venerdì 15 dicembre 2017

Catania, arrestato prete pedofilo. Violenze e abusi su adolescenti che gli venivano affidati

Violenza sessuale su under 14. “Usava l’olio santo durante la violenza sessuale dicendo alle vittime che erano atti purificatori


Gli investigatori hanno accertato che il sacerdote, per esercitare pressione psicologica nei confronti dei genitori delle vittime che volevano denunciare, avesse millantato la possibilità di far intervenire esponenti della criminalità organizzata per costringerli a lasciar perdere.

Usava l’olio dicendo alle sue vittime che quello che facevano erano “atti purificatori”. In realtà, secondo la procura di Catania, padre Pio Guidolin, violentava ragazzini che gli erano affidati: giovanissimi in alcuni casi molto fragili. La scorsa settimana è stato arrestato dai carabinieri per violenza sessuale aggravata su minori per ordine del gip.

I carabinieri, su delega della Procura distrettuale, hanno eseguito nei suoi confronti una ordinanza di custodia cautelare in carcere. Le indagini hanno consentito di accertare che dal 2014 il sacerdote, “sfruttando il suo ruolo e approfittando della condizione di particolare fragilità di diversi ragazzini di età minore dei 14 anni provati da vicende personali che li avevano turbati, li avrebbe costretti a subire e compiere atti sessuali

Quando una delle vittime aveva opposto resistenza, rivelando gli abusi subiti negli anni, era stata isolata dalla comunità di fedeli: il ragazzino era finito sul banco degli imputati accusato di essere un calunniatore.

Gli investigatori hanno accertato che il sacerdote per esercitare pressione psicologica nei confronti dei genitori delle vittime che volevano denunciare, avesse millantato la possibilità di far intervenire esponenti della criminalità organizzata per costringerli a lasciar perdere.

Uno dei genitori delle vittime è stato denunciato per favoreggiamento personale. Quando il figlio aveva parlato con l’autorità giudiziaria avrebbe contattato il sacerdote per avvisarlo. La Curia, informata dell’indagine, ha allontanato dalla parrocchia il sacerdote, e don Guidolin è stato collocato in un’altra sede, privo di funzioni. La Curia ha inoltre avviato un processo canonico da parte del tribunale ecclesiastico.
(Il Fatto Quotidiano)

Condividi su Facebook


Nigeria. Due ragazzine kamikaze costrette da Boko Haram provocano 4 morti a Gwoza

Due ragazzine kamikaze hanno ucciso quattro persone ferendone diverse altre a Gwoza, nel nord della Nigeria dove sono attivi i terroristi islamici Boko Haram.

Fonti ufficiali nigeriane hanno precisato che nella serata del giorno 11 dicembre forze di sicurezza locali dello Stato di Borno sono riuscite ad individuare una delle due attentatrici suicide sparandole contro e facendo brillare la sua cintura.

La seconda è però riuscita a mischiarsi fra la folla in una zona residenziale e a farsi esplodere, facendo quattro vittime e vari feriti ricoverati in ospedale.

In sei anni Boko Haram ha ucciso migliaia di persone in Nigeria e nei paesi confinanti, 25 mila secondo Amnesty International e l'Onu, che segnalano anche 2,7 milioni di sfollati.

Condividi su Facebook


Ragazza nigeriana stuprata a turno dal branco. Tre nigeriani arrestati a Trento

Una donna nigeriana è stata stuprata da tre suoi connazionali in un parco di Trento. Gli stupratori erano tutti richiedenti asilo.

Va a fare visita ad un'amica e viene brutalmente stuprata. È la storia di una ragazza nigeriana che a Trento è stata violentata a turno da un branco di suoi connazionali richiedenti asilo. Dopo lo stupro e soprattutto dopo la testimonianza della vittima i tre nigeriani sono stati arrestati dalla polizia.

Si chiamano EHIMAMIGHO Emmanuel Social, di 28 anni, OBASUYI Kenneth Igbinosa, di 22 anni e OSAIGNOVO Osaro Kelvin di 19 anni i 3 nigeriani arrestati dalla squadra mobile di Trento per violenza sessuale di gruppo. Uno era ospitato alla residenza di via Brennero, un altro alla residenza Fersina, il terzo, al quale era stata respinta la domanda di accoglienza, viveva in un appartamento. Il fatto è successo nel parco di Maso Ginocchio.

L'hanno sorpresa mentre si trovava al bar. Questi tre "animali" l'hanno costretta ad andare nel vicino parco dove è avvenuto lo stupro di gruppo. Hanno abusato della donna a turno. Subito dopo la terribile violenza ha ragazza ha subito ulteriori minacce per impedirle di sporgere denuncia. Ma la ragazza ha deciso di raccontare tutto agli agenti. E così è scattata la caccia la branco.

La giovane nigeriana, all'atto della denuncia raccontava che, mentre si trovava nei pressi di un bar veniva minacciata e costretta da tre suoi connazionali a recarsi nel vicino parco. Qui gli uomini approfittavano sessualmente di lei, violentandola a turno. Dopo l’atto la minacciavano nuovamente di ulteriori ritorsioni se avesse chiesto aiuto alla Polizia.

La donna però, benché impaurita, riusciva a chiedere aiuto agli Agenti della Squadra Volante che immediatamente investivano dell’evento gli investigatori della Squadra Mobile.

Dopo i necessari riscontri la giovane nigeriana riconosceva senza ombra di dubbio i suoi carnefici che identificati e rintracciati da parte degli Agenti della Squadra Mobile, tratti in arresto in esecuzione del fermo di Polizia Giudiziaria. Nel corso delle attività di indagine emergeva che il gruppo nei giorni successivi alla violenza sessuale si stava organizzando per rifugiarsi all'estero, precisamente in Francia. Considerato quindi il pericolo di fuga e la gravità del reato la Squadra Mobile procedeva con la misura cautelare del Fermo di P.G. in carcere. La Polizia di Stato invita, qualora ci siano state altre violenze, altre donne a denunciare i fatti. C’è quindi la remota possibilità che per i tre, simili episodi non siano isolati.

A fronte di reati particolarmente degradanti per la dignità umana, commenta il capo della Squadra Mobile Salvatore Ascione, è fondamentale una risposta immediata ed efficace da parte della Polizia Giudiziaria che consenta non solo di assicurare alla giustizia gli autori di questo grave reato, ma anche di dimostrare che non esistono sacche di impunità dove i criminali possono insidiarsi"

Per la donna resta l'incubo di un viaggio a Trento per passare qualche giorno con un'amica che si è trasformata in una violenza barbara in un parco lontano dagli occhi dei passanti. È molto probabile che il branco possa essere processato per direttissima.
(La Voce del Trentino)

Condividi su Facebook


mercoledì 6 dicembre 2017

"Diversamente bianco", odio razzista su mister Friuli

"Questo non ci azzecca proprio niente con il Friuli!", "Ma stiamo scherzando? Mr. Friuli dovrebbe essere dato a un friulano vero", "Ma non vi vergognate? Friulani doc non ce n'erano?"

Alioune Diouf
Il nuovo mister Friuli-Venezia Giulia ha 18 anni, gioca a basket e si allena negli under 20 della squadra di serie A della Apu Gsa. Si chiama Alioune Diouf, vive a Cividale del Friuli, nel convitto dell'Istituto tecnico che frequenta. Sta uscendo da poco con una ragazza e i genitori, che vivono in Senegal, hanno accolto con gioia la notizia della sua vittoria. È arrivato in Italia cinque anni fa insieme allo zio e si è integrato nella città che definisce "accogliente, bella, ricca di storia e molto operosa" anche grazie allo sport. Il sogno nel cassetto però è quello della moda. "Spero che la vittoria possa aiutarmi ad arrivare a Milano, mi piacerebbe molto sfilare per Gucci"

Esplode la polemica sul web per l'elezione di Alioune Diouf a Mister Friuli-Venezia Giulia 2017. Giocatore di basket e studente di quinta superiore, il 18enne di Cividale che sogna di fare il modello a Milano è il primo Mister di colore della storia del concorso di bellezza regionale.

La sua elezione a Mister Friuli è stata accolta con entusiasmo. Ma non da tutti. Molte sono state le critiche ricevute sui social, e numerosi anche i commenti a sfondo razzista.

"Non mi piace ricevere gli insulti, è dura ma preferisco non rispondere alle critiche. Sono abituato a trasformare le difficoltà in un motore per andare avanti, per guardare al domani con positività. Per me è normale aver vinto, non tutti però sono pronti a vedere uno straniero primeggiare in alcuni settori. Le regole del gioco però non le faccio io, è il gioco che sta cambiando"

Fin qui nulla di strano, se non fosse per il fatto che le sue origini senegalesi hanno fanno storcere il naso a decine di friulani e non, indignati per l'incoronazione di "un diversamente bianco", secondo loro eletto "per gridare al mondo che il Friuli non è razzista"

In poche ore quindi Diouf è diventato il bersaglio di numerosi 'haters', che su Facebook hanno commentato negativamente la notizia della sua vittoria.
  • "È uno scherzo vero? Di cattivo gusto",
  • "Questo qui rappresenta il Friuli? Siamo messi proprio bene! Oltre a vergognarmi di essere italiana ora posso anche vergognarmi di essere friulana",
  • "Questo non è friulano neanche dopo una settimana a mollo nella varechina"
Questo si legge tra i vari commenti. Ma tra coloro che lamentano la perdita dell'identità regionale e coloro che prendono le difese del ragazzo accusando i suoi detrattori di razzismo c'è infine chi, ignorando le polemiche, ricorda a tutti il vero significato del concorso: "Era il più bello quindi meritava di vincere"
(Adnkronos)

Tutta la solidarietà di Foundation for Africa a Alioune Diouf, arrivato in Friuli da adolescente e che si è integrato molto bene nel tessuto sociale in cui vive, studia e fa sport

Condividi su Facebook


venerdì 1 dicembre 2017

On the Road, il documentario del Gardian che racconta la tratta delle nigeriane sulla "Via dell'Amore"

Si intitola "On the Road" e racconta la tratta di donne dalla Nigeria a partire da una strada in particolare: quella della Bonifica al confine tra Marche e Abruzzo.


"On the Road" è un documentario realizzato da The Guardian, una delle più importanti testate inglesi, per raccontare la prostituzione in Italia. On the Road è anche il nome dell’associazione che aiuta le donne vittime della tratta proprio tra Marche e Abruzzo.

Strada della Bonifica, è una strada provinciale di circa 15 chilometri al confine tra Marche e Abruzzo, e che è paradossalmente soprannominata “Via dell’Amore” perché centinaia di donne si prostituiscono giorno e notte. Sono soprattutto donne e ragazze nigeriane, molte delle quali sono state portate illegalmente in Italia. Sono sfruttate sessualmente per ripagare il debito contratto con "il viaggio" (un debito che varia dai 25 ai 40 mila euro, ma può arrivare anche oltre) e vengono convinte sia con le minacce che con la superstizione e riti wooodoo.

La Strada della Bonifica, detta anche la "Via dell'Amore"


La strada è stata raccontata da un documentario pubblicato sul Guardian e girato da Piers Sanderson, regista inglese che vive da diversi anni a Senigallia con la famiglia. Nel documentario si parla degli italiani che lavorano e vivono in quella zona, delle storie di alcune donne costrette a prostituirsi e di “On the Road”, la onlus locale che da anni è impegnata con le donne vittime di sfruttamento.

Il documentario, che prende il nome proprio dall'associazione e che dura circa venti minuti, segue in particolare una donna, un’ex prostituta nigeriana che ora lavora come mediatrice culturale per la stessa onlus.



La tratta di ragazze dalla Nigeria è stata raccontata da noi di Foundation for Africa molte volte. Il numero di donne fatte arrivare in Italia è aumentato in maniera esponenziale negli ultimi anni, passando dai 5.000 ingressi nel 2015, agli 11.000 del 2016, e ai quasi 9.000 registrati fino a settembre di quest'anno.

Le donne nigeriane vittime della tratta sessuale non sono come i profughi che hanno abbandonato i campi di battaglia in Siria o che scappano dalle guerre in Afghanistan e Iraq. E non sono nemmeno in fuga da regimi particolarmente repressivi come quello dell’Eritrea. Scappano dalla povertà e dalla mancanza di futuro in paesi molto popolosi dove solo una minuscola élite controlla la ricchezza e il potere.

Nella maggior parte dei casi partono con l’assicurazione di una nuova vita e di un lavoro che permetterà loro di ripagare il viaggio che hanno intrapreso. Una volta arrivate in Italia vengono però ridotte alla schiavitù sessuale, e molte di loro rimangono per anni nella mani dei trafficanti e delle mamam che le costringono a prostituirsi per ripagare il debito.

Il prezzo di una "prestazione" è mediamente di 20 euro, ma più essere anche più basso. Queste ragazze sono costrette a lavorare ogni sera e anche durante il giorno, spesso devono provvedere da sole a vitto e alloggio e vengono picchiate e maltrattate dai loro protettori o protettrici se non portano abbastanza denaro. Se restano incinte, sono poi costrette a subire aborti praticati illegalmente e dunque non sicuri.

Uscire da questo meccanismo è molto complicato. La pressione psicologica legata al potere dei giuramenti sciamanici (woodoo) ha infatti in questo meccanismo un ruolo molto importante. Poi ci sono gli stretti controlli delle cosiddette mamam, figure chiave nella rete dei trafficanti: raccolgono i soldi e controllano le azioni quotidiane di queste ragazze.

l documentario "On the Road" racconta la vita di queste migranti, che per diversi motivi, spesso dietro ricatti e violenze, sono state costrette a prostituirsi, descrive la crescente intolleranza degli italiani verso questo tipo di attività, e il difficile mestiere della ONG che prova a tutelare queste "ragazze-schiave"

La Onlus “On the Road” si è costituita come associazione di volontariato nel 1994 per rispondere all'incremento del numero di donne costrette a prostituirsi nel territorio della Bonifica del Tronto, al confine tra Marche e Abruzzo. Nel corso degli anni è diventata un’organizzazione strutturata formata oggi da circa cinquanta persone che lavorano sopratutto su tratta e sfruttamento, accoglienza dei migranti e violenza di genere.





Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook


Somalia, più di diecimila rifugiati a Mogadiscio in un solo mese

Profughi somali

Sono stati più di diecimila i somali costretti a lasciare le proprie abitazioni per rifugiarsi nella capitale Mogadiscio nel solo mese di novembre. Lo ha calcolato l’ong norvegese Norwegian Refugee Council (Nrc). Questi sfollati si aggiungono a circa un milione di persone che da gennaio sono sfollati a causa della siccità e degli scontri tra le forze governative e il gruppo islamista Al-Shabaab.

I campi che ospitano i rifugiati sono allo stremo” ha detto Victor Moses, direttore di Nrc in Somalia. “Sono sovraffollati e ultimamente stanno arrivando per lo più famiglie. Molti scappano sia dalla siccità che dalla violenza e questa doppia crisi li può spingere oltre il limite”. Moses ha poi fatto appello alle nazioni coinvolte nel conflitto affinché la smettano con i bombardamenti.

Il governo somalo, nel conflitto contro Al-Shabaab, riceve supporto aereo da Stati Uniti e Kenya. In Somalia è dispiegata una missione di pace dell’Unione Africana, che pure sostiene l’esecutivo di Mogadiscio contro l'estremismo islamico degli Al-Shabaab.
(Agenzia di Stampa Dire)

Condividi su Facebook


martedì 28 novembre 2017

Castel Volturno, violenza di gruppo su una ragazza nigeriana

La mafia nigeriana a Castel Volturno esiste, è potente ed è molto pericolosa”. L'avevano fatta fuggire dal Cara di Foggia, ma lei non si voleva prostituire, e così hanno chiamato il branco per punirla.


Il fatto è accaduto il 18 novembre a Castel Volturno, in un appartamento nei pressi del parco del Saraceno. La testimonianza di altre due ragazze nigeriane presenti nell'appartamento che sono state obbligate ad assistere allo stupro della loro amica.

Subito dopo il fatto le due testimoni sono fuggite e si sono subito rivolte ai carabinieri. All'arrivo dei carabinieri sul luogo della violenza, circa mezz'ora dopo l’allarme, gli aggressori si erano già dati alla fuga. La vittima è stata ricoverata in ospedale in stato di shock e ha confermato la violenza. Ricercata la titolare dell'appartamento, una donna nigeriana di 38 anni e quasi certamente la mamam che ha "commissionato" lo stupro, che al momento risulta irreperibile.

La "vittima", una giovane nigeriana di 19 anni, sarebbe stata fatta fuggire alcuni giorni prima dai suoi aguzzini da un centro d’accoglienza di Foggia e portata a Castel Volturno per essere avviata al mondo della prostituzione. Al suo diniego di "scendere in strada" l’avrebbero immediatamente violentata, come fanno per ogni nuova nigeriana che arriva in Italia.

Le due testimoni e la vittima sono state portate in una casa protetta.
(Il Mattino)

Condividi su Facebook


lunedì 27 novembre 2017

Palermo. Le associazioni saranno "parti civili" nel processo contro gli sfruttatori di una nigeriana

Fugge da una casa di Ballarò dove la sua mamam la costringeva a prostituirsi e denuncia i sui sfruttatori. Le associazioni di donne: “Saremo parti civili al processo


Arriva la solidarietà delle donne palermitane alla giovane nigeriana fuggita dalla costrizione alla prostituzione. Una delegazione formata da una rappresentanza di donne del consiglio comunale di Palermo, dalle Donne di Benin City, da Fiori di Acciaio, da Mezzocielo, dall’Udi e dal centro studi Pio La Torre, ha incontrato ieri mattina, nel reparto di ortopedia di lunga degenza dell’ospedale Civico di Palermo, la ragazza costretta a prostituirsi che è riuscita a scappare dalla sua ‘maman’, gettandosi dal secondo piano di una ‘casa chiusa’ a Ballarò (quartiere di Palermo).

La giovane, che adesso dopo alcuni interventi chirurgici sta meglio, è in convalescenza e attende di avere notizie del processo che l’avvocato Ettore Barcellona, legale del centro studi Pio La Torre, insieme all’attivista Nino Rocca, stanno cercando di istruire per dare un esito positivo alla vicenda.

A Palermo, la tratta delle nigeriane fa girare un business da oltre 10 milioni di euro l’anno, dice Nino Rocca, attivista del Centro Studi Pio La Torre, ma è un dato addirittura sottostimato". 

L’organizzazione nigeriana che sfruttava la ragazza è sotto processo con l’accusa di ‘mafia’, sfruttamento della prostituzione e riduzione in schiavitù. È la prima volta che, in Italia, le associazioni saranno "parte civile" in un processo contro la "mafia nigeriana"

La giovane nigeriana, che ha voluto denunciare i suoi protettori, è adesso circondata dell’affetto di molte persone che si sono strette attorno a lei, come ad esempio Osas, presidente dell’associazione Donne di Benin City. L’incontro di ieri di tutte le associazioni, promosso dalle consigliere Valentina Chinnici, Valentina Caputo, Concetta Amella, Viviana Lo Monaco, Barbara Evola, Katia Orlando e Roberta Cancila, ha avuto lo scopo di dare sostegno e visibilità alla triste vicenda ed in seguito le stesse si costituiranno parte civile nel processo contro gli sfruttatori della ragazza.
(Il Gazzettino di Sicilia)

Condividi su Facebook


Ancora attacchi di Boko Haram nella Nigeria nord-orientale


Assaltata la città di Magumeri
Abitanti in fuga nel nord-est del paese. Un gruppo armato ha attaccato sabato la città di Magumeri, nel nord-est della Nigeria. Secondo le prime informazioni sarebbe entrato in azione un commando del gruppo jihadista Boko Haram, molto attivo nel Borno, regione dove si trova la città.

Secondo quanto riferito da testimoni, i residenti della città hanno abbandonato le loro case per rifugiarsi nella vicina foresta e gli uomini armati avrebbero preso il controllo del centro abitato.

Fonti militari hanno confermato l'attacco, senza però specificare se la città, capoluogo dell'omonima area di governo locale, sia stata occupata dal gruppo armato.
(Reuters)


Boko Haram attacca una fattoria e uccide sette agricoltori
Le vittime sono state sorprese nel sonno. Immobilizzate e legate, sono state uccise con colpi d'arma da fuoco alla testa.

Sette persone, tutti uomini, sono state uccise in una fattoria nello stato di Adamawa, nel nord-est della Nigeria, ad opera di un gruppo di uomini armati che apparterrebbero al gruppo islamista Boko Haram. L'attacco arriva pochi giorni dopo il massacro di almeno 50 persone durante un raid del gruppo jihadista.

Secondo alcuni testimoni, gli aggressori, che erano travestiti da guardie di sicurezza, hanno sorpreso i contadini nel sonno intorno alle due di notte, vicino al villaggio di Sabon Gari, nel distretto di Gombi.

All'attacco è sopravvissuto solo un agricoltore, che è riuscito a scappare prima che cominciasse il massacro. I sette cadaveri sono stati trovati con le mani legate dietro la schiena e tutti mostravano delle ferite d'arma da fuoco alla testa.
(Globalist)



Condividi su Facebook


Zimbabwe, Mugabe coperto d'oro in cambio di una transizione pacifica

L'ex presidente dello Zimbabwe, Mugabe, se ne va con una buonuscita d'oro da 10 milioni di dollari. Prima delle dimissioni, avvenute il 21 novembre, ha contrattato una consistente liquidazione e una serie di benefit a vita.

Robert Mugabe e la consorte Grace

È l'ultimo "ricatto" per consentire una transizione pacifica dei poteri dell'ex-rivoluzionario diventato il dittatore che ha ridotto in povertà il suo popolo.

'Buonuscita' d'oro per l'ex presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, che prima delle dimissioni ha contrattato una consistente liquidazione e una serie di benefit a vita. Lo scrive il Guardian online, precisando che la somma esatta non è nota, ma non è certamente inferiore ai dieci milioni di dollari, cinque dei quali subito e il resto nei prossimi mesi.

La 'pensione' sarà pari a 150 mila dollari per lui e alla metà, sempre a vita, per la stravagante e dispendiosa moglie, la 52enne Grace, soprannominata per questo Gucci Grace. Alla famiglia Mugabe, che continuerà ad abitare nella sconfinata proprietà di Blue Roof ad Harare, saranno pagate a vita cure mediche, staff domestico, sicurezza e viaggi all'estero. Oltre all'immunità, l'accordo negoziato nei giorni convulsi precedenti all'abbandono del potere dopo 37 anni di 'regno' incontrastato, include la garanzia che tutte le proprietà della famiglia allargata non saranno in alcun caso toccate.

Gli agi dorati in cui vive Mugabe non sono una novità. Ma in un Paese dove la vita media è di 60 anni, il tasso di disoccupazione oltrepassa l'80% e la moneta locale non esiste più a causa dell'inflazione fuori controllo (sostituita dal dollaro Usa e dal rand sudafricano) fa ancora più effetto la liquidazione milionaria del 93enne ex presidente.

"Che non dovesse più tirare la corda lo aveva capito anche lui, ha rivelato Fidelis Mukonori, prete cattolico che conosce Mugabe da decenni e che ha fatto da mediatore nelle trattative che hanno portato alle dimissioni. Sapeva di essere arrivato alla fine della strada, sotto l'immensa pressione degli ultimi giorni come presidente, ha cercato una graduale e tranquilla transizione del potere nelle mani del suo vice Emmerson Mnangagwa"

Abbandonare precipitosamente la lussuosa residenza di Blue Roof sarebbe stato sgradevole, anche se il vecchio padre-padrone avrebbe sicuramente trovato qualcuno disposto a ospitarlo, come fece lui quando, nel 1991, accolse Menghistu Hail Mariam in fuga dall'Etiopia e dette all'ex negus rosso un posto da consigliere per la sicurezza dello Zimbabwe, dove tuttora risiede.
(Rai News)

Condividi su Facebook


Nigeria. La squadra femminile di bob parteciperà alle olimpiadi invernali 2018

Le ragazze della Nigeria scoprono il bob e vanno alle Olimpiadi. Seun, Ngozi e Akuoma parteciperanno alle olimpiadi invernali del prossimo febbraio in Corea del Sud. È la prima volta di un paese africano.

Seun, Ngozi e Akuna parteciperanno alle olimpiadi invernali 2018 per la Nigeria

Vi ricordate il film "Quattro sotto zero" (il titolo originale era Cool Runnings)? Quello che, ispirandosi a una storia vera, narrava le vicende di quattro giamaicani squinternati che riuscirono a partecipare ai Giochi Olimpici Invernali di Calgary nella gara di bob? Ecco, ora c'è la versione femminile. Sono in tre, si chiamano Seun Adigun, Ngozi Onwumere e Akuoma Omeoga e arrivano dalla Nigeria, una terra che notoriamente non brilla per dare i natali a campioni di sport sulla neve. E a febbraio partecipano all'Olimpiade coreana di Pyeongchang nella gara di bob.

La Nigeria festeggia: va alle Olimpiadi (invernali)
«Nessuna nazione africana ha mai preso parte a un Olimpiade invernale, racconta con orgoglio Seun. Per noi è quasi una missione». Tutto parte da un'idea (folle?) proprio della Adigun, che fra il 2009 e il 2012 ha gareggiato nella corsa ad ostacoli per i colori della nazionale nigeriana. L'atleta si è innamorata del bob negli Stati Uniti e ha deciso di reclutare le "colleghe" Onwumere e Omeoga, entrambe sprinter.



Si sono auto-finanziate
Così attraverso GoFundMe le tre sono riuscite a raccogliere $150,000 per equipaggiamento e spese di viaggio, hanno stabilito la loro sede in Texas, aperto social media (profilo Instagram, pagina facebook) e girato divertenti video su YouTube. Per diversi mesi Seun, Ngozi e Akuoma non hanno potuto allenarsi con un vero e proprio bob e si sono arrangiate con l'inventiva. Il training infatti veniva effettuato con un surrogato di legno piuttosto primitivo creato da Seun e chiamato The Mayflower. «Ci ha aiutato a imparare sul campo la meccanica di questo sport», hanno raccontato le atlete. Ma ora il sogno è diventato realtà.

Save the date: il 20 e 21 febbraio 2018, giorno delle gare sulla pista dell'Alpensia Sliding Centre nella località di Daegwallyeong. Ci saranno anche loro a sfidare i mostri sacri di Germania, Stati Uniti e Italia. E mai come stavolta l'importante è partecipare.



Articolo a cura di
Maris Davis

Condividi su Facebook


mercoledì 22 novembre 2017

Genocidio e Crimini contro l'Umanità. Condannato all'ergastolo il boia di Srebrenica

Tribunale dell'Aia. L’ex generale dell’esercito serbo-bosniaco, Ratko Mladic, accusato per genocidio e crimini contro l’umanità, ha atteso il verdetto fuori dall’aula dopo aver dato in escandescenze al momento della lettura della sentenza.


Bosnia-Erzegovina, 11-22 luglio 1995. In quei giorni le truppe del generale Ratko Mladic coadiuvate da gruppi para-militari, attorno alla cittadina di Srebrenica, massacrarono 8.373 civili di fede mussulmana, 1.500 erano bambini. A distanza di 22 anni il tribunale internazionale ha condannato il principale artefice di quelle atrocità.

Ergastolo, dice il giudice nel silenzio dell’aula, davanti alla sedia lasciata vuota da Mladic: «I crimini commessi figurano tra i più vergognosi conosciuti dal genere umano, includono il genocidio e lo sterminio come crimini contro l’umanità». Ci sono voluti più di vent’anni d’attesa, quindici di latitanza e quattro di processo. Trecento testimoni, diecimila elementi di prova. Ore ad ascoltare i suoi deliri difensivi, «l’ho fatto per proteggere l’Europa dall’Islam!». Gli appigli a qualsiasi cavillo, «non esiste traccia d’un mio ordine scritto!». Le inattaccabili tesi dell’accusa, «la prova della pulizia etnica è nel fatto che i musulmani sono spariti da molti villaggi bosniaci». I disperati tentativi dei suoi legali per sottrarlo alle udienze, «sta male, bisogna curarlo in Russia»

Le sceneggiate all’udienza di chiusura, le escandescenze che hanno costretto il presidente del Tribunale internazionale a espellerlo dall’aula. Alla fine, molto alla fine, la giustizia è arrivata: all’età di 74 anni il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, il macellaio che dal 1991 al 1995 martirizzò Sarajevo e «ripulì» tutta la Bosnia, 100mila morti e due milioni 200mila sfollati, l’uomo che a Srebrenica ordinò il più grande massacro mai visto dalla Seconda guerra mondiale, più di 8mila ammazzati, è stato condannato a vita.

I capi d’imputazione erano undici, ma solo per abbreviare la durata del processo. I tre giudici dell’Aja, l’olandese Alphons Orie, il sudafricano Bakone Moloto e il tedesco Christoph Flugge, si sono concentrati sul genocidio a Srebrenica e in altre sei città, sulla persecuzione dei musulmani e dei croati, sul bombardamento su Sarajevo e sul cecchinaggio dalle colline che fecero 10mila morti (1.500 erano bambini), sulla presa in ostaggio di caschi blu dell’Onu… Impossibile esaminare tutte le migliaia di stupri, razzie, devastazioni della più spaventosa guerra mai vista in Europa dopo il nazismo. La sua latitanza è durata quanto quella di Eichmann, ma la sentenza è stata infinitamente più lieve.

Non scandalosa come i 40 anni che furono inflitti a Radovan Karadzic, l’ideologo dei massacri. Ma comunque un solo, simbolico ergastolo «in considerazione dell’età e delle condizioni di salute dell’imputato», a chiudere questa Norimberga dei Balcani. Lui è «il paradigma del male», commenta l’alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Raad al Hussein: «Questa sentenza è un avvertimento agli autori di crimini del genere: non si sfugge alla giustizia»

Ratko Mladic
Mladic è apparso nelle vesti d’un militare in congedo, con la giacca e la cravatta. Ostentando la sua malattia, chiedendo d’interrompere per andare in bagno e ci resta 40 minuti, poi dicendo d’avere una crisi ipertensiva (i suoi legali hanno chiesto l’ennesimo rinvio), quindi sbraitando: il giudice olandese alla fine ha ordinato alle guardie di portarlo in un’altra stanza, ad ascoltare da lì la condanna. Mladic adesso tiene gli occhi chiusi, quando arriva la sentenza. Ma quegli stessi occhi li teneva ben aperti all’epoca e in mimetica accarezzava sulla testa i ragazzini, per poi ordinarne l’esecuzione.

«Da sopravvissuta, commenta Lejla Deljanin, 37 anni, che nel 1992 era una bambina e fu colpita alla testa mentre correva sul famoso viale dei cecchini, credo che qualunque pena sia comunque troppo breve per lui. E insufficiente di fronte a tutte le vite che ha distrutto»

Il fidato boia di Milosevic e di Karadzic ha assistito alla lettura del verdetto. I suoi medici fino all’ultimo hanno tentato d’impedirglielo, accusando l’Onu di non dare le cure adeguate al recluso, proponendo di ricoverarlo a Mosca e chiedendo di rinviare il processo, «perché Mladic ha già avuto due ictus e un infarto, soffre di disturbi cerebrali, lo stress di una condanna potrebbe portarlo anche alla morte»

L’unico figlio rimasto a Mladic, sopravvissuto alla sorella Ana che si suicidò per la vergogna e l’orrore, è invece comparso all’Aja assieme a un gruppo d’irriducibili nazionalisti. Gli ultras sono stati tenuti a buona distanza dai 150 rappresentanti delle associazioni di vittime, che aspettavano la sentenza di fronte al tribunale. Un esagitato è riuscito, gridando «Mladic eroe!», a sventolare una bandiera serba.

«Mio padre non è colpevole di nulla, dice Darko Mladic, arrivato apposta da Belgrado, ho sempre pensato che qualunque verdetto di questa corte non sarebbe stato accettabile dalla mia famiglia. Ogni analisi legale dimostra che l’accusa non è riuscita a provare il suo coinvolgimento»

Mladic rimane un’icona per molti serbi, in Vojvodina è facile comprare magliette e spillette col suo volto, la conferma s’ebbe quando un pope benedì una strada a lui intitolata. «Il generale continua a essere una leggenda per il nostro popolo, tempo fa venne all’Aja a difenderlo l’attuale presidente della Repubblica serba di Bosnia, Milorad Dodik, e una sentenza di colpevolezza non farebbe che rafforzarne il mito»

I conti con la giustizia sono finalmente arrivati. Quelli con la coscienza, anche per un popolo che in gran parte non li ha mai fatti, chissà.
(Corriere della Sera)


Strage di Srebreniça. Sono passati 22 anni dalla carneficina di Srebrenica: l’11 luglio 1995 ha avuto luogo quello che è passato alla storia come «il più feroce massacro in Europa dai tempi del nazismo»

Nella zona protetta di Srebrenica, che all’epoca era sotto la tutela delle Nazioni Unite, in pochi giorni oltre ottomila bosniaci musulmani, uomini, bambini e anziani, tutti maschi, sono stati barbaramente uccisi dai serbo bosniaci di Ratko Mladic e dalle «Tigri di Arkan» di Željko Ražnatović.

Ancora oggi non sono stati trovati tutti i responsabili dell’eccidio e mancano all’appello molti di quei corpi orrendamente falciati e sparpagliati nelle fosse comuni. Una ferita rimarcata nel 2015 dal veto posto dalla Russia alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che definiva il massacro di Srebrenica un «genocidio»

Il voto di Mosca arrivò pochi giorni dopo la pubblicazione dell’inchiesta del domenicale britannico The Observer che aveva rivelato, sulla base di alcuni documenti declassificati, dettagli fino ad allora sconosciuti denunciando le reticenze e le gravi responsabilità di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e delle stesse Nazioni Unite. Anche se, secondo gli autori: «Non si può affermare che le potenze occidentali, i cui negoziati portarono alla caduta di Srebrenica, fossero a conoscenza dell’entità del massacro che sarebbe seguito»

Le grandi potenze, all’epoca, erano intente nei negoziati di pace con il presidente serbo Milosevic, accordi che sigleranno quattro mesi più tardi a Dayton in Ohio ponendo così fine a tre anni e mezzo di guerra in Bosnia ed Erzegovina.

Condividi su Facebook


Nigeria, attacco kamikaze nell'Adamawa State. Almeno 50 le vittime

Mubi, Adamawa State, nord-est della Nigeria. Giovane kamikaze Boko Haram si fa esplodere in una moschea. Almeno 50 le vittime, e un numero imprecisato dei feriti. Il giovane ha azionato il detonatore mentre arrivavano i fedeli per le preghiere del mattino mescolandosi alla folla.


Un giovane kamikaze si è fatto esplodere in una moschea nella città di Mubi, nello stato di Adamawa nel nord della Nigeria uccidendo almeno 50 persone. Lo riferisce la polizia locale. Il giovane, 17 anni, ha azionato la cintura esplosiva che aveva addosso mentre arrivavano i fedeli per le preghiere del mattino mescolandosi alla folla.

Sebbene per il momento non ci sia alcuna rivendicazione dell’attacco, i sospetti cadono sul gruppo estremista islamico Boko Haram. “Stiamo ancora accertando il numero delle persone rimaste ferite nell'esplosione perché si trovano ricoverate in vari ospedali del paese”, ha detto Othman Abubakar, portavoce della polizia.

Si tratta di uno degli attentati con più vittime del 2017. Solo quest'anno Boko Haram ha causato oltre 500 morti, in decine di attentati.


Lo stato di Adamawa confina a nord con quello del Borno, la patria del gruppo terroristico sunnita. La città di Mubi è stata sotto il controllo del gruppo terroristico fino al 2014, e non subiva attentati dalla sua liberazione. Durante la sua occupazione, i terroristi avevano rinominato la città Madinatul Islam, città dell’Islam. Negli ultimi sei anni, Boko Haram ha ucciso più di 25.000 persone e causato oltre 2,7 milioni di sfollati, secondo le stime fornite da Amnesty International e l’Onu.
(La Stampa)

Sempre nello stato di Adamawa, lunedì sera, non meno di 45 mandriani di etnia Fulani che vivevano nella zona da molto tempo, sono stati uccisi da uomini armati nella comunità di Kikan. L’attacco, che ha completamente distrutto più di quattro villaggi, è stato diretto principalmente contro donne e bambini. Molti altri sono stati dichiarati dispersi.

Il vice governatore dello stato, Marti Babale, ha fatto appello alla popolazione dell'area colpita per mantenere la calma, assicurando che il personale di sicurezza sarebbe schierato per proteggere l'area.



Condividi su Facebook


lunedì 20 novembre 2017

L'addio a Salerno per le 26 nigeriane morte nel naufragio del 3 novembre

«Cercavano la libertà, sono nostre sorelle». Due giorni fa il rito interreligioso con l'arcivescovo Moretti e l'imam Ebderrhmane Es Saba. Solo cinque le giovani nigeriane hanno un nome. Due erano incinta.

L'ultimo addio alle 26 nigeriane morte in mare

Una rosa bianca su ogni bara. Oppure due, una rosa e una azzurra, sui feretri delle ragazze incinte. Nella piazza degli Uomini Illustri del cimitero di Salerno a Brignano, l'ultimo saluto alle 26 giovanissime migranti (tra i 14 e i 20 anni) nigeriane è stato una cerimonia sobria e commossa. Il Mediterraneo non le ha risparmiate durante il naufragio di un gommone lo scorso 3 novembre a largo delle coste libiche; a Salerno erano arrivate a bordo della nave militare spagnola Cantabria.

Sulla loro morte rimane ancora un mistero. Si teme siano state gettate in mare dagli scafisti (o dagli stessi compagni di viaggio) nel momento in cui il loro gommone ha iniziato ad imbarcare acqua. Gli unici corpi recuperati furono infatti solo quelli di queste 26 ragazze, tutte donne e tutte nigeriane. La procura di Salerno ha aperto un fascicolo.

"Sbarco Salerno del 5.11.2017" inciso sulle 24 bare senza un nome, e due erano incisi i nomi di Shaka Marian e Osaro Osato, sono le uniche riconosciute prima che le targhette funebri fossero stampate. Osato era incinta da appena due mesi, ma ancora troppo presto per conoscere il sesso del suo bimbo; Marian da cinque mesi aspettava un maschietto. Il marito di Marian, nata il 7 febbraio 1997, non ha voluto parlare.

Ieri è stata data una identità ad altre tre. Ne restano, per ora, 21 sconosciute. Quelle donne "cercavano la libertà e la pace", ha ricordato, durante la celebrazione del rito interreligioso l'arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, monsignor Luigi Moretti. Accanto a lui, l'imam di Bellizzi, Ebderrhmane Es Saba, che ha invitato a pregare "tutti lo stesso Dio, che è Dio della pace e della giustizia"

"Di fronte a queste ragazze che non conosciamo, ha aggiunto monsignor Moretti, diciamo sono nostre sorelle". L'arcivescovo, sempre accompagnato dall'esponente della religione musulmana, ha proceduto con la benedizione delle bare. Sono stati i ragazzi di alcune scolaresche salernitane, poi, a deporre i fiori sui feretri disposti in cerchio sull'Ossario, là dove riposano i morti senza nome della città.

A piangere le vittime, anche quei pochi parenti delle due ragazze che hanno un nome. Pochi commenti, molto dolore e occhi persi nel vuoto. Il fratello di una delle due, Osaro Osato, racconta di essere stato per sei mesi con la sorella in Libia, un posto "no good", "dove si spara senza motivo", spiega il 18enne passando dall'inglese all'italiano. Insieme sognavano di vivere in Italia. Ed è stato lui ad avvertire della tragedia i genitori in Nigeria e gli altri tre fratelli.

A dare addio alle ragazze anche tante donne africane, accompagnate da mediatori culturali. Dieci salme rimarranno nel cimitero salernitano. Le altre verranno sepolte nei cimiteri comunali di Battipaglia, Montecorvino Rovella, Sassano, Montesano sulla Marcellana, Contursi Terme, Novi Velia, Polla, Atena Lucana, Pellezzano, Baronissi e Sala Consilina. E anche a Pontecagnano Faiano, dove, domattina alle 9.30, si terrà l'inumazione di due salme, in una cerimonia sobria voluta dal primo cittadino.

Tutti i sindaci dei Comuni interessati hanno partecipato al rito. Il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, ha proclamato nel giorno dei funerali il lutto cittadino e, per mezz'ora ieri sera, dalle 18.30 alle 19, si sono spente le Luci da Artista in alcune strade e piazze della città.
(Avvenire)

Condividi su Facebook