria. Rapito a Benin City un sacerdote italiano

Bloccato da un gruppo armato mentre si stava recando a Benin City. Al lavoro la Farnesina e il gruppo antiterrorismo della procura di Roma.

Don Maurizio Pallù, il sacerdote rapito a Benin City

Un sacerdote italiano della diocesi di Roma è stato sequestrato ieri in Nigeria. Sull'accaduto è già stata allertata l'unità di crisi della Farnesina e la Procura di Roma, gruppo Antiterrorismo, ha aperto un fascicolo di indagine.

In base a quanto si apprende, il sacerdote è stato bloccato ieri, insieme ad altre 4 persone, mentre si stava recando a Benin City, nel sud della Nigeria. I quattro sono stati fermati da un gruppo armato che li ha rapinati di tutti i loro averi e ha rapito il sacerdote che si trova in missione in Nigeria da tre anni dove, tra l'altro, seguiva un progetto per il reinserimento di ragazze nigeriane rientrate dall'Italia dopo essere state vittime di sfruttamento sessuale. L'indagine della Procura di Roma è affidata al PM Sergio Colaiocco.
(Huffington Post)

Aggiornamento (14 ottobre 2017)
Si chiama don Maurizio Pallù e appartiene della diocesi di Roma. In base a quanto si apprende, il Prete, appartenente al Cammino neocatecumenale, è stato bloccato ieri, insieme ad altre quattro persone, mentre si stava recando a Benin City, nel sud della Nigeria. I cinque sono stati fermati da un gruppo armato che li ha rapinati di tutti i loro averi e ha rapito il Sacerdote che si trova in missione in Nigeria da tre anni.

La Procura nel fascicolo avviato sull’accaduto procede per il reato di sequestro per fini di terrorismo; l’indagine è affidata al pm Sergio Colaiocco.

La Farnesina conferma che attraverso l’Unità di crisi sta seguendo, sin dall’inizio, la vicenda di un connazionale che risulta tuttora irreperibile in Nigeria, nella zona meridionale del paese. Ogni sforzo è in atto al fine di accertare i fatti in una doverosa cornice di riservatezza. Lo rendono noto fonti del Ministero degli Esteri.

Don Maurizio Pallù è nato a Firenze il 18 ottobre 1954. Nel 1971 ha incontrato il Cammino neocatecumenale. Nel 1977, si legge in una breve biografia pubblicata dalla parrocchia di San Bartolomeo in Tuto a Casellina (Firenze), si è laureato in Storia e dopo sei anni è partito come missionario laico per undici anni in vari paesi. Nel 1988, alla morte del padre, è entrato nel seminario «Redemptoris Mater» di Roma. Nel 1991 è stato ordinato presbitero e dopo due anni, trascorsi lavorando come cappellano, in due parrocchie di Roma, è stato inviato in Olanda.

«Monsignor Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma, è stato avvisato del sequestro del sacerdote della diocesi di Roma in missione nel sud della Nigeria. Vive insieme a tutta la Chiesa di Roma un’apprensione, sperando e pregando, soprattutto, che questo suo figlio possa tornare presto in libertà ed essere riabbracciato e riaccolto dalla sua Chiesa madre». È quanto afferma al Sir don Walter Insero, responsabile dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma, a seguito del rapimento.

«C’è apprensione e preoccupazione – aggiunge don Insero – ma allo stesso tempo la Chiesa si unisce in preghiera, pregando per lui e per la sua liberazione»

«Papa Francesco è stato informato del sacerdote italiano rapito in Nigeria, don Maurizio Pallù, e sta pregando per lui». Lo riferisce via Twitter il direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke.

«Per ora non abbiamo buone notizie ma abbiamo fiducia e continuiamo a sperare che a breve don Maurizio venga liberato. Le forze dell’ordine stanno facendo del tutto per rintracciarlo. Tra poco i rapitori dovranno rilasciarlo perché non è facile portare in giro un italiano nel bosco senza essere visti. Anche noi abbiamo mobilitato e impiegato tutte le forze possibili. Dobbiamo continuare a pregare perché prima o poi verrà rilasciato». Lo ha detto l’Arcivescovo di Abuja (capitale della Nigeria), il cardinale nigeriano John Olorunfemi Onaiyekan, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000.

«Ho parlato con l’arcivescovo di don Maurizio – ha aggiunto Onaiyekan – perché è qui con me insieme agli altri vescovi della Nigeria per celebrare la festa dell’anno mariano che si conclude oggi. Anche l’Arcivescovo è in attesa di buone notizie. Con don Maurizio non c’erano suore ma solo altri passeggeri»
(La Stampa)



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Arrivata a Palermo la "nave dei bambini". A bordo 241 minori, mai così tanti

Salvati da nave Aquarius di Sos Méditerranée sulla rotta libica. L'imbarcazione ha attraccato nel porto del capoluogo siciliano questa mattina.


È arrivata nel porto di Palermo Aquarius, la nave di Sos Méditerranée, con a bordo 606 migranti salvati in sette operazioni di soccorso in meno di 36 ore. La 'nave dei bambini' è stata ribattezzata. Sul natante dell'organizzazione franco-italo-tedesca, infatti, 241 minori, 178 dei quali non accompagnati. Sono undici le donne incinte, di cui due al nono mese di gravidanza, e c'è anche un neonato di appena una settimana.

Diversi naufraghi presentano sintomi di malnutrizione e appaiono provati dalla prolungata mancanza di cure, un giovane porta i segni di ferite da arma da fuoco e da machete. Numerose donne di origine sub-sahariana hanno dichiarato di essere state ripetutamente vittime di violenze sessuali e di essere state imprigionate per diversi mesi.

"Un naufrago su tre è bambino o adolescente", ha confermato Madeleine Habib,coordinatrice SAR (Search and Rescue) di Sos Méditerranée. I migranti soccorsi martedì e mercoledì provengono da più di 15 Paesi differenti: Siria, Egitto, Mali, Costa d'Avorio, Guinea Bissau, Sudan, Marocco, Somalia, Eritrea, Senegal, Camerun, Nigeria, Liberia, Etiopia, Algeria, Ghana, Benin, Gambia, Yemen. Tra loro anche un migrante originario della Turchia. 50 sono i richiedenti asilo siriani in fuga attraverso la Libia, tra i quali intere famiglie con bambini.

C'è anche un giovane che porta i segni di ferite da arma da fuoco e da machete. Lo rende noto la stessa organizzazione umanitaria. Diversi naufraghi presentano sintomi di malnutrizione e appaiono provati dalla prolungata mancanza di cure.

Cinquanta persone sono richiedenti asilo siriani in fuga dalla Libia, e tra questi intere famiglie con bambini e due donne incinte al nono mese di gravidanza. "Siamo fuggiti dalla Siria e siamo arrivati in Libia nel 2012. Ho lavorato nel settore delle costruzioni. Ma presto in questo Paese tutto è diventato caotico, non ci sono più soldi, né lavoro. Tutto ormai ruota intorno al racket e al traffico di esseri umani" ha spiegato un siriano ai volontari della ong.

"In Libia, se vedono Siriani dicono 'dammi i soldi'. Mi hanno rubato la macchina. È uguale per tutti gli stranieri, se non sei libico non sei niente. Non ho avuto altra scelta: il mio passaporto era scaduto, era il mare o la morte" ha continuato il testimone siriano, che desidera chiedere asilo in Germania, dove si trova una parte della sua famiglia.

"Abbiamo tentato la traversata tre volte. Ma la prima volta la barca è quasi affondata, la seconda volta il tempo era troppo brutto e dei pescatori ci hanno consigliato di tornare sulla costa altrimenti saremmo morti in mare, la terza volta era questa. I trafficanti ci hanno dato una bussola e ci hanno detto: se andate in questa direzione arrivate a Malta. Se andate in questa direzione arrivate a Venezia. Se andate in questa direzione arrivate in Andalusia" ha aggiunto ancora il naufrago siriano, assicurando che la barca è partita da Garabulli, a est di Tripoli.

"Le diverse operazioni di salvataggio effettuate dalla Aquarius in queste ultime ore dimostrano che la crisi umanitaria nel Mediterraneo centrale continua o addirittura peggiora. Gli uomini, le donne e specialmente i tanti bambini salvati in mare scappano dal caos e dal clima di insicurezza e di violenza in Libia. In mancanza di un'alternativa sicura, non hanno altra scelta che tentare la traversata del tratto di mare più mortale al mondo" afferma Valeria Calandra, presidente di Sos Méditerranée Italia.

L'organizzazione si appella alle autorità nazionali ed europee sulla "necessità urgente di mobilitazione di imbarcazioni di salvataggio nel Mediterraneo per intervenire in tempo, prima che le imbarcazioni di fortuna si rompano e affondino, non lasciando alcuna possibilità sopravvivenza ai loro passeggeri. Di fronte all'assenza di un adeguato dispositivo di salvataggio istituzionale, continueremo la nostra missione in mare durante tutto l'inverno, per il secondo anno consecutivo" ha concluso. Da quando la missione della ong ha preso il via, a fine febbraio, sono più di 23.000 le persone salvate e soccorse a bordo della nave Aquarius.
(La Repubblica)


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Mafia Nigeriana, crescono le denunce contro sfruttatori e mamam

Brescia. Picchiata, violentata e costretta a prostituirsi in strada. Arrestato il suo sfruttatore, un 21enne nigeriano.


Lasciare la Nigeria e partire per l'Italia fidandosi di una promessa. È successo ad una ragazza nigeriana, da poco maggiorenne, arrivata su territorio italiano nel 2016 attirata da un connazionale 21enne che le prometteva un impiego come parrucchiera. Invece, la ragazza, è stata costretta a prostituirsi.

Dopo mesi di indagini, e grazie anche alla denuncia della giovane, il ventunenne è stato arrestato ed è ora tenuto in custodia cautelare in carcere per violenza carnale, sequestro di persona, induzione e sfruttamento della prostituzione.

Secondo quanto ricostruito dalla Polizia di Brescia lo sfruttatore l’aveva rinchiusa in un appartamento nell'hinterland della città, picchiandola e violentandola, costringendola a prostituirsi per strada, prima a Gorlago nel bergamasco, e poi alla Mandolossa, zona industriale di Brescia. Proprio qui è riuscita a chiedere aiuto agli agenti che poi hanno avviato le indagini e quindi arrestato il suo sfruttatore.

Cagliari. Botte e sevizie alle nuove schiave, i terribili racconti delle giovani nigeriane davanti al giudice durante l'incidente probatorio.


Non solo le consuete maledizioni e i riti woodoo per tenere soggiogate le giovani nigeriane e costringerle a prostituirsi, ma anche un rituale magico lanciato dagli sciamani direttamente dalla Nigeria che terrorizza talmente le ragazze da legarle a doppio filo agli uomini che le rendono delle schiave del sesso.

LA BANDA. È una sequenza agghiacciante di testimonianze l'incidente probatorio che si sta celebrando davanti al GIP Giuseppe Pintori, dove stanno sfilando, protette dalla polizia giudiziaria, le vittime di una banda di trafficanti di donne.

Siamo ancora in fase d'indagine, ma la Direzione distrettuale antimafia è convinta di avere individuato nel Cagliaritano una delle bande più feroci specializzate nell'importazione di giovani ragazze da far prostituire tra via dell'Artigianato, via del Commercio, viale Elmas e viale Monastir.

A coordinare l'inchiesta, una delle più importanti avviate in terra sarda, è la sostituta procuratrice Rita Cariello che ha iscritto nel registro degli indagati tredici nigeriani (sette sono donne) con le ipotesi di "tratta di persone" e "riduzione in schiavitù". Gli indagati arrivano tutti dalla Nigeria e hanno tra i 18 e i 45 anni: secondo la Dda avrebbero costretto almeno otto giovanissime, alcune appena maggiorenni, a restare chiuse in casa e uscire solo per prostituirsi.

LE TESTIMONIANZE. Sono tre le ragazze che si sono presentate l'altra mattina davanti al GIP (Giudice per le Indagini Preliminari) per l'incidente probatorio: la loro testimonianza, resa a porte chiuse, varrà come una prova al processo.

Una ragazza ha raccontato di essere stata rinchiusa in un appartamento in città, tenuta a lungo sotto chiave, presa e portata direttamente nel luogo assegnato per prostituirsi. La vittima-testimone ha spiegato, assistita dal traduttore, che vivevano in gruppo e che anche il frigorifero era chiuso con un lucchetto.

Terrificanti i racconti dei pestaggi subiti quando non raggiungevano il guadagno minimo serale, quello fissato dagli sfruttatori per il "riscatto" o per "l'affitto" dell'angolo di marciapiede assegnato a ciascuna di loro.

In un caso una ragazzina, poco più che maggiorenne, sarebbe stata picchiata da quatto persone e sfregiata a una mano perché ricordasse la lezione. A gestire le schiave del sesso, incassare i soldi e decidere le punizioni, stando alle poche indiscrezioni filtrate dall'udienza che si è tenute a porte chiuse e con la sorveglianza armata dei carabinieri, sarebbero state alcune delle donne indagate (le mamam).


Rituale woodoo
LA MALEDIZIONE. Una delle vittime ha svelato che, oltre al woodoo, la banda in Nigeria disporrebbe anche di un santone che pratica la magia nera su richiesta e, in particolare, il rito "ju ju". La giovane l'ha ricevuto nel suo paese e, da quel momento, la sua vita era totalmente in mano agli uomini della banda che l'avevano riscattata.

Le indagini effettuate dalla Direzione distrettuale antimafia di Cagliari avrebbero scoperto che lo sciamano, davanti alla donna, avrebbe ucciso un gallo e, dopo avergli estratto il cuore, l'avrebbe bagnato con la grappa. Prima di bere la miscela di alcol e sangue, la vittima avrebbe assunto l'impegno al silenzio, giurando anche di restituire i soldi del riscatto. Un sigillo magico che terrorizza e tiene psicologicamente succubi le giovanissime nigeriane.

Prostituzione a Palermo. "Proventi da almeno 10 milioni l'anno"


Nel giorno della Giornata mondiale delle bambine e delle adolescenti a Palermo una giovane nigeriana costretta a prostituirsi è riuscita a scappare dalla sua 'mamam' e ha chiesto protezione per affrancarsi dallo sfruttamento.

Solo a Palermo i proventi della tratta sono di 10 milioni di euro l'anno, ma è un dato "sottostimato". Ad annunciarlo è stato l'attivista Nino Rocca, nel corso della conferenza del progetto antimafia promosso dal centro studi Pio La Torre e dedicata al "Ruolo delle mafie e restringimento dei diritti, il sistema della corruzione, della violenza e della tratta"

Alla conferenza, tenutasi al cinema Rouge et noir di Palermo, sarebbe dovuta intervenire Osas, una delle donne nigeriane che è riuscita ad affrancarsi dallo sfruttamento della prostituzione e presidentessa del gruppo "Donne di Benin City di Palermo". Ma la fuga della giovane nigeriana l'ha costretta ad attivare una serie di misure di protezione urgenti previste in questi casi. L'associazione "Donne di Benin City" di Palermo ha annunciato un incontro questo sabato in occasione della giornata europea contro la tratta alle 10 alla Chiesa di San Giovanni Decollato nel capoluogo siciliano per discutere dello sfruttamento delle minori nigeriane.


Favour, uccisa da un cliente
a Palermo nel 2011
La stessa sera, alle 22, in via Filippo Juvara, ci sarà un momento di preghiera, seguito da una fiaccolata in ricordo di Loveth, la nigeriana che fu trovata seminuda e senza vita vicino a dei cassonetti in una periferia di Palermo. Il 18 ottobre, alle 16, alla Favorita il gruppo "Donne di Benin City" farà un momento di preghiera in ricordo di un'altra vittima, Favour, nel luogo dove è stata avvistata l'ultima volta prima di essere uccisa da un cliente.



Articolo a cura di
Maris Davis

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George Weah, da ex calciatore del Milan a probabile nuovo presidente della Liberia

Le elezioni nel Paese africano domenica scorsa. Si attendono i risultati ufficiali.

George Weah
George Weah a un passo dal diventare nuovo presidente della Liberia. Sarebbe un evento epocale, la grande gioia del 51enne ex calciatore del Milan, Pallone d'oro (1995) e che dal 2005 si è votato alla politica per dare un contributo autentico al suo Paese.

Le elezioni non lo davano per favorito, bensì come outsider, pur avendo dalla sua parte il voto giovanile. Si era già candidato nel 2005, ed era stato sconfitto, nel 2006 ci aveva provato come vicepresidente, e non venne eletto. Dal 2014 è senatore. Ora è in piena corsa per diventare il 25° Presidente della Liberia.

Da segnalare i messaggi di congratulazioni di alcuni suoi compagni, fra i quali Maldini e Desailly. Ma sull'esito finale del voto non ci sono ancora riscontri ufficiali. Al momento la stampa africana è molto cauta sulla sua elezione. La commissione elettorale della Liberia ha infatti diffidato dal credere a notizie non ufficiali, anche se ormai, sono diverse le fonti che lo accreditano come nuovo Presidente della Liberia.
(TGCom24)



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Kenya alle urne. Violenze e scontri, l'opposizione si ritira. Kenyatta candidato unico

"Niente riforme, niente elezioni". È lo slogan di piazza che sintetizza le ragioni dell'opposizione kenyana che ha deciso di non correre alle presidenziali del 26 ottobre. Raila Odinga ha fatto sì che le elezioni dell'8 agosto risultassero nulle e Raila Odinga ora si ritira perché le riforme al sistema elettorale non sono state attuate.

Nei giorni passati il leader kenyano dell'opposizione, storico sfidante dell'attuale presidente in carica Uhuru Kenyatta, aveva dichiarato che se non fossero state introdotte le riforme necessarie a garantire un voto trasparente, tra cui le dimissioni di gran parte della Commissione elettorale, avrebbe rinunciato alla corsa elettorale. E così è stato.

Dopo aver perso le elezioni con un margine di 1,4 milioni di voti andati a Uhuru Kenyatta, Odinga si era rivolto alla Corte Suprema di Nairobi per denunciare brogli elettorali. In una sentenza storica della Corte, le elezioni sono state annullate per provata manipolazione dei dati e riconvocate prima il 17 ottobre e poi il 26.

La mossa politica di Odinga solleva problematiche costituzionali di non poco conto. Le opzioni sono due: Uhuru Kenyatta si presenta da solo o le elezioni slittano a una data da definirsi entro 90 giorni, vale a dire a gennaio 2018. Al momento la più probabile sembra la prima perché Kenyatta non ha alcuna intenzione di procrastinare il voto. Ma probabilmente non correrà da solo. La Corte suprema ha infatti ordinato la riammissione del candidato Ekuru Aukot, terzo classificato alle presidenziali dell’8 agosto.

Aukot, che ha ricevuto 27mila voti, è stato uno dei firmatari della petizione contro la rielezione di Kenyatta e quindi è un legittimo candidato alla presidenza. Continua quindi il pugno di ferro tra i due storici rivali mentre l'economia kenyana è a rischio collasso insieme alla pace dei kenyani che ogni giorno assistono a manifestazione e scontri nelle strade del Paese.


Scontri con la polizia. Quattro persone hanno riportato ferite di arma da fuoco e sono state ricoverate in ospedale nella contea di Kisumu, una roccaforte dell'opposizione kenyana, dove la polizia ha sparato proiettili veri per disperdere una manifestazione che chiedeva cambiamenti alla commissione elettorale prima della tornata delle elezioni presidenziali del 26 ottobre.

I ferimenti sono avvenuti vicino alla baraccopoli di Kondele a Kisumu City, sul Lago Vittoria, nell'ovest del paese. Il Kenya in preda alla tensione dopo che il capo dell'opposizione, Raila Odinga, ha annunciato che non intende partecipare alla ripetizione delle elezioni presidenziali annullate in agosto.
(la Repubblica)

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Stop alla costruzione della grande moschea di Sesto San Giovanni

Il sindaco di Forza Italia blocca il progetto nella città che, dopo 72 anni in mano alla sinistra, è passata al centrodestra.


Sarà archiviato il progetto della moschea di Sesto San Giovanni, quella che avrebbe dovuto essere la più grande del Nord Italia e sulla cui costruzione si è giocata gran parte della campagna elettorale della primavera scorsa, nel comune ex Stalingrado d'Italia, passata dopo 72 anni ad un'amministrazione di centrodestra.

La nuova giunta comunale ha approvato nei giorni scorsi una delibera che può essere considerata, spiega una nota, il primo stop formale alla realizzazione. Motivazione una serie di inadempimenti da parte del Centro Culturale Islamico rispetto a impegni previsti nelle convenzioni del 2013 e del 2015. "Mancanze gravi, ha spiegato il neo-sindaco Roberto Di Stefano (Fi), che hanno spinto la Giunta a dare mandato agli uffici competenti di intraprendere azioni per le contestazioni di rito e successiva risoluzione della convenzione"

"Abbiamo fatto un importante passaggio di un percorso che porterà alla definitiva archiviazione del progetto: un impegno preso che intendo portare definitivamente a termine nei primi 100 giorni di governo"

La delibera di oggi fa seguito al precedente provvedimento con cui l'amministrazione comunale comunicava al Centro culturale islamico la decadenza dal titolo abilitativo alla costruzione della moschea. "Con il primo formale atto amministrativo di revoca del permesso edilizio viene, di fatto, fermata la costruzione dell'opera"

L'atto di indirizzo adottato dalla Giunta, a fronte delle gravi violazioni di legge e contrattuali riscontrate, porterà inevitabilmente alla definitiva risoluzione della convenzione stipulata per la realizzazione della moschea. "È giusto ribadire che, per quanto riguarda la realizzazione di nuovi luoghi di culto, la nostra amministrazione rispetterà gli indirizzi previsti dalla legge Regionale sulla pianificazione delle attrezzature per servizi religiosi"

Secondo il comune gli inadempimenti riguardano: il mancato pagamento della somma di 320.000 euro (saldo del diritto di superficie, contributo per le opere aggiuntive, monetizzazione dei parcheggi). Ed inoltre il mancato completamento della procedura di avvenuta bonifica, il mancato avvio della fase di realizzazione della struttura 'Centro Culturale Islamico' il cui inizio lavori, in base al crono-programma, doveva avere corso a partire dal mese di settembre 2016.
(Huffington Post)

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mercoledì 11 ottobre 2017

Milano, condannato all'ergastolo il "torturatore" del campo profughi di Bani Walid

Le vittime, noi sequestrati e picchiati. La Corte d’Assise conferma la richiesta della pena della Procura di Milano. A 23 anni ottiene il record di primo carceriere di un campo per emigranti in territorio libico a essere condannato in Italia.

Osman Matammud mentre esce dal Tribunale di Milano dopo la sentenza di condanna

Non era solo un guardiano violento, ma era anche un sadico feroce che godeva a far soffrire i prigionieri fino alla morte, a farli gridare di dolore al telefono per costringere a pagare di più le loro povere famiglie che dall'altro capo sentivano le urla strazianti, sempre più di quanto avevano già dato per il viaggio della speranza su un barcone diretto in Italia.

Ergastolo aveva chiesto la Procura, ergastolo infligge la Corte d'Assise di Milano al somalo Osman Matammud che ad appena 23 anni ottiene il poco invidiabile record di primo carceriere di un campo per emigranti in territorio libico ad essere condannato in Italia.

Quando esce in manette dalla gabbia dell'aula scortato da due agenti della polizia penitenziaria, sembra impossibile che questo giovane magro possa avere avuto la forza fisica e la ferocia sufficienti a fare quello per cui è stato condannato: omicidio, sequestro di persona, violenza sessuale ed altro ancora. Ma tutti gli immigrati che a settembre 2016 lo hanno riconosciuto mentre cercava di mimetizzarsi tra loro all'esterno della Stazione Centrale di Milano hanno puntato il dito contro di lui anche al processo.

Osman picchiava e rompeva le ossa con le spranghe di ferro, torturava con le scariche elettriche. Violentava le donne con bestialità e uccideva gli uomini nel campo di Bani Walid, 150 chilometri a sud-est di Tripoli, dove gli immigrati con il sogno dell'Europa dopo aver pagato 7.000 dollari racimolati vendendo tutto venivano ammassati in attesa di attraversare il Canale di Sicilia.

Osman, ha sostenuto il pm Marcello Tatangelo, era solo uno degli uomini di un'organizzazione criminale in grado di gestire migliaia di emigranti. Lo hanno confermato anche le vittime, tra cui alcune donne, alle quali teoricamente dovrebbe andare un risarcimento di 100 mila euro ciascuno, ma che non avranno mai nulla viste le condizioni di assoluta povertà in Italia del presunto torturatore.

Di fronte ai giudici, il somalo ha detto di non essere un aguzzino, di aver subito anche lui le sevizie, di essere una vittima come gli altri i quali fanno parte di tribù somale nemiche della sua e che per questo si sono coalizzati contro di lui inventandosi ogni accusa.
(Corriere della Sera)

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Nigeria, iniziato il primo maxi-processo contro Boko Haram

L'arresto di alcuni miliziani Boko Haram
In Nigeria si sono svolti i preparativi per avviare il primo maxi-processo a porte chiuse contro 1.670 imputati detenuti con l'accusa di legami con l'organizzazione terroristica islamica Boko Haram. Lo riferisce il sito del quotidiano nigeriano Vanguard.

Il processo, civile, si svolge in una base militare nello stato centrale nigeriano del Niger ed è il primo grande processo contro militanti di Boko Haram, il gruppo jihadista affiliato all'Isis che nella sua rivolta separatista ha ucciso dal 2009 più di 25 mila persone.

Come annunciato dal ministero della Giustizia, altri 651 imputati detenuti in una caserma di Maiduguri, capitale dello Stato nigeriano del Borno, saranno processati in seguito.
(RaiNews24)

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