venerdì 9 dicembre 2016

Italia e Nigeria unite contro i trafficanti delle schiave del sesso

Trovato un accordo per contrastare la tratta e lo sfruttamento

Sono 6.300 le ragazze e donne nigeriane sbarcate in Italia nel 2016
Contrastare il traffico delle donne nigeriane costrette alla prostituzione in Italia, per salvare loro, e insieme sperimentare un modello di intervento finalizzato ad affrontare l’emergenza delle migrazioni nei paesi d’origine. È l’iniziativa a cui sta lavorando da mesi il governo italiano, che porterà a risultati operativi concreti entro la fine dell’anno.

La Nigeria è il primo Paese per sbarchi di immigrati irregolari in Italia, con 22.237 persone nel 2015 e 12.000 nel primo semestre del 2016, che costituiscono il 21% del totale.

L’Eritrea è al secondo posto con il 12%, seguita da Guinea, Costa d’Avorio e Gambia col 7%. Il dramma nel dramma consiste nel fatto che secondo i dati dell’OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni), il 20% degli arrivi dalla Nigeria sono donne, cioè una percentuale decisamente superiore al 12% registrato in media dalle altre nazioni.

Nei primi otto mesi del 2016 sono sbarcate nel nostro Paese 6.300 nigeriane, e secondo l’ufficio dell’Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, 9 su 10 di queste donne che giungono illegalmente in Europa provengono dall’Edo State, uno Stato nel Sud della Nigeria la cui capitale, Benin City, è nota per essere al centro dei traffici di prostituzione.

Il contrasto
La NAPTIP, cioè l’agenzia nigeriana incaricata di combattere il traffico di esseri umani, sostiene che il 98% delle vittime salvate dallo sfruttamento sessuale viene dalla regione di Benin City. Ovvio quindi dedurre che l’intenso traffico di donne nigeriane verso l’Italia ha come scopo principale la prostituzione. Per cercare di affrontare questo problema, il governo italiano ha deciso di andare alla sua radice.

Gli incontri ufficiali
Dopo la visita in Nigeria del premier Renzi a febbraio scorso, ad agosto il ministro degli Esteri Gentiloni e il sottosegretario all'Interno Manzione sono andati nel Paese, per discutere i possibili rimedi. I colloqui hanno avuto un esito positivo, che secondo fonti a conoscenza del dossier si è focalizzato in particolare su tre punti: siglare un’intesa per la collaborazione con la polizia italiana, inviare su base permanente due funzionari del ministero degli Interni di Abuja a Roma, per facilitare l’identificazione dei migranti illegali, avviare il progetto per la costituzione di un’anagrafe civile in Nigeria.

I primi passi operativi sono attesi entro la fine dell’anno, mentre nelle prossime settimane alcuni esponenti del governo di Abuja saranno in Italia per avviare una collaborazione più stretta con le nostre autorità, fra cui la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, allo scopo di contrastare il racket della prostituzione, e le altre minacce alla sicurezza nazionale che vengono da questi traffici.

Un primo passo
L’iniziativa concordata con la Nigeria, però, è solo il primo passo per lo sviluppo di un modello, che poi si potrebbe applicare ad altri Paesi coinvolti nell'emergenza delle migrazioni illegali. In particolare Niger, Senegal, Mali ed Etiopia, che insieme ad Abuja sono i membri prioritari del Migration Compact. Il Niger, ad esempio, è l’autostrada nel deserto da cui passa il 90% dei migranti diretti in Libia, per poi sbarcare in Italia. La Farnesina ha avviato negoziati promettenti anche con questo Paese, sulla scia di quanto è avvenuto con la Nigeria, ma anche la Commissione Europea è coinvolta.


Gli aiuti dell’Unione
Bruxelles infatti ha partecipato con l’Italia ad una recente missione in tre di questi Paesi, e ha deciso di stanziare 500 milioni di euro per aiutarli ad affrontare il problema delle migrazioni. Questo investimento dell'Unione Europea, a cui si stanno già sommando impegni diretti dei singoli Stati come la stessa Italia, ha un doppio scopo:
  • primo, fornire ai Paesi gli strumenti e i mezzi, dalle jeep ai droni, per controllare il traffico,
  • secondo, dare aiuti per sostituire l’economia sommersa legata al fenomeno delle migrazioni, da chi fornisce i trasporti a chi vende il cibo, con attività legali e sostenibili nel lungo periodo.
I finanziamenti saranno legati ai risultati, andando cioè ai governi che potranno dimostrare una riduzione nei numeri dei flussi. Naturalmente stiamo parlando di un’emergenza epocale, in certe regioni connessa anche al terrorismo, che ha proporzioni molto difficili da gestire. Non c’è dubbio però che una soluzione duratura sta solo nei Paesi d’origine, ed è qui che l’Italia e la UE stanno cominciando ad operare nel concreto.

Un accordo importante che potrebbe essere rallentato dall'attuale crisi del governo italiano, ma che speriamo possa essere sviluppato e messo in pratica comunque.

Il traffico di ragazze nigeriane verso l'Italia ha raggiunto livelli non più tollerabili, un vero e proprio "crimine contro l'umanità", un dramma che deve essere contrastato ad ogni costo


Articolo di
Maris Davis

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sabato 3 dicembre 2016

Udine, studentessa minorenne picchiata dalla madre perché a scuola non aveva il velo islamico

È stata picchiata dalla madre che l'aveva sorpresa a scuola senza il velo islamico.

Per questo motivo una ragazza di origini nordafricane, studentessa in un istituto superiore di Udine, è stata allontanata d'urgenza da casa dalla polizia di Stato e sistemata in una struttura protetta. Ha una ferita al labbro e contusioni guaribili in tre giorni.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, l'adolescente ogni mattina indossava il velo prima di uscire di casa. Lo toglieva a scuola perché vuole vivere all'occidentale e lo rimetteva al termine delle lezioni, prima che i genitori venissero a prenderla.

Martedì pomeriggio, però, la madre è arrivata prima del previsto e l'ha vista con il capo scoperto. In preda all'ira, la donna ha riportato la figlia a casa, l'ha picchiata e ha avvertito dell'accaduto il marito, fuori città per lavoro. All'indomani la ragazzina si è però confidata con gli insegnanti mostrandosi terrorizzata all'idea del ritorno del padre. A quel punto il dirigente scolastico ha chiamato la Squadra Mobile.

La giovane studentessa nordafricana, da anni residente in Italia, allontanata da casa dalla Polizia e collocata in una struttura protetta, si toglieva il velo a scuola, perché vuole vivere all'occidentale, come i suoi coetanei. La famiglia, invece, le ha imposto di portare il velo islamico, quello che le copre capelli e collo. È quanto emerge dalle indagini della Polizia di Udine, che ha deciso di tutelare la ragazza portandola in una struttura protetta.

Quando le è stato comunicato che la figlia sarebbe stata allontanata da casa, la donna ha ammesso di aver alzato le mani per punire la figlia per i suoi comportamenti, ma ha escluso motivi di ordine religioso legati al velo.

L'episodio è stato segnalato sia alla Procura di Udine per le indagini a carico della madre per l'episodio delle percosse sia alla Procura dei minori a tutela della posizione della ragazzina, che sarà ascoltata nei prossimi giorni.

L'episodio di Udine è solo l'ultimo di altri più più gravi, e dimostrano la frattura esistente nelle famiglie mussulmane in Italia. Tra genitori che impongono ai figli le tradizioni islamiche e i figli, soprattutto le figlie, che sempre di più vorrebbero vivere all'occidentale, in poche parole integrarsi, sentirsi uguali ai loro coetanei italiani.

Ci chiediamo quante ragazze, adolescenti, studentesse islamiche, magari nate in Italia, sono "costrette" a portare il velo islamico, a non potersi integrare, che si sentono "diverse" solo perché i loro genitori impongono la cultura e le tradizioni del paese d'origine.

Quello che si sa per certo è che nel 2015 in Italia, almeno duemila adolescenti di fede islamica sono state "costrette" a ritornare nei paesi d'origine per "sposarsi" per poi far rientro in Italia con "mariti" imposti dai genitori, oppure a non ritornare affatto per restare nel paese d'origine con un marito che non avrebbero mai voluto sposare.
(la Repubblica)


Articolo a cura di
Maris Davis

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Abbattere le barriere fisiche psicologiche, il tema per la Giornata Mondiale della Disabilità

Si celebra il 3 dicembre. L’iniziativa è stata istituita nel 1981, Anno Internazionale delle Persone Disabili. Nel mondo sono circa un miliardo. In Italia quasi 3 milioni.

Abbattere le barriere. Non solo quelle architettoniche, ma anche e soprattutto quelle culturali e sociali che ostacolano l’integrazione delle persone con disabilità. È questo il nobile obiettivo per cui ogni anno, il 3 dicembre, si celebra la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità.

L'iniziativa è stata istituita nel 1981, l’Anno Internazionale delle Persone Disabili, per promuovere una più diffusa e approfondita conoscenza dei temi della disabilità, per sostenere la piena inclusione delle persone con disabilità in ogni ambito della vita e per allontanare ogni forma di discriminazione e violenza.

Dal luglio del 1993, il 3 dicembre è diventato anche Giornata Europea delle Persone con Disabilità, come voluto dalla Commissione Europea, in accordo con le Nazioni Unite.

Nel Mondo un miliardo di persone con disabilità, in Italia tre milioni

Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel mondo ci sarebbero più di 1 miliardo di persone con una disabilità, circa il 15% della popolazione mondiale vive con qualche forma di disabilità . Almeno un quinto di questi, circa 110-190 milioni di individui, è costretto ad affrontare difficoltà "molto significative" nella vita di tutti i giorni. Inoltre, le percentuali di disabilità stanno aumentando, a causa dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento globale delle malattie croniche.

In Italia invece l’Istat stima che siano 3 milioni i disabili, il 5% della popolazione. Circa 700mila persone hanno problemi di movimento, oltre 200mila difficoltà sensoriali, quasi 400mila limitazioni che impediscono le normali funzioni della vita quotidiana.

In Italia molti disabili e famiglie lasciati senza sostegno

Dei 3 milioni di disabili, solo un milione e centomila fruiscono di indennità di accompagnamento. Oltre 200 mila adulti vivono ancora in istituto o in RSA, spesso in condizioni segreganti. Molte altre invece vivono “segregati” in casa, a causa dell’assenza di sostegno e supporto, se non al massimo quelli della famiglia. Il 70% delle famiglie con persone con disabilità non fruisce di alcun servizio a domicilio. Meno di 7 disabili su 100 contano, infatti, su forme di sostegno presso la propria abitazione. Questo significa che nella maggior parte dei casi le famiglie gestiscono da sole quello che i servizi non offrono.

In Italia la spesa per la disabilità è al di sotto della media europea

In effetti l'Italia, spende poco per la disabilità: secondo l’Eurostat, la spesa è di 430 euro pro-capite, posizionandosi al di sotto della media europea di 538 euro e nella parte bassa della classifica. La spesa media annua dei comuni per disabile è inferiore ai tremila euro l’anno con una spesa giornaliera di 8 euro. Profonde sono le disparità territoriali. Basta pensare che la Calabria spende circa 469 euro contro i 3.875 del Piemonte.

Ma quello che maggiormente influenza negativamente la vita dei disabili è l’esclusione. Si stima che meno di un disabile su cinque lavori, con conseguenze sulla realizzazione personale e anche economiche. Infatti, la disabilità è uno dei fattori principali di impoverimento. La Giornata mondiale della disabilità serve anche a puntare i riflettori su tutti gli aspetti migliorabili per favorire l’integrazione e l’inclusione delle persone disabili in Italia e nel mondo.
(La Stampa)

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giovedì 1 dicembre 2016

Zimbabwe, dove il valore dell'acqua non è molto diverso da quello dell'oro

Nello Zimbabwe la lotta per la sopravvivenza passa dalla ricerca dell’acqua. Quando si gira il rubinetto della doccia, non viene fuori neanche una goccia.


Kanyombo è un ragazzo di 18 anni e senza occupazione. Trascorre le sue giornate alla ricerca di acqua per la madre e i fratelli ad Harare, la capitale dello Zimbabwe, e tutto questo per lui è quasi diventato un lavoro a tempo pieno. Quando si gira il rubinetto della doccia, non viene fuori neanche una goccia.

Non funziona, nei tubi non c’è stata acqua per molto tempo e si sono arrugginiti. Non ricordo neanche come si fa una doccia". Fare il bagno da un secchio è diventato una vera e propria abitudine, non solo per lui, ma per la maggior parte degli abitanti di Harare.

Lo Zimbabwe è stato colpito da una delle peggiori siccità degli ultimi decenni e proprio per questo, all'inizio di quest’anno (2016), è stato dichiarato lo stato di emergenza. “E ‘possibile utilizzare solo due litri di acqua per il bagno a seconda di quanto si è fortunati”, afferma Kanyombo con un accenno di risata amara, “così otto secchi da 20 litri di acqua possono durare per tre giorni a seconda della parsimonia con la quale si utilizzano

Molti secchi di plastica si trovano in ogni casa in Harare, da quelle di fascia alta dei benestanti a quelle delle township dei più poveri

Virginia Nyika, una madre che condivide una casa con la sua famiglia allargata. “Siamo abituati a vivere senza acqua corrente. Mio marito, i miei tre figli ed io viviamo in due camere sul retro della casa. Abbiamo 15 secchi di plastica e un contenitore d’acqua da 200 litri. I miei figli non sanno cosa vuol dire fare una doccia” dice con un velo di tristezza nel suo sguardo.

Harare combatte la scarsità d’acqua regolarmente perché il fornitore pubblico, la Zimbabwe National Water Authority, è priva di fondi per trattare l’acqua e mantenere i tubi puliti contro l’invecchiamento. Questo ha costretto alcuni residenti a scavare dei pozzi poco profondi per far fronte alla situazione disastrosa. Ma alcuni di questi pozzi si sono prosciugati a causa della siccità.

Storie di scontri fisici per la corsa all'acqua in quelli che vengono chiamati “pozzi della comunità” sono ormai pura routine, ma dove c’è avversità c’è anche opportunità.

Anna Malikezi trascorre molte ore a pompare manualmente l’acqua nei secchi, “vendo acqua a persone che non sono in grado di attendere in coda, posso guadagnare circa 7 dollari al giorno. Sono in grado di prendermi cura della mia famiglia con quei soldi

La capitale Harare ottiene la maggior parte della sua acqua da dighe che sono state gravemente colpite dalla siccità

La siccità ha generato cattivi raccolti e causato la morte di molti animali, per questo motivo circa un quarto della popolazione ha bisogno di aiuti alimentari. Anche se l’attuale stagione delle piogge non sembra essere iniziata nel modo migliore, gli esperti meteo prevedono forti piogge, che le autorità cittadine sperano possano significare dighe piene.

Fino ad allora, Kanyombo e molti altri nello Zimbabwe dovranno continuare la loro ricerca alla risorsa più preziosa, per l’acqua, per la vita.

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venerdì 25 novembre 2016

Nigeria, nel silenzio dei media continuano le persecuzioni dei cristiani

Nel silenzio dei media internazionali continuano gli assalti ai villaggi cristiani da parte di gruppi "peuls" mussulmani nello Stato di Kaduna. 34 le persone uccise, tra di loro anche donne e bambini.


Nei giorni scorsi un gruppo di circa 200 peuls musulmani ha attaccato alcuni villaggi cristiani in Nigeria, nella regione di Kauru, nel sud dello Stato di Kaduna. Nel mirino sono finiti, in particolare i villaggi di Kitakum, Kigam, Angwan Rimi, Angwan Mahaji ed Angwan Makera.

Gli assalti hanno provocato la morte di almeno 34 persone, tra cui uomini, donne e bambini. In alcuni casi è stato necessario un complesso e doloroso riconoscimento, essendo stati completamente sfigurati dalle fiamme. Circa cento abitazioni e numerose chiese sono state ridotte in cenere. Si stima che 4 mila residenti siano fuggiti a seguito della devastazione. Un distaccamento dell’esercito ha raggiunto il posto, ma troppo tardi, quando cioè il massacro era già stato sostanzialmente compiuto.

Gli assalitori sono giunti dalle colline a bordo di jeep sparando sulla gente con mitra e fucili, incendiando tutto quanto trovassero sulla loro strada

Zona in cui vivono i "peuls"
I peuls sono pastori e allevatori nomadi di etnia fulani, mussulmani che praticano la sharia islamica in modo integrale. Vivono tra la Nigeria del nord e il Niger e arrivano fino in Mauritania. Soprattutto nella Nigeria del nord si accaniscono contro le minoranze cristiane soprattutto per rubare bestiame. Sono ritenuti più pericolosi anche degli jihadisti di Boko Haram.

Secondo l’agenzia International Christian Concern, tra il gennaio 2013 ed il maggio 2016, nel corso dei loro raid, hanno ucciso già 826 cristiani, ne hanno feriti altri 878 e raso al suolo 102 chiese. Ciò che angoscia è che tutto questo avvenga nel silenzio generale dei media internazionali.

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giovedì 24 novembre 2016

Violenza Donne. Ennesimo femminicidio in Italia, sono 117 le donne uccise da inizio anno

Seveso, uccide la compagna strangolandola, i figli erano in casa. È solo l'ultimo episodio di altri 117 tremendamente simili avvenuti in Italia nel solo 2016.

Italia, una donna uccisa ogni tre giorni. Dal suo ex, da suo marito, dal suo fidanzato, dal suo compagno, da colui che avrebbe dovuto amarla

Seveso, ingresso dell'abitazione della donna uccisa
Ancora una volta raccontiamo un femminicidio, ancora una volta parliamo di una donna uccisa dall'uomo che avrebbe dovuto proteggerla per sempre. Siamo in provincia di Monza Brianza, a Seveso. Un uomo di 56 anni ha strangolato la compagna 29enne, al termine di una lite avvenuta nella loro casa di Seveso nella notte tra mercoledì e giovedì. La donna avrebbe cercato di difendersi dal gesto del suo compagno ma non ce l’avrebbe fatta. Pare, da quelle che sono le prime notizie sul caso, che in casa fossero presenti anche i figli della coppia.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri di Seregno, intervenuti sul posto su segnalazione dei vicini di casa, la lite culminata in tragedia è avvenuta mentre i due bambini della coppia erano in casa. Stando a quanto emerso, la coppia, lui italiano e lei peruviana, da qualche tempo aveva problemi. Quando i carabinieri hanno bussato al loro appartamento, l’uomo stava tentando di nascondere il corpo della compagna dietro un mobile. I carabinieri lo hanno arrestato per omicidio in flagranza di reato.

I carabinieri, intervenuti prontamente sul posto, hanno poi provveduto a chiedere aiuto anche per i bambini, tre figli che frequentano le scuole elementari che sarebbero stati affidati, almeno per questa prima notte, a dei conoscenti di fiducia della coppia. Secondo le indiscrezioni emerse in queste ore, il 50enne avrebbe ucciso la sua compagna strangolandola a mani nude.

Solo gli esami autoptici potranno dare tutte le risposte del caso. Nel frattempo si cerca di capire se la donna in passato avesse già denunciato altri episodi di violenza, se i vicini che li avevano sentiti litigare fossero anche in passato stati testimoni di episodi simili.


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