giovedì 23 febbraio 2017

Londra, ritrovate registrazioni inedite di Bob Marley

Quando, a metà degli anni Settanta, Bob Marley era in tour in Europa con i Wailers, aveva chiesto a Mick Jagger il permesso di usare il bus degli Stones perché era l’unico mezzo di registrazione mobile esistente in Gran Bretagna in quegli anni.


Bob Marley lo aveva utilizzato per registrare quasi tutti i concerti di quel periodo: quello al Lyceum di Londra del 1975 o all’Hammersmith Odeon del 1976 e al Rainbow del 1977, sempre a Londra, oppure quello al Pavilion di Parigi del 1978.

Che fine avessero fatto poi queste registrazioni nessuno lo immaginava, in realtà probabilmente più nessuno era a conoscenza della loro esistenza. È infatti assolutamente per caso che, mesi fa, questi nastri saltano fuori dallo scantinato di un hotel fatiscente, in uno dei quartieri meno pregiati di Londra. Chi li ha trovati, superato lo shock iniziale, si è subito adoperato per ripulirli dalla muffa e renderli nuovamente ascoltabili. Il lavoro è durato quasi un anno ed è costato circa 30mila euro ma il risultato, assicura il fan che questi soldi li ha investiti, "mette i brividi"

I master con la voce del cantante giamaicano sono stati restaurati, dopo aver trascorso 40 anni in uno scantinato

Dopo 35 anni dalla sua morte, la voce di Bob Marley torna a incuriosire e incantare il mondo, aggiungendo nuovi suoni a una discografia che conta milioni di fan in tutto il mondo. Nel seminterrato di un hotel di Kensal Rise, nord-ovest di Londra, è stata rinvenuta una scatola con 13 nastri inediti su cui sono stati incisi alcuni concerti dell'artista giamaicano. I dispositivi, subito ribattezzati "lost masters" (i master perduti), sono stati restaurati. Secondo il quotidiano britannico "Telegraph", chi li ha ascoltati, li ha definiti "da brividi"

La cantina del ritrovamento. L'hotel in cui sono stati ritrovati i nastri si trova nella zona di Londra, dove Marley presumibilmente alloggiava durante i suoi tour negli anni Settanta, in compagnia della propria band, "The Wailers". A raccontare la storia al “Telegraph” è stato Joe Gatt, uomo d'affari e grande fan di Marley. Gatt ha ricevuto tempo fa una telefonata da un suo amico che si stava occupando di svuotare dagli oggetti indesiderati l'ex albergo londinese. Il fatto che proprio in quell'hotel avesse alloggiato il cantante reggae ha fatto scattare la curiosità di Gatt: il suo amico aveva aggiunto di aver trovato quelli che sembravano nastri appartenuti a Bob Marley.

I concerti. Capita l'importanza del tesoro che aveva tra le mani, Gatt ha fatto di tutto per restaurare i nastri e metterli in condizione di essere ascoltati dai migliori specialisti del settore. Nonostante sembrasse in un primo momento che l'umidità li avesse danneggiati in modo irreparabile, i progressi tecnologici hanno reso possibile il recupero. Ora chiunque potrà ascoltare le registrazioni dal vivo fatte al Lyceum di Londra nel 1975, all'Hammersmith Odeon nel 1976, al Rainbow nel 1977 e al Pavillon di Parigi l'anno successivo. Nelle registrazioni ritrovate si trovano versioni inedite delle performance live di pezzi storici come "No Woman No Cry", "Jamming", "Exodus" e "I Shot The Sheriff".

Un anno di restauro. Martin Nichols è il proprietario del White House Studios, uno studio di registrazione ad Enfield, nel nord di Londra. Gatt ci è arrivato grazie all'intuizione del suo socio in affari, Louis Hoover, anch'egli cantante jazz.

Ad una prima analisi, Nichols ha trovato alcuni avvisi come "Damaged - do not play" (danneggiato - non ascoltarlo), ma, nonostante le difficoltà, è riuscito a riportare 10 dei 13 nastri ad una condizione accettabile. Due nastri sono risultati vuoti, mentre uno era irrimediabilmente rovinato. Ci è voluto quasi un anno per completare il restauro, tempo in cui ogni nastro è stato delicatamente e meticolosamente pulito.


"È stato uno dei lavori più difficili che io abbia mai accettato. È stato davvero un atto d'amore"

Il restauratore ha raccontato che i nastri erano inizialmente ricoperti di melma: "Se li avessi ascoltati in quelle condizioni, li avrei distrutti per sempre". Il risultato ha sorpreso anche l'esperto. Ora i master sono ascoltabili in formato digitale e restituiscono la professionalità con cui sono state registrati e la magia della voce di Bob Marley: un'operazione dal costo complessivo di 25mila sterline.
(Fonte: Sky Tg24)

Bob Marley

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Articolo a cura di
Maris Davis

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martedì 21 febbraio 2017

Chi era Malcom X

Il noto attivista per i diritti dei neri fu ucciso a New York il 21 febbraio 1965 da da militanti di un gruppo religioso di cui anche lui aveva fatto parte.

Malcolm X, un leader religioso e attivista per i diritti umani, fu ucciso con ventuno colpi d’arma da fuoco mentre teneva un discorso davanti a quattrocento persone in un hotel di New York, negli Stati Uniti. I suoi assassini furono identificati come membri della Nazione Islamica, un controverso gruppo politico che sostiene i diritti civili dei neri e di cui Malcolm X aveva fatto parte.

Malcolm X è considerato una delle figure più importanti della storia degli Stati Uniti del secondo dopoguerra, e insieme a quello che molti considerano uno dei suoi rivali, Martin Luther King, uno degli esponenti più importanti del movimento dei diritti civili dei neri.

Malcolm X si chiamava Malcolm Little, ma decise di eliminare il suo cognome perché sosteneva che era un’eredità dello schiavismo. Durante un’intervista spiegò: «Mio padre non conosceva il suo vero cognome. Lo ricevette da suo nonno che a sua volta lo ricevette da suo nonno che era uno schiavo e che ricevette il cognome dal suo padrone». Malcolm X nacque nel 1925 ed ebbe un’infanzia molto complicata: suo padre fu ucciso quando aveva sei anni e poco tempo dopo sua madre fu ricoverata in una clinica psichiatrica. Nel 1946 Malcolm X fu arrestato per alcuni furti in appartamento e fu condannato a otto anni di prigione.

Nel carcere di Charlestown, vicino Boston, Malcolm X conobbe la Nazione Islamica, un gruppo di suprematisti neri che predicava l’emancipazione dei neri attraverso un’interpretazione originale della religione islamica. Dopo essersi avvicinato al gruppo ed essersi convertito alla versione dell’islam praticata dalla Nazione Islamica, Malcolm X trascorse la maggior parte del tempo che gli rimaneva da passare in prigione leggendo libri e studiando. Quando uscì dal carcere, nel 1952, divenne un membro importante dell’organizzazione, oltre che uno dei suoi leader religiosi. In questi anni cominciò anche il suo impegno militante per i diritti civili (fu in quel momento che decise di cambiare il nome).

Malcolm X divenne famoso in tutti gli Stati Uniti nel 1957, quando Johnson Hinton, un membro della Nazione Islamica, fu picchiato e arrestato dalla polizia di New York. Malcolm X riuscì in poche ore a radunare una folla davanti alla stazione di polizia. Insieme a un avvocato chiese di vedere Hinton, ma la polizia negò di averlo in custodia. Quando le persone all'esterno della stazione di polizia diventarono diverse centinaia, i poliziotti cambiarono idea e permisero a Malcolm X di incontrare Hinton. Hinton aveva ricevuto diversi colpi alla testa ed era in gravi condizioni. Malcolm X riuscì a farlo trasportare in ospedale.

Da quel momento, Malcolm X fu invitato molte volte in radio e in televisione, e le sue dichiarazioni finirono spesso pubblicate sui giornali. All'epoca il suo attivismo era molto intenso. Tra gli insegnamenti praticati dalla Nazione Islamica, c’era per esempio la supremazia dei neri sui bianchi e l’idea che tutti i bianchi fossero intrinsecamente malvagi, o comunque colpevoli dell’oppressione dei neri. In uno dei suoi più famosi discorsi, Malcolm X dichiarò che i neri degli Stati Uniti dovevano lottare per i loro diritti «con tutti i mezzi necessari»


Fu acerrimo "nemico" di Martin Luther King per un diverso modo di concepire l'emancipazione dei neri d'America. Mentre Martin Luther predicava l'uguaglianza tra bianchi e neri e la non violenza, Malcom X, all'esatto opposto, concepiva la supremazia dei neri sui bianchi da ottenere ad ogni costo.

Malcolm X fu sempre molto ostile all'altro grande leader del movimento dei diritti civili, Martin Luther King. Malcolm X definì King uno “strumento della repressione dei bianchi”, e criticò le sue teorie sulla non-violenza, sostenendo che facevano il gioco dell’oppressore e insegnavano ai neri a non reagire. Fu anche contrario alla Marcia su Washington, una delle più grandi manifestazioni per i diritti civili nella storia degli Stati Uniti, che si tenne nell'agosto del 1963. Con disprezzo, Malcolm X la definì la «farsa su Washington».

Nel 1964, poco più di un anno prima della sua morte, Malcolm X annunciò di aver interrotto i suoi rapporti con la Nazione Islamica. Due anni prima era venuto a sapere che il leader dell’organizzazione, Elijah Muhammed, aveva diverse cause in corso con due sue segretarie che gli chiedevano di riconoscere i figli avuti da relazioni illegittime. Malcolm X perse la fiducia in Muhammed e cominciò ad allontanarsi dal gruppo. Il sentimento di sfiducia tra i due era in realtà reciproco (sembra che Muhammed invidiasse molto la celebrità di Malcolm X). Muhammed decise di sospendere dal gruppo Malcolm X dopo che aveva dato un’intervista non autorizzata: in risposta Malcolm X si dimise definitivamente.

Uscito dall'organizzazione Malcolm X fece un pellegrinaggio alla Mecca. I suoi amici e biografi scrissero che il viaggio in Arabia Saudita lo cambiò molto: per esempio aveva cominciato a non considerare più tutti i bianchi come dei nemici. Disse che aver visto pregare insieme dei musulmani dalla pelle scura e chiara, biondi o con i capelli neri, gli aveva insegnato nuovi modi per risolvere il problema dei diritti dei neri negli Stati Uniti.

Ad aprile del 1964 cominciò un lungo viaggio in diversi paesi del mondo. Tornò negli Stati Uniti a febbraio del 1965. Pochi giorni dopo, il 21 dello stesso mese, fu ucciso in un hotel di New York da alcuni membri della Nazione Islamica.

"Poiché non è possibile odiare le radici dell'albero, noi non odiamo l'albero"



Articolo a cura di
Maris Davis

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lunedì 13 febbraio 2017

Sud Sudan, sarebbero 17.000 i "bambini soldato" arruolati nel conflitto

L'Unicef ricorda che decine di migliaia di bambini vengono reclutati e utilizzati nei conflitti in tutto il mondo. Solo nel Sud Sudan, dal 2013, sono stati utilizzati nel conflitto oltre 17.000 bambini.

L'Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti dell'infanzia punta il faro sul Sud Sudan, dove a oltre tre anni dall'inizio del conflitto i bambini continuano a essere reclutati da forze e gruppi armati. Secondo l'Unicef nel 2016 sono stati reclutati 1.300 bambini. Questo porta il numero totale di bambini utilizzati nel conflitto dal 2013 a oltre 17.000. Dal 2013, l'Unicef e i suoi partner hanno registrato: 2.342 bambini uccisi o mutilati, 3.090 bambini rapiti, 1.130 bambini vittime di abusi sessuali. Inoltre 1.932 bambini sono stati rilasciati da forze e gruppi armati, 1.755 nel 2015 e 177 nel 2016.

"Non possiamo aspettare la pace per aiutare i bambini intrappolati nelle guerre. Dobbiamo investire in interventi concreti per tenerli lontani dalle linee di combattimento, soprattutto attraverso l'istruzione e il sostegno economico". L'Unicef opera per rispondere ai bisogni specifici e ai diritti dei bambini e delle bambine vittime dei conflitti armati, promuovendo interventi immediati e a lungo termine di sostegno psico-sociale, educativo e di formazione professionale.

Solo nel 2015 l'Unicef ha assicurato il rilascio di più di 10.000 bambini costretti a combattere da forze armate regolari oppure da gruppi armati ribelli, e ha contribuito a reinserire nel tessuto familiare più 8.000 bambini in tutto il mondo.

Un bambino soldato è una persona sotto i 18 anni di età, che fa parte di qualunque forza armata o gruppo armato, regolare o irregolare che sia, a qualsiasi titolo, combattenti ma anche cuochi, facchini, messaggeri. Questo dramma riguarda anche le ragazze reclutate per fini sessuali e per matrimoni forzati.

Per aiutarli, secondo l'Unicef bisogna:
  • allontanare dei bambini dai gruppi armati o dagli eserciti;
  • assicurare loro l'accesso ai servizi sanitari e sociali di base;
  • consentire il reinserimento familiare e sociale presso le comunità di origine degli ex bambini soldato;
  • offrire loro alternative concrete attraverso percorsi di scolarizzazione, formazione psico-attitudinale, supporto psicologico, mediazione familiare e supporto alle comunità di provenienza;
  • proporre progetti specifici rivolti alle bambine e ragazze vittime di violenza sessuale e alle giovani madri.


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Maris Davis

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domenica 12 febbraio 2017

Ius Soli. Seconde generazioni in piazza. "Siamo Italiani"

Al Pantheon il primo sit in del “febbraio della cittadinanza”. L'appoggio del ministro Delrio: “Battaglia giusta”. Chaouki: “Andremo anche da Mattarella

Sui passaporti dei figli degli immigrati, sopra lo stemma della Repubblica, c’è scritto: “Chi nasce o cresce in Italia è italiano”. Poi c’è un appello al Senato: “Rispondi!

Quei passaporti sono comparsi nel pomeriggio del 7 febbraio davanti al Pantheon a Roma, nel sit in promosso dalla campagna "l’Italia sono anch’io" e dal movimento Italiani senza Cittadinanza per chiedere a Palazzo Madama di approvare la riforma che renderebbe italiane anche per legge le seconde generazioni. La mobilitazione è permanente, ci saranno eventi al Pantheon ogni martedì pomeriggio, fino a una manifestazione nazionale fissata per il 28 febbraio.

Lo abbiamo chiamato "febbraio della cittadinanza" e chiediamo a tutti di darci sostegno. "Aspettiamo questa riforma da tanti anni e oggi ci ritroviamo ancora a dire che non vogliamo più essere fantasmi” ha detto Fatima Edith Maiga, 25 anni, una degli Italiani senza Cittadinanza scesi in piazza. È arrivata in Italia a 9 anni, è cresciuta a Reggio Emilia, sta prendendo a Roma una seconda laurea. Per la legge, più che un fantasma, è un’immigrata ivoriana.

Davanti al Pantheon, ed è un segnale importante, è arrivato anche il ministro Graziano Delrio, che quando era sindaco di Reggio Emilia fu portavoce della Campagna l’Italia sono anch’io. “Il governo accompagna, non si sostituisce al Parlamento. Però politicamente è giusto che questa battaglia venga portata avanti, anche dentro al Partito Democratico. Farò tutto quello che posso fare, ci tengo. C’è tempo per approvare la riforma prima delle elezioni, dobbiamo andare fino in fondo

La riforma arrivi subito in Aula, saltando il passaggio in Commissione” torna a chiedere Filippo Miraglia, vicepresidente dell’ Arci. “Il problema non sono i settemila emendamenti della Lega Nord, ma quello che vuole fare il Partito Democratico. Ha ancora la volontà politica di condurre in porto una riforma sulla quale ha trovato faticosamente alla Camera un accordo col Nuovo Centrodestra? Per la paura, infondata, di perdere consenso elettorale, il PD potrebbe allargare la distanza tra questi ragazzi e il loro Paese

Noi seconde generazioni possiamo costruire ponti, anche tra l’Italia e gli altri Paesi, ponti fatti di solidarietà, integrazione e comprensione reciproca. Il nostro è un messaggio di apertura per questo Paese, che è il nostro Paese. Io per diventare italiano ho dovuto rinunciare alla cittadinanza cinese, è stato doloroso ma ho scelto l’Italia” ha raccontato Marco Wong, di Associna, che ieri era nella delegazione ricevuta dal presidente Grasso Palazzo Madama.

Ci si muove su più fronti per arrivare al risultato. “Stiamo pensando di incontrare anche il presidente Mattarella” ha spiegato oggi Khalid Chaouki, il deputato del PD che insieme alla collega Milena Santerini (Democrazia solidale – CD), ha promosso un appello per la riforma della cittadinanza, sottoscritto da parlamentari, associazioni, artisti e scrittori.




Questa è una riforma di buon senso, riconosce un diritto sacrosanto di 800 mila figli di immigrati ma promuove anche una cittadinanza più consapevole, che unisce nascita in Italia e percorso scolastico. Possiamo togliere alibi a chi rivanga nelle zone d’ombra della ghettizzazione e sbattere la porta in faccia a chi specula sulla paura. È una battaglia di civiltà per dare all’Italia un’identità plurale e più forte grazie ai suoi nuovi cittadini

Siamo impazienti. Perdere questa occasione sarebbe un’enorme miopia politica. In questi anni i motivi per approvare la riforma non sono venuti meno, ma sono aumentati. Riguardano il presente, per la situazione di questi italiani di fatto ma non di diritto, ma anche una visione dell’Italia del futuro, che ha tutte le ragioni per pensare a un futuro insieme alla seconde generazioni e alla ricchezza che rappresentano


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Maris Davis

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sabato 11 febbraio 2017

Nigeria. Sequestrate armi destinate a Boko Haram, erano "made in Italy"

Quei 661 fucili made in Italy destinati a Boko Haram. Il governo (italiano), che dice?


Armi, armi, ancora armi esportate clandestinamente per sostenere nientemeno che il terrorismo islamico. Stavolta non si tratta di un carico diretto dall'Italia all'Arabia Saudita per rifornire i bombardieri di Riyadh diretti a colpire e uccidere nello Yemen. No, stavolta un carico di 661 micidiali fucili a pompa è stato intercettato e sequestrato in Nigeria, federazione di stati da tempo nel mirino dei Boko Haram, gli spietati integralisti islamici che seminano la morte nella comunità cristiana del paese (oltre che in Niger, Ciad e Camerun)

In grigio i territori sotto
l'influenza di Boko Haram
Allora, se è veritiera la sigla, quale azienda italiana li ha prodotti, e dove? E, se davvero i fucili sono stati fabbricati in Italia, come è stato possibile che l’Ufficio delle dogane abbia consentito l’esportazione del carico? E quell'Ufficio non sa che, attraverso la famigerata triangolazione (in questo caso sono puntualmente coinvolti ben quattro paesi), le armi possono giungere, ovunque piaccia, a destinazione seminando terrore e morte? Sono questi gli interrogativi che il deputato del Partito Democratico Dario Ginefra ha rivolto a più ministri (Interno, Sviluppo economico, Economia, Esteri) che per dritto o per rovescio la vicenda chiama in causa.

Ricominciamo daccapo. Il servizio generale nigeriano, esattamente la Federal Operations Unit (zone A), ha intercettato, appena qualche settimana fa, un tir lungo l’Apapa Road, nello Stato di Lagos (dove i musulmani sono solo il venticinque per cento della popolazione) che trasportava un container ufficialmente contenente “porte in acciaio e altri beni” non precisati. Bloccato il tir e imposta la verifica del carico, sul fondo del container i poliziotti hanno scoperto 49 casse contenenti appunto i 661 fucili a pompa con il marchio della fabbricazione italiana. Di conseguenza sono state arrestate tre persone: l’importatore Oscar Okafor, lo spedizioniere Mahmud Hassan e l’autista del camion, Sadique Mustapha. Arrestati e detenuti anche tutti i doganieri nigeriani che si sono occupati a vario titolo dell’accesso del carico nella Federazione nigeriana. Non si ha ancora notizia dei risultati dagli interrogatori.

Ora il punto gravissimo è che, se non il camion, certamente il container (sigla: ponu8259143) è passato e strapassato per il sistema delle dogane dell’Unione europea. Se infatti il carico è partito, ufficialmente, da luogo sconosciuto (la Cina, secondo il colonnello Hameed Ali che ha guidato le indagini), poi il sistema di tracciamento Maersk ha rivelato che è giunto al porto di Istanbul il 10 dicembre scorso. Imbarcato su una nave, il container ha lasciato la Turchia la vigilia di Natale. Il 3 gennaio la nave, con il suo carico micidiale, è arrivata in Spagna e ha attraccato ad Algesiras.

Qui cambio di nave e via verso la Nigeria, con sbarco del container ad Apapa il 16 gennaio. E qui c’è pronto un altro camion: prende in carico le casse con i fucili a pompa “made in Italy” e parte per destinazione ignota ma è subito bloccato dalla polizia nigeriana in base al sospetto che le armi siano destinate a rifornire i terroristi della Boko Haram, protagonisti di cento imprese contro uomini, donne e bambini di religione cattolica.

Donne e bambini in fuga dalla violenza di Boko Haram accampati
nella regione di Nguigimi, in Niger, poco oltre il confine con la Nigeria

Ma c’è un altro interrogativo da sciogliere. O davvero le armi sono state fabbricate in Cina, paese specialista nei falsi d’ogni genere (e allora bisogna accertare chi, come e perché hanno impresso il marchio “made in Italy”), oppure il giro che questi 661 fucili a pompa hanno fatto è ancora più gigantesco: fabbricati davvero in Italia sono stati spediti altrove, forse appunto in Cina, e da lì hanno cominciato un pellegrinaggio per mezzo mondo in modo da far sparire le tracce di origine.

Comunque è necessaria una inchiesta, una severa inchiesta, di cui deve farsi carico in primo luogo il governo italiano: o per difenderne una volta tanto il buon nome (si fa per dire, dal momento che le centinaia di bombe fabbricate in Italia per conto di una impresa tedesca e spedite in continuazione a Riyadh, dimostrano che il buon nome dell’Italia è stato e viene regolarmente sporcato dai fabbricanti di morte); o per accertare chi in Italia, per l’ennesima volta, ha scavalcato ogni principio giuridico, politico e morale per far quattrini su vittime innocenti del terrorismo.

Questo tanto più che “questi fucili sono totalmente banditi, e la loro importazione è illegale: è una completa violazione delle leggi nigeriane. Una violazione omicida ancor più inaccettabile se si considera la situazione di fragile sicurezza di alcune parti del Paese

Ora, sottolinea l’interrogazione al parlamento italiano dell'on. Ginefra (di cui si sollecita la risposta in commissione (invece che in aula, per ottenere più rapidamente una risposta), non è che i ministeri coinvolti nella vicenda possano dirsi all'oscuro di quanto è avvenuto. Impossibile: la notizia, e tutti i particolari che sono stati qui riferiti, sono stati denunciati il 1º febbraio scorso su La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, e lì sono rimasti, ignoti ai più ma non certo, solo per esempio, alla prefettura, alla questura, alle sedi distaccate dei servizi segreti, all'ufficio delle dogane e quant'altri del capoluogo pugliese.

Possibile che nessuno di questi uffici abbia trasmesso almeno una informativa a Roma? Possibile insomma che solo un deputato pugliese si sia accorto della notizia e ne chieda conto ai ministri chiamati in causa? E infatti Dario Ginefra chiede ora se questi “siano stati messi al corrente dei fatti” riportati dalla Gazzetta; “quali iniziative intendano promuovere, anche in collaborazione con la Repubblica federale della Nigeria, per chiarire la reale provenienza degli armamenti sequestrati e la loro reale sede di fabbricazione; e infine “quali controlli siano stati posti in essere dall’Ufficio delle dogano, e quali si intendano porre in essere per contrastare il fenomeno del traffico illegale d’armi”, tante volte, e ostinatamente, denunciato.
(articolo di Gorgio Frasca Polara, giornalista de l'Unità)

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giovedì 9 febbraio 2017

Argentina .. "Tetas Libres". Protesta delle donne per difendere il topless

Le tette sono mie, né del governo, né della polizia, Protesta a seno nudo per difendere il topless

Decine di donne in topless, insieme ad altre centinaia di manifestanti, sono scese in strada a Buenos Aires, Mar del Plata e Rosario per difendere il loro diritto di prendere il sole a seno nudo. La protesta, definita "tetazò" dagli organizzatori, arriva dopo che lo scorso mese la polizia, su richiesta di alcuni bagnanti infastiditi dalla presenza di tre donne che prendevano il sole in topless sulla spiaggia di Necochea, è intervenuta in massa costringendo le ragazze ad andare via.

Molte di loro portavano sul petto la scritta 'Tetas Libres'. Mentre altre cantavano gli slogan dipinti sui loro corpi come «gli unici seni che disturbano loro sono quelli che non sono in vendita»

«Chiediamo il diritto di decidere dei nostri corpi. La protesta non è solo per il topless, ma per la massiccia disuguaglianza tra uomini e donne»


Si "Tetas Libres", anch'io con le donne argentine
Brave ragazze, io sono con voi. La "danzatrice nuda" è al vostro fianco




Articolo di
Maris Davis

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