mercoledì 21 febbraio 2018

Nigeria. Decine di studentesse scomparse dopo attacco di Boko Haram. Si teme un rapimento di massa

Boko Haram ha attaccato il villaggio di Dapchi in Nigeria e decine di ragazze in inizialmente fuggite non sono ancora state rintracciate. Si teme l'ennesimo rapimento di massa.


Boko Haram torna a colpire. La polizia ha confermato che sono scomparse 111 ragazzine ma, ha precisato, "non ci sono ancora conferme sul fatto che siano state rapite"

Decine di studentesse, più di cento, di una scuola attaccata la sera del 19 febbraio dai jihadisti di Boko Harams sono scomparse. Lo riporta la Bbc citando il governatore dello stato di Yobe, dove è avvenuto il blitz dei terroristi islamici.

La maggior parte delle studentesse e degli insegnanti sono riuscite a scappare la sera dell'attacco dopo aver sentito gli spari dei jihadisti che si stavano avvicinando alla scuola nel villaggio di Dapchi (nord della Nigeria, Stato di Yobe). Quattro anni fa, Boko Haram rapì oltre 270 studentesse nella città di Chibok e che scuscitò l'indignazione di tutto il mondo con la campagna #BringBackOurGirls



Studenti e insegnanti della Girls Science Secondary School sono fuggiti nella boscaglia, temendo di essere rapiti dai combattenti. Due giorni dopo decine di allieve non sono ancora ritornate a casa, sollevando i timori delle loro famiglie, che le hanno anche cercate invano nei villaggi vicini.

Secondo il personale scolastico al momento dell'attacco nell'istituto c'erano 710 studentesse dagli 11 anni in su. "Le nostre ragazze sono scomparse da due giorni e non sappiamo dove si trovino", ha detto Abubakar Shehu, zio di alcune delle giovani: "ci è stato detto che erano fuggite in altri villaggi, ma siamo stati in tutti quelli menzionati, senza successo. Iniziamo a temere che sia successo il peggio e abbiamo paura di dover affrontare un nuovo scenario come quello di Chibok"

Mentre il paese si svuotava nel fuggi fuggi generale, le studentesse in preda al panico si sono nascoste nella boscaglia. «La ragazze se ne sono andate nella foresta prima dell’arrivo dei miliziani» ha ricostruito la polizia locale parlando con la Cnn.

Gli estremisti di Boko Haram si sarebbero avventati sulle provviste della scuola, portandole via insieme a macchinari medici e tecnologici. E poi avrebbero messo le mani anche su 111 ragazzine rimaste indietro. «Portate via»


«Ho visto ragazze urlare e chiedere aiuto a bordo di tre veicoli Tata» ha riferito alla Reuters un uomo di un villaggio vicino costretto dai miliziani a indicare loro la strada. L’agenzia di stampa britannica ha raccolto altre testimonianze ma sempre in forma anonima visto che le forze di sicurezza nigeriane hanno vietato alla gente di parlare della scomparsa delle ragazze.


Processo di massa. Proprio la settimana scorsa, nel primo grande processo contro Boko Haram, un tribunale nigeriano ha condannato 205 imputati e ne ha rilasciati 475. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhchr) si è detto «preoccupato» per il maxi processo a porte chiuse che le autorità nigeriane hanno avviato nei confronti di oltre 2.300 presunti miliziani.

Il gruppo jihadista Boko Haram, il cui nome significa "l’educazione occidentale è un peccato", conduce dal 2009 una sanguinosa insurrezione nel nord-est della Nigeria, che ha portato alla morte di oltre 27mila persone. L’organizzazione ha già rapito migliaia tra donne e bambini (si calcola almeno duemila che siano ancora prigioniere), ma è stato solo dopo il rapimento di 276 studentesse di scuola superiore a Chibok, nel 2014, che è scattata un'ondata di indignazione globale, dando al gruppo una tragica notorietà sulla scena internazionale.
(RaiNews)



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Paola Egonu, la nigeriana d'Italia campionessa di pallavolo

20 anni, nata in Italia da genitori nigeriani. Ha appena vinto la Coppa Italia di pallavolo femminile 2018 con il Novara, battendo in finale il Conegliano.


Novara ha vinto la Coppa Italia 2018 di volley femminile: le Campionesse d’Italia hanno sconfitto Conegliano per 3-1 (25-17; 14-25; 25-21; 25-23) nella Finale del PalaDozza di Bologna e hanno scritto il loro nome nell'albo d’oro di questa manifestazione per la seconda volta nella storia dopo l’apoteosi del 2015. Le ragazze di coach Barbolini mettono così in bacheca il secondo trofeo stagionale dopo la Supercoppa Italiana vinta quattro mesi fa battendo proprio le Pantere che nei match decisivi soffrono l’incisività delle piemontesi.

Le venete hanno perso il secondo scontro diretto in questa annata sui quattro giocati e rimangono ancora a bocca asciutta: la capolista della Serie A1 ora dovrà puntare tutto sullo scudetto e sulla Champions League. La Igor ha ampiamente meritato questo successo, scucendo la coccarda dal petto di Conegliano che non riesce a difendere il trofeo conquistato lo scorso anno.

Show personale di una scatenata Paola Egonu che ha deciso la partita. L’opposto ha messo a segno 25 punti ed è stata premiata come MVP del torneo, una giocatrice sbalorditiva che ha attaccato a tutto campo e che ha demolito le avversarie.



Chi ha avuto la fortuna di vederla giocare da giovanissima aveva capito subito che nel mondo della pallavolo italiana e mondiale si sarebbe sentito parlare a lungo di lei: Paola Egonu domenica sera guidando Novara al trionfo in Coppa Italia ha ufficialmente aperto una nuova era nella pallavolo femminile italiana di club: quella che verrà ricordata con il suo nome.

Non abbiamo paura di esporci in maniera così perentoria perché la carriera di Paolina è stata un crescendo di emozioni e di prestazioni che ha travolto anche gli addetti ai lavori, in primis noi dell’informazione. Abbiamo avuto la fortuna di raccontare molti dei suoi exploit: da quella primavera del 2014, quando con poche partite di B1 sulle spalle esordì con la maglia azzurra dell’U19 in una qualificazione continentale a Montesilvano. Sulla panchina della baby Italia sedeva Davide Mazzanti (l’attuale ct) che per superare una Polonia più quotata decise di tenere nascosto il talentino di Cittadella sino allo scontro diretto quando la lanciò in campo venendo ripagato da una prova super da Paolina.

Pochi mesi più tardi Marco Bonitta la fece esordire con la maglia della seniores e il 17 maggio in una amichevole con la Repubblica Ceca siglò il suo primo punto chiudendo il match su una alzata di Tai Aguero.

In quattro anni Paola Egonu ha scalato il mondo per tre stagioni dividendo la sua carriera tra Club Italia e nazionale, giocando a soli 16 anni il World Grand Prix (2015), anno in cui vinse il Mondiale U18 di cui fu MVP. A diciassette ha contribuito a far superare all'Italia una doppia qualificazione olimpica e giocando da titolare la sua prima Olimpiade a Rio 2016, facendo con la squadra federale il record di punti in una partita della massima divisione 46.

Poi l’estate scorsa dopo aver condotto le Azzurre all’Argento nell’ultimo World Grand Prix, la scelta di Novara, per lavorare agli ordini del “guru” del nostro volley Massimo Barbolini. Con la maglia dell’Igor Paola è cresciuta ulteriormente e nella due giorni del PalaDozza ha mostrato tutto il suo “strapotere” sottorete, che la rende superiore a tutte le giocatrici italiane degli ultimi 30 anni e ci ricorda quello di un atleta inarrestabile, anche lei di colore ma statunitense: Keeba Phipps.

Insomma la domanda che ci è passata per la testa uscendo dallo storico palazzo bolognese è stata: Paola come Keeba? C’è una sola persona che può darci la risposta: Massimo Barbolini, che le ha allenate entrambe.
(Volley Magazine)

Breve Biografia
Paola Ogechi Egonu nasce il 18 dicembre del 1998 a Cittadella, in Veneto, da genitori nigeriani. Inizia a giocare a pallavolo nella squadra della sua città natale. A quattordici anni ottiene la cittadinanza italiana (quando suo padre riesce a farsi assegnare il passaporto italiano), per poi entrare a far parte, nel ruolo di schiacciatrice, della società federale del Club Italia. Nella stagione 2013/14 disputa il campionato di serie B1.

La stagione successiva Paola Egonu gioca in serie A2, sempre con il Club Italia, e si aggiudica il campionato mondiale Under 18 con l'Italia. Nel corso della rassegna viene premiata anche come migliore schiacciatrice.

Nello stesso periodo gioca anche per la nazionale Under 19, con la quale vince la medaglia di bronzo nel campionato mondiale di categoria. e per la nazionale Under 20. Intanto, Paola Egonu alterna la carriera sportiva con quella scolastica. Studia ragioneria a Milano. Torna a Galliera Veneta, il paese in cui è cresciuta e in cui vivono i suoi genitori, una volta ogni due settimane, per il week-end.

Sempre nel 2015 viene convocata, ad appena sedici anni, per la prima volta nella nazionale maggiore. Forte di un'altezza di 1 metro e 90 centimetri, grazie alla quale è in grado di arrivare a un'elevazione di 3 metri e 46 in salto, Paola Egonu disputa il Grand Prix con la nazionale azzurra di volley.

Nella stagione 2015/16 disputa il suo primo campionato di serie A1 con il Club Italia e contribuisce a far qualificare la nazionale maggiore di pallavolo al torneo di volley dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. Convocata dal commissario tecnico Marco Bonitta per la rassegna a cinque cerchi, scende in campo, a nemmeno diciotto anni, sin dalla prima partita delle azzurre, disputata contro la Serbia.

Paola Egonu diventa, così, una delle protagoniste annunciate delle Olimpiadi italiane, anche per le sue origini. Lei, che si definisce "afroitaliana", ogni due anni torna in Nigeria, durante le vacanze di Natale, per andare a trovare le sue cugine e i suoi nonni.


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martedì 20 febbraio 2018

Unicef. Ogni anno 2,6 milioni di neonati muoiono entro il primo mese di vita

Il rapporto dell'Unicef sottolinea che 8 dei 10 luoghi più pericolosi per nascere si trovano nell'Africa Sub-sahariana.


La mortalità infantile è maggiore dove le donne in gravidanza hanno probabilità molto inferiori di ricevere assistenza durante il parto a causa di povertà, conflitti e istituzioni deboli.

Nonostante i grandi successi ottenuti nella riduzione della mortalità infantile globale (0-5 anni), il tasso di mortalità neonatale (0-1 anno) rimane allarmante, in particolare nei paesi più poveri del mondo.

Ogni anno 2,6 milioni di neonati nel mondo non sopravvivono al primo mese di vita, circa 7.000 neonati ogni giorno. Un milione di loro muore lo stesso giorno in cui nasce.

Secondo il nuovo rapporto dell'Unicef, 'Ogni bambino è vita', il tasso di mortalità neonatale a livello mondiale rimane allarmante, in particolare nei paesi più poveri del mondo. I bambini nati in Giappone, Islanda e Singapore hanno la probabilità di sopravvivenza più alta, mentre i neonati in Pakistan, Repubblica Centrafricana e Afghanistan la più bassa.

A livello mondiale, nei paesi a basso reddito, la media del tasso di mortalità neonatale è di 27 morti su 1.000 nati. Nei paesi ad alto reddito, quel tasso è di 3 su 1.000. I neonati dei luoghi a più alto rischio per la nascita hanno una probabilità oltre 50 volte maggiore di morire rispetto a quelli nati nei paesi più sicuri.

Dove nascere è pericoloso
Il rapporto sottolinea inoltre che 8 dei 10 luoghi più pericolosi per nascere si trovano in Africa Sub-sahariana, dove le donne in gravidanza hanno probabilità molto inferiori di ricevere assistenza durante il parto a causa di povertà, conflitti e istituzioni deboli.

Se ogni paese portasse il suo tasso di mortalità neonatale alla media dei paesi ad alto reddito entro il 2030, potrebbero essere salvate 16 milioni di vite. “Mentre, negli ultimi 25 anni, abbiamo più che dimezzato il numero di morti fra i bambini sotto i cinque anni, non abbiamo fatto progressi simili nel porre fine alla morte di bambini con meno di un mese di vita”, ha dichiarato Henrietta H. Fore, Direttore Generale dell’Unicef. “Dato che la maggior parte di queste morti sono prevenibili, non abbiamo ancora raggiunto i risultati necessari per i bambini più poveri del mondo
(Unicef Italia)

Rapporto Unicef
"Ogni bambino è Vita"


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domenica 18 febbraio 2018

Nigeria. Attentato con tre donne kamikaze a Maidiguri, 18 morti

Ancora sangue in Nigeria, ancora Boko Haram in azione, con una strage in un affollato mercato.


La gente si affollava fra le bancarelle la sera alla luce dei neon, quando due kamikaze mescolati alla folla, quasi certamente donne, hanno fatto detonare i loro corpetti esplosivi, seguiti da un terzo che si è fatto esplodere poco dopo, scatenando l’inferno nel mercato del pesce venerdì sera della cittadina di Konduga, a sud-est della capitale della capitale Maiduguri (stato di Borno), nel travagliato nord-est. Almeno 22 i morti, compresi i kamikaze, e 70 i feriti, una ventina dei quali in gravi condizioni, dato non definitivo il bilancio che lascia aperto il bilancio.


Il mercato Tashan Kifi, è un luogo di socializzazione, dove la gente compra, mangia e s’intrattiene, spiegano i media africani. Secondo Ari, della Civilian Joint Task Force (Cjtf), la milizia di autodifesa civile che assiste i militari, «non ci sono dubbi sulla matrice di questa strage: Boko Haram ha preso di mira Konduga molte volte

La sanguinaria setta Boko Haram, ora affiliata all’Isis, in 9 anni ha provocato la morte di 27.000 persone e creato 2 milioni e 700 mila sfollati e tiene in prigionia almeno duemila donne e ragazze, molte delle quali, anche bambine, le costringe a diventare kamikaze nelle sue decine e decine di attentati.

Musa Bulama, 32 anni, ha raccontato ai media di essere fortunata a essere ancora viva. «Sono arrivata al mercato notturno per comprare pesce per la cena della mia famiglia quando ho sentito un botto fortissimo dietro di me. Prima di capire cosa fosse successo ero in terra e prima che potessi rialzarmi in piedi un’altra esplosione tremenda, poi una terza. Rimasi stesa a terra, ma intorno la confusione era terribile. Sentivo lamenti ovunque e capivo che le vittime erano tante»

Una strage, fanno notare alcuni media africani, che coincide con il primo processo, in corso da una settimana in forma semi-segreta, contro quasi mille sospetti militanti di Boko Haram condotto da un tribunale civile in una remota, blindatissima base militare a Kainji, a circa 8 ore di macchina da Minna, nel centrale stato di nigeriano di Niger, lontanissimo dal terreno d’azione dei terroristi, che opera nel nord a maggioranza musulmana del popolosissimo Paese africano.

Esattamente un mese fa, il 17 gennaio e sempre in un mercato nello stato di Borno, in un doppio attentato kamikaze erano morte 12 persone. Anche il quel caso furono utilizzate delle ragazzine kamikaze.
(La Stampa)


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venerdì 16 febbraio 2018

Caso Gambia e l'internazionale dei dittatori africani.

Torniamo indietro di un anno. Il 1° dicembre 2016 le elezioni presidenziale che hanno sancito la sconfitta di Yahya Jammeh, dittatore del Gambia da 22 anni.

Il presidente del Gambia Yahya Jammeh e la moglie Zineb

Parlando al leader dell’opposizione Adama Barrow (ora neo-presidente) in una telefonata trasmessa in tv il giorno dopo le elezioni, il presidente Yahya Jammeh disse: “Chiamo per augurarti il meglio, la gente del Gambia ha parlato

Questa ammissione di sconfitta fu accolta con un misto di stupore ed esaltazione per le strade del paese. Dopo gli assalti brutali nei confronti di esponenti dell’opposizione e l’allontanamento degli osservatori internazionali, molti pensarono che Jammeh avrebbe trovato un modo per vincere comunque, a prescindere dai voti. La fine di 22 anni di potere attraverso le urne fu visto come un trionfo dei princìpi democratici, in Gambia e non solo.

Tuttavia i festeggiamenti sono durati poco visto che, una settimana più tardi, Jammeh ritrattò la sua ammissione, accusando “anomalie gravi e inaccettabili” nel processo elettorale.

L’allarme per questo brusco deragliamento del processo di transizione portò quattro capi di stato dell’Africa occidentale, parte del blocco regionale Ecowas, ad andare a visitare Jammeh il 13 gennaio 2017 in un fallito tentativo di convincerlo ad accettare i risultati delle urne. Nel frattempo, l’Unione africana, le Nazioni Unite, l’Unione europea, gli Stati Uniti e altri, hanno tutti sostenuto pubblicamente Barrow.

La pressione salì anche in Gambia, con la camera di commercio, il sindacato degli insegnanti, l’unione della stampa e la commissione elettorale che hanno condannato il dietro front di Jammeh, che comunque continuava ad essere appoggiato dei militari, preoccupati di perdere i loro privilegi.

Le Pressioni internazionali. A fine gennaio 2017, Unione Africana, Ecowas, e pressioni internazionali convinsero il dittatore Jammed ad andarsene, una fuga rocambolesca verso la Guinea Equatoriale dove trovò protezione, e le forze armate a dichiarare fedeltà ad Adama Barrow, il vincitore delle elezioni del 1° dicembre 2016.

L’ex dittatore del Gambia Yahya Jammeh trovò un protettore d’eccellenza da quanti lo vorrebbero vedere sotto processo nel suo paese dove è stato al potere per 22 anni e dove ha riempito le galere di oppositori o anche solo di sospetti. Il protettore è il dittatore di un altro piccolo stato come il Gambia, cioè la Guinea Equatoriale. Il dittatore è Obiang Nguema, anche lui salito al potere con un colpo di stato nel lontano 1979 rovesciando, tra l’altro, suo zio Francisco. Obiang Nguema ha già nominato suo successore il figlio, Teodorin.

Oggi .. Obiang Nguema, dunque, si è dichiarato protettore ufficiale di Yahya Jammeh che quando un anno fa fu cacciato dal suo paese da una rivolta popolare decise di andare a rifugiarsi proprio in Guinea Equatoriale, da un personaggio che sapeva bene, lo avrebbe accolto a braccia aperte. Ora Obiang Nguema ha detto che non concederà mai l’estradizione per Yaya Jammeh che tra l’altro è fuggito dal Gambia portandosi via auto, oro, denaro dalle casse dello stato.

Obiang Nguema ha tra l’altro parlato di Yaya Jammeh in termini molto elogiativi: “È uno di noi, un presidente che ha governato un paese di questo continente, merita rispetto e comprensione”. Parole che non meritano commenti. Ad aggravarle c’è il fatto che Obiang Nguema le ha pronunciate a margine del summit dell’Unione Africana ad Addis Abeba. Dagli altri capi di stato presenti nessun commento, nessuna critica, nessuna presa di posizione.

Insomma la "casta" dei dittatori africani trova sempre gli anticorpi per difendere se stessa anche di fronte a palesi violazioni dei diritti umani e delle stesse costituzioni.

Comunque barlumi di speranza in Zambia. L’insediamento in Gambia del nuovo presidente Adama Barrow, avvenuto lo scorso 26 gennaio, dopo che il suo predecessore Yahya Jammeh, è stato costretto a lasciare il Paese sotto le pressioni dell’Ecowas (la Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale) ha riportato la speranza per una migliore garanzia del rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto nel piccolissimo paese africano. Jammeh aveva assunto il potere nel 1994 con un colpo di stato e il suo governo aveva immagazzinato una lunga esperienza nel ricorso a sparizioni forzate, torture, intimidazioni e arresti arbitrari per mettere a tacere le voci di opposizione. Il nuovo presidente ha dichiarato la volontà di mantenere il Gambia all'interno della Cpi (Corte Penale Internazionale).



Articolo a cura di
Maris Davis

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martedì 13 febbraio 2018

Macerata. Pamela forse vittima di un rituale woodoo. Intanto è stato rimosso il questore

Sul delitto di Pamela Mastropietro emergono dettagli "inquietanti" e ancora inspiegabili, come la mancanza di alcune parti del cadavere, quasi a suggerire una specie di rituale. Manca il anche il Cuore, mai ritrovato.

C'è un quarto nigeriano indagato per l'omicidio di Pamela Mastropietro, ma la terribile vicenda della 18enne fatta a pezzi a Macerata ha ancora molti, troppi lati oscuri. Lo ammette il procuratore Giovanni Giorgio, lo sostiene anche lo zio di Pamela e legale della famiglia, Marco Valerio Verni.

L'eroina e la siringa comprate dalla ragazza ("Pamela non si bucava, odiava gli aghi", ha sottolineato lo zio), il movente dell'esecuzione da parte dei nigeriani (aggressione sessuale respinta?), la dinamica agghiacciante dello "smembramento" del corpo, diviso poi in due trolley, operazione scellerata ma solo in apparenza semplice.

Gli aguzzini di Pamela hanno agito con tale perizia e precisione da far pensare alla presenza di un vero e proprio "macellaio" nel gruppo. E soprattutto, ci sono dettagli "inquietanti" e ancora inspiegabili, come la mancanza di alcune parti del cadavere, quasi a suggerire una specie di rituale.

Manca il Cuore, mai ritrovato. Forse occultato, forse è stato venduto sul mercato della "magia nera" che lo valuta, se buono, 100mila euro, oppure mangiato da coloro che l'hanno uccisa.

Per le credenze animiste della Nigeria del Sud, in particolare tra le sette Skull di etnia yoruba, mangiare il Cuore del nemico significa acquisire il suo coraggio e la sua vitalità. Ma, in questo caso, perché una ragazza con le sue fragilità come Pamela avrebbe dovuto essere considerata un "nemico" ??

Mangiare il Cuore del nemico. È uno dei rituali degli antichi più praticati all'interno del woodoo. Sia per impadronirsi della vitalità della vittima sia come sinonimo di sconfitta e sopraffazione dell'altro. Qualora il cuore fosse assente dal reperto di Pamela nel 90% dei casi non è stato buttato (o venduto) bensì è stato "mangiato", come accade in questi riti.

Chi studia antropologia lo sa da sempre. Questi temi ormai sono solo relegati agli studi accademici e non sono mai stati evidenziati da inchieste di Polizia. Sarebbe comunque il primo caso che viene alla luce in Italia.

Lo spaccio di stupefacenti solo un pretesto, un reato minore per coprire uno più efferato. I quattro nigeriani indagati, di cui tre incensurati, con ogni probabilità appartengono alla mafia nigeriana, presente nel maceratese e in tutta la costiera adriatica, dalla riviera romagnola e giù fino all'Abruzzo passando dalle Marche. In quella zona, come in altre zone in Italia, la mafia nigeriana controlla migliaia di ragazze provenienti dalla Nigeria, spesso minorenni, costrette a prostituirsi. (Leggi "On the Road, il documentario del Gardian che racconta la tratta delle nigeriane sulla Via dell'Amore" - clicca qui -)

"Prostituzione spesso minorile, controllo dello spaccio al minuto di droghe pesanti, truffe online e taglieggio delle 'elemosine'", queste le principali attività illegali che la mafia nigeriana controlla in Italia. E le Mafie italiane tradizionali stanno lasciando a quella nigeriana il controllo del territorio. Prima l'hanno vista come manovalanza ma poi sono state sopraffatte. A Castel Volturno c'è già stato uno scontro con la Camorra e a vincere è stata la Mafia nigeriana.

L'Italia ormai è terra di conquista senza alcuna resistenza per la Mafia nigeriana che gode di una status particolare. Il reato dello spaccio praticamente non è punito e con il controllo capillare della prostituzione godono di piena impunità.

Mi chiedo quanti traduttori delle lingue dialettali nigeriane ci siano tra le forze di polizia e di intelligence

Basta andare in qualsiasi sezione di tribunale dove si fanno processi per direttissima e in una mattina si vedono almeno una ventina di spacciatori nigeriani che quasi sempre ottengono l'immediata scarcerazione. E questo poi se lo comunicano con lo smartphone. Per loro operare in Italia è come affondare il coltello nel burro.

Sul cannibalismo di certe sette animiste in Africa occidentale basta ricordare che durante la guerra dei "diamanti insanguinati" degli anni '90 in Liberia e Sierra Leone i bambini soldato per acquisire coraggio venivano costretti a mangiare il cuore della prima donna uccisa.

Sui fatti di Macerata nessuno mi può accusare di essere di parte solo perché sono nigeriana

Io stessa fui vittima della mafia nigeriana e da anni denuncio i suoi orrori e la sua espansione capillare in Italia. Nessun però può strumentalizzare l'orribile delitto di Pamela per fini politici e per bassi scopi elettorali.

Quello che grave è l'inerzia della burocrazia italiana e di certe associazioni di volontariato "buoniste". Oltre ventimila ragazze sono state portate in Italia dalla mafia nigeriana tra il 2015 e il 2017. Riportare subito in Nigeria quelle che sbarcano è una soluzione, una soluzione drastica, ma è una soluzione. Il trattato sui "rimpatri" tra Nigeria e Italia è stato firmato nel gennaio 2016 ma non viene attuato. Sono ancora troppe le resistenze delle associazioni di volontariato che si mettono di traverso con la scusa che è una questione umanitaria.

Noi diciamo NO a tutto questo buonismo, è necessario applicare alla lettera l'accordo Italia-Nigeria del 2016. Togliere subito alla mafia nigeriana la "materia prima" con cui fa business, almeno nel campo dello sfruttamento della prostituzione.

È sempre meglio una ragazza nigeriana rimpatriata che quella stessa ragazza costretta a prostituirsi in Italia

E intanto il questore di Macerata Vincenzo Vuono viene rimosso dal suo incarico, subito sostituito dal dirigente di polizia Antonio Pignataro.

Vincenzo Vuono
Fonti del dipartimento di pubblica sicurezza assicurano che è "un normale avvicendamento". Ma il cambio arriva dopo le tre manifestazioni della scorsa settimana, mercoledì quella di Casapound, giovedì Forza Nuova e sabato il corteo antifascista. Quest'ultima era stata preceduta da un rimpallo di responsabilità per le autorizzazioni. Prima era stata vietata, ma poi venne dato il via libera, con tutte conseguenti polemiche su "razzismo" e anti-razzismo. Una manifestazione concessa proprio nel Giorno della Memoria, giornata in cui si ricordano le Foibe e gli orrori commessi nella ex-Jugoslavia contro la minoranza italiana.



Articolo di
Maris Davis

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