mercoledì 24 agosto 2016

Forte terremoto in Centro Italia, epicentro nel reatino. Crolli diffusi e vittime


La prima scossa di magnitudo 6.0 alle 3.36 in provincia di Rieti, la seconda alle 4.33. In tanti sotto le macerie. I comuni più colpiti Arquata in provincia di Ascoli Piceno, Accumoli e Amatrice in provincia di Rieti.

Amatrice, distruzione nella via principale
Forte sisma tra Lazio, Marche e Umbria nella notte. Paura, crolli, feriti, vittime, un comune, Amatrice, in provincia di Rieti, e una frazione, Pescara del Tronto nelle Marche, praticamente distrutti, ridotti a cumuli di macerie. Ci sono vittime già accertate e nella frazione di Pescara del Tronto ci sarebbero almeno 100 dispersi. Questo è il bilancio della fortissima scossa di terremoto avvertita distintamente in tre regioni del Centro Italia.

Il sisma, secondo l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ha avuto una magnitudo di 6.0 e una profondità di 4 km ed è stato registrato alle 3.36 con epicentro ad Accumoli, vicino Rieti. A questa prima scossa ne sono seguite molte altre nella notte: una di magnitudo 3.9 vicino Perugia, e altre due di magnitudo 3.9 e 3.8 sempre nei pressi di Rieti. È stata di magnitudo 5.4 la seconda forte scossa di terremoto registrata alle 4 e 33, con epicentro tra Norcia (Perugia) e Castelsantangelo sul Nera (Macerata) ed ipocentro a 8,7 chilometri di profondità. Il sisma è stato avvertito anche a Roma e Bologna, ma qui non si riscontrano danni a cose o persone. Altre scosse si stanno susseguendo anche in queste ore.

Amatrice distrutta, vista dall'alto (Foto VF)
Ad Amatrice si scava con le mani tra le macerie. Le zone più colpite sono i comuni nella provincia di Rieti: Amatrice e Accumoli soprattutto. La situazione più grave ad Amatrice, dove la via principale è crollata quasi completamente e le strade di accesso al paese sono inaccessibili. Già confermate alcune vittime.

Accumoli, è un dramma collettivo. Persone sotto le macerie anche ad Accumoli (comune di nemmeno 700 persone suddiviso in 17 piccole frazioni), dove ci sono sicuramente delle vittime, tra cui due bambini piccoli, mentre si cercano intere famiglie e altri bimbi sotto le macerie.

"È un disastro, il paese è semi-demolito, siamo senza luce, senza telefoni, in tanti sono ancora sotto le macerie, non riusciamo a quantificarle" è il lamento disperato del sindaco. La situazione della viabilità è estremamente difficile. La statale 4, a circa 4 km dal Comune di Accumoli, il sisma ha provocato un dislivello di circa 15 centimetri su un viadotto. Problema simile su un altro viadotto.

Arquata del Tronto, salvati due turisti romani. Vittime anche ad Arquata del Tronto, in provincia di Ascoli, sul lato marchigiano del sisma quasi al confine con il Lazio. I primi soccorritori confermano che "il paese è ridotto ad un unico blocco di macerie". Tantissimi i dispersi, si calcola siano un centinaio. Si scava tra le macerie ad Arquata: un bimbo è stato estratto vivo e sta bene. Si cercano altri dispersi, residenti e persone ancora intrappolati: decisa l'evacuazione dell'intero borgo storico. Per i soccorritori è una corsa contro il tempo. Due anziani turisti romani sono invece stati salvati dalle macerie della loro abitazione, crollata.

Crollo sul Gran Sasso. Il forte sisma ha provocato il crollo è sgretolata della parete est del Corno Piccolo sul Gran Sasso. L'allarme è dato su Facebook dal Rifugio Franchetti, a 2.433 metri. "Ore 3.30: anche noi qui al rifugio siamo stati svegliati da una forte scossa di terremoto, nella nebbia si è sentito un forte rumore di crollo dalla parete est del Corno Piccolo. Al momento non si vede di quale entità, ma l'impressione è che sia venuto giù un bel pezzetto di montagna. L'incubo è tornato"

In azione mezzi speciali partiti da Roma. Una componente del sesto reggimento Genio di Roma, con mezzi speciali, è partita verso le zone colpite dal sisma. Squadre della scuola interforze NBC di Roma sono già in prefettura, a disposizione delle autorità , insieme ad un ufficiale di collegamento Il Dipartimento della Protezione civile è in contatto con tutti i territori colpiti, come ad Amatrice, rende noto Palazzo Chigi, con un post su Twitter. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi segue da Palazzo Chigi gli sviluppi della situazione del forte sisma, in stretto contatto con la Protezione civile.

Soccorsi già partiti anche Veneto e Friuli Venezia Giulia con elicotteri, duecento volontari e colonne di mezzi di soccorso e di primo intervento.

Secondo la Protezione Civile questo terremoto è paragonabile a quello dell'Aquila del 2009. Per una coincidenza si è verificato nello stesso orario di notte e con la stessa intensità. Il valore è paragonabile al sisma de L'Aquila anche se lo scenario è diverso, L'Aquila era una città capoluogo di Regione e quindi densamente popolata, mentre oggi il sisma ha colpito una popolazione più diffusa, piccole cittadine e paesi di montagna che però d'estate ospitano anche molti turisti.
(Maris)





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martedì 23 agosto 2016

L'esercito nigeriano annuncia l'uccisione del leader di Boko Haram

L'esercito nigeriano ha annunciato oggi su Twitter che il leader dell'organizzazione integralista islamica Boko Haram, Abubakar Shekau, é stato "ferito mortalmente" venerdì scorso, nel tardo pomeriggio, durante un raid aereo in cui sono stati uccisi anche numerosi comandanti del gruppo e 300 miliziani. La notizia ripresa da molti network e agenzie di stampa internazionali.
L'annuncio giunge un giorno dopo la notizia, diffusa dall'aeronautica militare nigeriana, dell'uccisione di circa 300 membri di Boko Haram in una serie di raid nello stato del Borno, nel nord-est della Nigeria, una roccaforte del gruppo. Il 4 agosto scorso Shekau aveva annunciato di essere ancora lui il leader dell'organizzazione e non la persona nominata il giorno precedente dall'Isis, Abu Musab al-Barnawi, già portavoce di Boko Haram. L'annuncio, arrivato con un messaggio audio, indicava una probabile rottura dei jihadisti nigeriani con lo Stato islamico.

Abubakar Shekau
Molte volte in passato Abubakar Shekau era stato dato per morto, come nel settembre di due anni fa anonime "fonti della sicurezza" avevano riferito che Shekau era rimasto ucciso nel corso di violenti combattimenti con l'esercito camerunese, ma il mese successivo il leader di Boko Haram era comparso in un video affermando di essere ancora vivo.

Questa volta la fonte è quella ufficiale dell'esercito nigeriano che proprio in questi giorni sta attaccando con determinazione le basi di Boko Haram nella foresta di Sambisa, nel Borno State.

Un attacco in risposta al video divulgato dopo ferragosto, nel quale apparivano alcune delle ragazze rapite a Chibok più di due anni fa, e in cui i jihadisti islamici nigeriani chiedevano la scarcerazione dei loro leader in cambio della liberazione delle ragazze, e dopo l'accusa al governo federale delle mamme di non far nulla per liberare le loro figlie - Leggi -
(Fonte: Indipendent)

Ecco cos'è Boko Haram in Nigeria, orrore, massacri, morte e terrore
  • Boko Haram dal 2009 ha ucciso quasi 25.000 persone, per lo più cristiani del nord Nigeria
  • Distrutto almeno 500 Chiese cristiane
  • Distrutto mille Scuole solo nel 2015, impedendo di fatto l'istruzione a più di un milione di bambini (Boko Haram ha distrutto più di mille scuole in Nigeria, solo nel 2015) - leggi -
  • Bruciato centinaia di villaggi uccidendo chiunque, donne, vecchi e bambini
  • Si stima che Boko Haram abbia reclutato circa 10.000 bambini soldato, strappati alle loro famiglie e addestrati come combattenti
  • Dal 2014 ha rapito almeno tremila ragazze per farne schiave sessuali, per convertirle all'Islam e fare di loro "madri" di futuri soldati dell'Islam (Violentate affinché possano partorire i futuri soldati di Boko Haram) - leggi -
  • Tra il 2014 e il 2016 sono circa un centinaio le bambine, alcune avevano meno di 10 anni, usate per compiere attentati. Bambine kamikaze (Le bambine kamikaze di Boko Haram) - leggi -
  • A causa di Boko Haram in questo momento in Nigeria ci sono almeno 2,7 milioni di profughi, alcuni rifugiati nei paesi vicini, Camerun, Ciad e Niger (Nigeria, tra i profughi provocati da Boko Haram è crisi umanitaria) - leggi -


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I bambini kamikaze dell'Islam violento e vigliacco

Il baby kamikaze fermato in Iraq
I bambini kamikaze dell'Isis hanno meno di 14 anni. Dopo la strage di Gaziantep, in Turchia, dove un ragazzino imbottito di esplosivo ha ucciso 51 persone, tra i quali 29 bambini, durante un banchetto di nozze, in Iraq le forze dell'ordine hanno fermato un 12enne, sotto la maglia di Messi aveva una cintura esplosiva.

Bambini kamikaze pronti al sacrificio. I "nuovi" terroristi hanno meno di 14 anni. Il manuale per "aspiranti terroristi" del Fronte della Conquista del Levante, il nuovo nome scelto dal gruppo terrorista di al Nusra, lo scrive chiaramente, "Usate i bambini per compiere attacchi terroristici, facendo loro credere che si tratti di un gioco innocente". È questa l'ultima frontiera del terrorismo nero, prendere dei bambini, dei ragazzini, imbottirli di esplosivo e mandarli a morire. E, soprattutto, a uccidere. Questo è accaduto sabato sera a Gaziantep, città turca abitata da curdi. Questo stava per accadere a Kirkuk, capitale del Kurdistan iracheno.

Nigeria. Una bambina kamikaze di Boko Haram
È già successo in Nigeria, dove il gruppo islamista tra il 2015 e il 2016 ha costretto almeno 50 bambine a morire in nome dell'Islam. Il disprezzo che Boko Haram nutre per la figura femminile, anche quella di religione islamica, è tale che la donna viene vista solo come "fattrice" o schiava alla quale far fare qualsiasi cosa. Anche la bomba umana. Per il gruppo islamista nigeriano una bambina di dieci anni non è una creatura da proteggere ma una cosa di cui servirsi, e l'uso sistematico di giovani ragazze e di bambine anche di dieci anni per compiere attentati ne è la dimostrazione - Leggi - Le bambine kamikaze di Boko Haram -

L'attentato sventato. Erano le 21 di domenica sera quando le forze dell'ordine in pattuglia per le strade di Kirkuk (in Iraq) hanno fermato un ragazzino di 12 anni. Sotto la maglia del Barcellone di Leo Messi, una cintura esplosiva: solo l'intervento degli agenti ha evitato che il baby-terrorista potesse compiere l'ennesima strage.

La strage di Gaziantep. È di una vera e propria strage, invece, il bilancio dell'attentato di Gaziantep compiuto da un altro baby-terrorista. Aveva tra i 12 e i 14 anni. Il dramma, anche in questo caso, al confine con la Siria durante un ricevimento di matrimonio, 51 le persone morte, 69 i feriti. A rendere ancor più disumano il conteggio delle vittime, i 29 bambini rimasti uccisi per mano del baby-kamikaze. "Durante la festa di nozze, un attentatore suicida tra i 12 e i 14 anni si è fatto esplodere o è stato fatto esplodere con un comando a distanza e i primi indizi lasciano supporre che si tratti di terroristi dell'Isis"

Le indagini. Secondo le prime informazioni delle indagini l'attentatore potrebbe essere entrato in Turchia dalla Siria, ma si indaga su possibili cellule cresciute sul territorio turco a Istanbul o nella stessa Gaziantep. Secondo il quotidiano turco il tipo di bomba usata nell'attentato, con pezzi di metallo all'interno, è simile agli esplosivi impiegati negli attacchi kamikaze contro filocurdi nella città di confine di Suruc e alla stazione di Ankara l'anno scorso, entrambi collegati all'Isis.

I bambini soldato dell'Isis. Una recente pubblicazione del CTC (Combatting Terrorism Center) mette in luce alcuni aspetti e alcune statistiche che meritano di essere prese in considerazione. Dalla ricerca emerge chiaramente che l’ISIS sta utilizzando in modo crescente bambini e giovani come mai aveva fatto in passato.

Questo coinvolgimento sempre maggiore di bambini nel conflitto siriano-iracheno è da legarsi principalmente alla campagna di propaganda condotta dall'ISIS che rende protagonisti i bambini in contesti diversi: dalle esecuzioni (tristemente famosa quella in cui un bambino di 10 anni circa insieme a un adulto spara alla nuca di un prigioniero accusato di essere una spia) ai filmati dei campi di addestramento fino a immagini meno violente riguardanti momenti di studio del Corano o di eventi divulgativi, e ora la prova del coinvolgimento di bambini per compiere attentati.

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venerdì 19 agosto 2016

Nigeria. Nuovo video di Boko Haram, ci sono le ragazze rapite a Chibok più di due anni fa

Nel video di Boko Haram c’è Dorcas, e mamma Esther rivede viva sua figlia. Due interminabili anni senza avere notizie, aggrappandosi solo ai sogni e alla speranza. Ma nell'ultimo filmato diffuso dai jihadisti nigeriani una donna ha riconosciuto la propria figlia.

Per due anni mamma Esther è sempre stata convinta che sua figlia Dorcas fosse viva, pur non avendone alcuna prova. In questi giorni l’ha riconosciuta dalla voce. La sedicenne Dorcas appare nell'ultimo video dei jihadisti nigeriani del gruppo Boko Haram. È la ragazza che parla a nome delle decine di compagne velate tenute in ostaggio come lei. Nel filmato diretto alle loro famiglie, Dorcas dice di chiamarsi Maida, perché i combattenti le hanno cambiato il nome, come sempre fanno con le prigioniere costrette a convertirsi all'Islam e poi violentate e messe incinte.

Sono passati più di due anni dal rapimento di Dorcas e di altre 276 ragazze nella sua scuola di Chibok, nel nord della Nigeria, il 15 aprile 2014, il gruppo Boko Haram, oggi affiliato con l'Isis, le caricò sui furgoni nel mezzo della notte e le portò nella foresta di Sambisa. Alcune decine riuscirono a scappare saltando dai veicoli o correndo nella foresta.

Dorcas e l’amicizia fraterna per Saraya. Il destino delle 219 studentesse rimaste in mano a Boko Haram invece è rimasto avvolto per due anni nel silenzio. Lo scorso fine marzo la prima (e l’unica delle 219) a scappare è stata Amina, con una bimba in fasce, sua figlia. Ora questo video sembra suggerire nuovamente che i miliziani siano disposti ad uno scambio tra le ragazze e i loro uomini prigionieri nelle carceri di Abuja.

"Non siamo felici qui. Supplico i nostri genitori di incontrare il governo per liberare i loro prigionieri in modo che noi possiamo essere rilasciate" fanno dire a Dorcas. A casa di Dorcas nulla è più lo stesso. Dopo nuovi attacchi di Boko Haram, la famiglia è scappata da Chibok ad Abuja. Suo fratello Messi di quattro anni credeva che fossero stati i soldati del governo a portarla via. Ma sua sorella Happy, che ha 13 anni, gli ha spiegato che non sono stati i soldati.

Dorcas è scomparsa con la sua migliore amica Saraya. Entrambe videro altre compagne saltare giù dai pick-up per scappare, in quella notte del 15 aprile 2014. Dorcas le seguiva con lo sguardo. Ma Saraya era paralizzata dalla paura, non ci sarebbe mai riuscita. Era la sua amica, la sua ombra. Mangiavano dallo stesso piatto, cantavano le stesse canzoni. Come poteva abbandonarla?

Esther, madre coraggio che non si arrende. Esther, intervistata da un giornalista del Corriere della Sera nella sua casa ad Abuja, in Nigeria, ha combattuto per sua figlia, ha chiesto aiuto al governo, poi ha protestato, è andata anche in TV, si è sentita dire di tutto, persino che sua figlia non è stata rapita davvero, che è tutta una montatura politica. Ha smesso di mangiare, il marito riusciva a stare in casa per mezz'ora al massimo, poi usciva perché non sopportava di vederla soffrire così.

Esther è una donna che ha studiato, ha fatto l’università a Maiduguri a differenza di molte sue coetanee di Chibok. Ma non era nulla di razionale, erano i sogni a dirle che Dorcas era viva. La vedeva nascosta nella foresta, gli elicotteri arrivano all'improvviso, la sollevavano con le compagne da quell'oscurità senza fine. "Mamma dove sei? Perché non sei qui?", le diceva. Alla fine nel sogno si riabbracciavano felici.

Ma questo epilogo nella realtà resta ancora incerto. Esther Yakubu e il marito sono apparsi in uno dei comizi della campagna "Bring Back Our Girls", riportateci le nostre ragazza, che continuano dall'aprile 2014 davanti alla Fontana dell'Unità di Abuja. La famiglia chiede al governo nigeriano di intervenire. Sono felici di aver rivisto la figlia dopo due anni, per la prima volta. Ma sono stanchi.

"Il governo nigeriano non sta facendo niente. Le ragazze che si sono salvate finora lo hanno fatto da sole"
(Corriere della Sera)



Altri articoli sulle studentesse rapite a nell'aprile 2014 a Chibok in questo Blog


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La storia di Dorcas Yakubu raccontata nel libro sulle ragazze rapite in Nigeria
Viviana Mazza, Adaobi Tricia Nwaubani
(Mondadori, aprile 2016)

Un estratto del libro
Per scongiurare gli incubi, a Happy bastava addormentarsi accanto a Dorcas. A casa dividevano il letto e la sorella più piccola ascoltava le storie sulla scuola che le raccontava la più grande come se fossero fiabe esotiche. Happy aveva già undici anni ma si faceva cullare, come da bambina, sulle note della loro canzone gospel preferita: Siamo la generazione eletta Chiamata a mostrare la sua eccellenza. Tutto ciò di cui ho bisogno nella vita, Dio me l’ha dato e so chi sono. So chi Dio dice che sono, quello che dice che sono, a che punto dice che sono. Io so chi sono.

Erano passate tre settimane dall'ultima volta che Dorcas aveva cantato per la sorella. Erano la generazione eletta, ragazze più fortunate delle loro madri. E sarebbero diventate qualcuno nella vita. Ma prima bisognava studiare. Notte dopo notte Dorcas si addormentava e si risvegliava nel dormitorio della scuola di Chibok.

Giorno dopo giorno si preparava per gli esami dell’ultimo anno. Il vicepreside aveva proibito alle ragazze di lasciare il dormitorio, anche se c’era un intervallo di cinque giorni tra una prova e l’altra. Mentre alcune compagne avevano saltato il muretto che circondava il campus ed erano corse a casa rischiando la punizione, Dorcas aveva obbedito ed era rimasta a scuola anche nell'ultimo fine settimana prima di quel lunedì d’aprile. Era il mese più caldo dell’anno, il mese dei manghi maturi. Il profumo dolce dei frutti riempiva l’aria estiva. Nonostante i quaranta gradi, Dorcas indossava un vestito azzurro a maniche lunghe che le arrivava fino ai piedi, con una fantasia a piccole o.

L’unico rifugio dalla calura erano i pochi alberi a fronde e il foulard abbinato, come l'albero di mango sotto cui le ragazze si riunivano durante gli intervalli tra le lezioni. Quella domenica di aprile i suoi genitori non erano andati a trovarla a scuola, ma lei consegnò a una venditrice ambulante di moi moi (torta nigeriana) e di dolci che viveva vicino a casa loro una foto che si era fatta scattare nel cortile assolato.

Con quell'immagine avrebbero illustrato un calendario da regalare ad amici e parenti in attesa di festeggiare la fine degli esami della loro primogenita. Dorcas aveva guardato dritto nell'obiettivo. Il sorriso appena accennato sulle labbra piene, le dita affusolate che riposavano sulle ginocchia, la determinazione negli occhi a mandorla, tutto in lei sembrava dire: “Avrò solo quindici anni, ma io so chi sono”.

Dorcas era bella come sua madre Esther. Lo stesso sguardo, la stessa bocca, un carattere deciso e idee chiare. Riceveva lettere d’amore che trascriveva ordinatamente nel quaderno con la Torre Eiffel in copertina. Dorcas, telecomando della mia vita, quando sono lontano da te, sono comunque con te. Quando ho gli occhi chiusi riesco ancora a vederti. Quando sono sveglio, ti sogno ancora. Quando sento di avere tutto, ho ancora bisogno di te. E non importa cosa succederà, ti amerò sempre.

Raccontava i suoi segreti solo a due persone. La prima era nonna Hauwa, che non li avrebbe rivelati alla mamma nemmeno sotto tortura. Era stata la nonna ad accompagnare Dorcas al suo primo giorno di scuola, perché la mamma frequentava l’università a Maiduguri. Era stata la nonna a portarla sempre con sé avvolta al proprio corpo con un telo. Tanto che, quand'era tornata a Chibok per lavorare come impiegata comunale, vedendo che la piccola continuava ad arrampicarsi sulla schiena della nonna, Esther aveva pianto temendo che sua figlia non la riconoscesse mai più.
E pensare che era rimasta nella sua pancia per dieci mesi, quasi avesse deciso di restare a vivere lì dentro.

La seconda confidente di Dorcas era Saraya Stover, la sua migliore amica, la sua ombra. Avevano la stessa età, cantavano le stesse canzoni, mangiavano dallo stesso piatto. L’una era magra, l’altra grassottella. L’una voleva fare l’insegnante e l’altra il medico. Quando l’una non aveva i soldi per comprarsi qualcosa – per esempio un paio di scarpe – l’altra glieli prestava.

Quando era l’ora di fare il bagno a Happy, l’una versava l’acqua fredda sulle piccole trecce della ragazzina mentre l’altra le sfregava la schiena con la spugna. Happy le fissava stregata: avrebbe dato qualunque cosa pur di fare gli esami insieme a loro. Ma quel lunedì d’aprile erano ammessi solo gli studenti dell’ultimo anno. Dorcas si era trasferita da pochi mesi alla scuola di Chibok. Prima andava a Maiduguri, ma era successo qualcosa che l’aveva turbata profondamente: due ragazzi erano stati rapiti da Boko Haram lungo quella strada, inghiottiti dal sottobosco di Sambisa per diventare miliziani.

Dorcas non li conosceva, ma la stessa cosa poteva succedere a chiunque. Lungo quel tragitto, i ragazzini spaventati andavano in bici con arco e frecce sotto il braccio per difendersi, ma erano giocattoli contro gli AK-47 di Boko Haram. Poi la strada per Maiduguri, disseminata di carcasse d’auto, era stata chiusa. Ci volevano due giorni per arrivare in città passando dai villaggi vicini. I vigilantes fermavano ogni vettura sguainando i machete e chiedevano di azionare i tergicristalli: non funzionavano se c’erano armi nascoste nel cofano. Ma a Chibok era diverso, sarebbe stata al sicuro: l’incubo era lontano, ormai.

"È l’ultimo esame, prega perché vada tutto bene" aveva detto Dorcas alla mamma, salutandola. Esther le aveva promesso che se avesse preso buoni voti avrebbe potuto continuare gli studi. Anche lei un giorno avrebbe appeso in casa la sua foto di laurea in toga e tocco, accanto a quella del marito. Prima però avrebbe frequentato un corso di sartoria, perché poteva tornarle utile. La mamma le aveva già comprato la macchina da cucire. Ma questo Dorcas non lo sapeva: doveva essere una sorpresa.

Quella domenica di aprile Dorcas guardò dritto dentro l’obiettivo, e la venditrice di moi moi e di dolci si incamminò verso il villaggio per portare ai suoi genitori quell'istante fissato per sempre. Si incamminò e sparì tra le case di fango e le donne vestite di colori allegri. Poi sulla strada polverosa apparve la mamma di Saraya, sulla via del mercato. Era carica di manghi appena colti: li portava alla figlia a scuola, prima che i suoi sei fratelli li mangiassero tutti. Sotto la pelle profumata come l’orto di casa erano più dolci di una lettera d’amore. Le due amiche affondarono i denti allenati nella polpa gialla e vellutata, incuranti del succo che colava sul mento di entrambe, incuranti del fatto che anche le ombre dei giovani manghi erano ormai sparite dal cortile. È solo una questione di tempo, l’ombra dell’albero torna sempre.


mercoledì 10 agosto 2016

Migranti, un esercito di bambini non accompagnati ad ogni sbarco

Bambini Somali
Stando ai numeri del ministero, nel 2016 in testa ci sono i flussi dalla Nigeria (17%), seguiti dai migranti provenienti da Eritrea, Gambia, Costa d’Avorio, Guinea.

Non si ferma la conta degli sbarchi sulle coste italiane. Dal primo gennaio al 20 luglio di quest’anno sono 81.034. Tra loro, un esercito di minori stranieri non accompagnati, ben 11.520 (basta pensare che in tutto il 2015 erano stati 12.360). In base agli ultimi dati del Viminale, i migranti sbarcati dal 1° gennaio al 20 luglio 2016 sono stati 81.034, rispetto agli 83.799 dello stesso periodo del 2015. Un leggero calo, ma il bilancio cambia di continuo in base al flusso altalenante degli arrivi giornalieri.

Ecco chi sbarca sulle coste italiane. Stando ai numeri del ministero, nel 2016 in testa ci sono i flussi dalla Nigeria (17%), seguiti dai migranti provenienti da Eritrea, Gambia, Costa d’Avorio, Guinea. I primi tre porti d’arrivo sono quelli di Augusta (13.755 sbarchi), Pozzallo, Reggio Calabria.

Altro fronte caldo quello dell’accoglienza. 136.710 i migranti ospitati al 20 luglio 2016. Un record, se si pensa che nel in tutto il 2015 sono stati "solamente" 103.792. Oltre 30mila migranti in più, dunque, a cui trovare un alloggio. La maggior parte sono ospitati in strutture temporanee, ben 102.490.

Numeri che stanno mettendo in crisi la macchina dell’accoglienza del Viminale. Tanto che per superare resistenze e criticità, il ministero prova a predisporre un nuovo piano, incentrato su tre punti: distribuzione più equilibrata dei migranti, con una media di 2-3 ogni mille abitanti, nuove assunzioni comunali e più soldi agli enti locali.

Emergenza nell'emergenza è l'esercito di bambini in arrivo con ogni sbarco. La conta è impressionante, al 15 luglio 2016 sono già 11.520 i minori stranieri non accompagnati. Quasi come tutti quelli arrivati nel corso del 2015 (che erano 12.360).
(la Repubblica)
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Prostitute due volte vittime, prima degli sfruttatori e poi dei clienti violenti

Gravi episodi di violenza nei confronti di prostitute avvenuti in questi giorni a Torino, Napoli, Roma e Perugia. Sarà anche colpa della crisi economica, ma più spesso si tratta di uomini vigliacchi che se la prendono con le donne, e in questi casi con donne deboli e già di per se violate.

A Torino un rapinatore seriale di prostitute, un torinese 40enne, è stato arrestato dopo l'ennesimo episodio di violenza. L'uomo è accusato di quattro rapine, compiute nella zona di via Sansovino. L'uomo si è giustificato dicendo che lo faceva per mantenere i quattro figli. Ha confessato anche altri episodi, pertanto i "colpi" potrebbero essere ben più numerosi.

Il "delinquente per necessità" faceva salire le prostitute sulla sua auto, le minacciava con un coltello o con una pistola, si faceva consegnare il denaro in loro possesso, e poi le scaraventava in strada. Fondamentale, per la sua identificazione, è stata la collaborazione delle vittime.

A Napoli arrestate 5 persone della Napoli bene per violenza sessuale e rapina ai danni di prostitute nigeriane. I Carabinieri del Comando provinciale di Napoli hanno dato esecuzione ad un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP di Napoli nei confronti di 5 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di concorso in rapina aggravata e violenza sessuale di gruppo. Le indagini dei carabinieri, coordinate dalla Procura della repubblica di Napoli, hanno accertato il coinvolgimento dei cinque arrestati in rapine seriali a danno di ragazze nigeriane costrette a prostituirsi a Napoli e provincia. I cinque hanno ammesso che lo facevano solo per divertirsi.

A Roma sono stati proprio alcuni poliziotti ad abusare di alcune prostitute rumene. Le portavano in questura con la scusa che dovevano identificarle e poi abusavano di loro negli stessi uffici della polizia. Quattro anni di reclusione con rito abbreviato per l'assistente della polizia di Stato Roberto Tavano, accusato di concussione e violenza sessuale aggravata, nonché rinvio giudizio con rito ordinario per le stesse accuse di tre suoi colleghi. Per Tavano è stato anche disposto il suo allontanamento dalla polizia.

Si è concluso così davanti al GUP Flavia Costantini l'udienza preliminare che vedeva imputati i 4 agenti della Polfer di Roma Ostiense accusati d'avere abusato dei loro poteri e costretto alcune cittadine rumene dedite alla prostituzione nella zona di via Cristoforo Colombo ad avere con loro rapporti sessuali di ogni tipo all'interno degli uffici del compartimento di polizia dove le avevano portate con la scusa di sottoporle a controlli.

Sempre a Roma arrestati tre tunisini per violenza sessuale e rapina aggravata nei confronti di varie ragazze che si prostituivano in appartamento. Di vitale importanza le descrizioni dei malviventi fornite dalle vittime in sede di denuncia. Le rapine, messe a segno tutte con lo stesso modus operandi, prevedevano un contatto telefonico con le prostitute, con conseguente appuntamento dopo aver pattuito prestazioni sessuali a pagamento. Nel corso degli incontri però, il "cliente" si presentava con un complice e, insieme, le rapinavano dei soldi e le costringevano, mediante la minaccia di un coltello puntato alla gola, a rapporti sessuali non protetti.

Almeno tre le violenze accertate ma gli investigatori ritengono che la banda possa aver colpito in più occasioni confidando nel silenzio delle vittime. Accertamenti sono infatti in corso per verificare se altre persone siano state vittime dello stesso reato.

A Perugia un equadoregno costringeva la moglie a prostituirsi. Un inferno di botte, minacce e di notti passate in strada a prostituirsi. Un inferno finalmente terminato. Un 38enne ecuadoregno è stato arrestato con l'accusa di induzione alla prostituzione ai danni della moglie e di maltrattamenti in famiglia. Si è giustificato dicendo che la famiglia aveva bisogno di soldi.

Lui la aveva costretta a prostituirsi su strada in zona Pian di Massiano. Quando la donna, accompagnata in strada dal marito si rifiutava di prostituirsi l’uomo si accaniva su di lei, minacciandola e usandole violenza. La rabbia del marito non si fermava nemmeno in casa di fronte al figlio minore dove, più volte, la donna a terra in ginocchio e in lacrime aveva più volte scongiurato il compagno.

Finché la donna è riuscita a trovare il modo e il coraggio di chiamare il 112 denunciando ai carabinieri quanto le stava accadendo. Immediatamente allertato il Comandante e i militari della stazione di Perugia, hanno predisposto un servizio in abiti borghesi che ha consentito, dopo alcune ore di osservazione e pedinamento, di trarre in arresto il consorte sfruttatore che si era nascosto nelle vicinanze della moglie per poterla controllare.

Questi sono gli ultimi episodi di cronaca di cui siamo venuti a conoscenza, ma ogni giorno donne e ragazze, già vittime di schiavitù sessuale sono prese di mira da clienti violenti, da uomini vigliacchi che vanno alla ricerca di "soldi facili" e perfino da poliziotti che approfittano delle condizioni psicologiche di queste ragazze in cambio di "favori" sessuali.


Articolo di
(Maris Davis)

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