venerdì 31 luglio 2015

Nigeria, decapitati perché cristiani.

Profughi nigeriani, lago Ciad
Nigeria, mattanza di cristiani, Boko Haram li "decapita" tutti.

Le vittime sono poveri pescatori. La folle motivazione, "Seguono un profeta che tenta di corrompere il mondo". Un testimone, "Teste tagliate mentre erano ancora vivi"

L'orrore perpetrato dai Boko Haram è inarrestabile e viaggia di pari passo all'odio che i "bastardi" Boko Haram manifestano nei confronti dei cristiani.

Lunedì i jihadisti del nord della Nigeria hanno prima ucciso e poi decapitato decine di pescatori originari del Ciad che stavano gettando le reti sulle acque del lago omonimo nei pressi del villaggio di Baga, al confine tra le due nazioni. Il motivo di tanta ferocia è stato raccontato dall'unico sopravvissuto, Abubakar Gamandi, che nella mattanza ha perso un fratello di appena 16 anni.

Era un drappello di quattro uomini, ma armato di mitragliatori e machete. Hanno spiegato che i pescatori sono emuli di Issa (il nome di Gesù nelle pagine del Corano), un profeta che con le sue parole ha attirato tante persone stolte, tentando di corrompere il mondo.

E dopo questa sbrigativa e delirante motivazione i miliziani di Boko Haram si sono accaniti sui pescatori esplodendo raffiche di kalashnikov. Non soddisfatti, hanno recuperato i corpi che galleggiavano a pelo d'acqua trascinandoli sulla battigia.

"Alcuni sono stati decapitati mentre erano ancora vivi"
(Il Giornale)


lunedì 27 luglio 2015

Swaziland, 18 dollari al mese alle ragazze per restare "vergini"

Verginità a pagamento, piano dello Swaziland per sconfiggere l'AIDS "18 dollari al mese alle ragazze che restano vergini". Paga il Re e la Banca Mondiale.

Il progetto varato dal governo e finanziato dalla Banca Mondiale, entrato in vigore a ottobre 2014, mira a frenare i contagi di HIV in un Paese che ha il tasso di trasmissione del virus più alto al mondo. Dubbi su come controllare le donne che parteciperanno al programma. Una studentessa 17enne: "La cifra proposta la posso guadagnare con un solo atto sessuale. Il governo dovrebbe pagare di più"

In Africa la verginità non era mai stato un problema, prima dell’arrivo dei missionari e dell’AIDS. Era normale, in particolare in alcune regioni, dare le ragazze in sposa non appena fossero state pronte a procreare, quindi molto presto, anche a 12 anni. Noi le chiamiamo "spose bambine" secondo lo specchio della nostra cultura, ma per loro, gli africani, erano "donne" .. e basta. Una pratica barbara, ma che dimostra che il "sesso" in Africa non è mai stato un tabù.

Ma poi vennero i missionari, con i loro discorsi sul "valore della verginità", ma ancor di più venne l’AIDS che si spandeva a macchia d’olio per colpa delle ragazze che non tenevano a freno gli ormoni, ma anche per colpa di numerosi stupri o matrimoni sbagliati.

Così, il Sovrano Mswati III del minuscolo Swaziland (una enclave della Repubblica Sudafricana), dove l’AIDS ha contagiato quasi tutta la popolazione, per correre ai ripari ha deciso di pagare le ragazze affinché rimangano vergini il più a lungo possibile. Con il supporto della Banca Mondiale, il sovrano donerà ogni mese il corrispettivo locale di 18 dollari alle ragazze purché non si facciano "deflorare".

Lo scopo è quello di ridurre i contagi di AIDS, in un Paese con uno dei più alti tassi di trasmissione di HIV del mondo. Il sovrano ha deciso di spendere in questo modo i finanziamenti stanziati dalla Banca Mondiale per la lotta contro la diffusione del virus.

Un’iniziativa che vuole anche ridurre la prostituzione nello stato africano, mirando a dare una sorta di stipendio alle ragazze che, in questo modo, non dovrebbero più avere bisogno di vendere il loro corpo per comprare beni di prima necessità. "Il governo pagherà le ragazze in modo che abbiano i soldi necessari a sopravvivere e possano rifiutare il denaro offerto loro in cambio di prestazioni sessuali"

Ma proprio il legame tra le ragazze e quanti le sfruttano sessualmente potrebbe essere uno dei punti deboli del piano visto che, secondo i dati trasmessi dal governo, il 70% delle donne dello Swaziland vive in povertà assoluta e il reddito pro-capite e meno di un euro al giorno. Accettare denaro in cambio di un favore sessuale per un adolescente è quasi la norma, e 18 dollari si guadagnano con un singolo atto sessuale.

E poi non è ancora chiaro come saranno fatti i controlli sulle ragazze che parteciperanno al programma. Il compito del monitoraggio è affidato al National Emergency Response Council on HIV and Aids, un dipartimento governativo.

Polemiche anche tra quanti credono che il piano sia in realtà un mezzo per garantire al poligamo re del Paese di scegliere le sue future mogli entro una popolazione femminile priva di HIV e vergine. Il re Mswati III, infatti, ha un harem di 15 mogli e ogni anno ne aggiunge una. La nuova moglie viene scelta attraverso una cerimonia chiamata Reed Dance (La Danza delle Canne) dove partecipano migliaia di giovani ragazze provenienti anche da paesi africani vicini, tutte rigorosamente a seno nudo - leggi -
(Al Jazeera)



Tralasciando i discorsi moralistici, sarebbe bello sapere quanto vale la "verginità" di una ragazza. Vorrei saperlo soprattutto io che sono una donna che perse la verginità a 21 anni per uno stupro di gruppo che durò tre lunghissimi giorni.
(Maris)

sabato 25 luglio 2015

Nneka in Italia. Successo della cantante nigeriana nelle tre date italiane del suo tour

Nneka
Nneka, la giovane star soul reggae di origini nigeriane, è arrivata in Italia per tre concerti estivi.

Successo della cantante nei tre appuntamenti italiani del suo tour. All’Eutropia di Roma (21 luglio), Teatro Arena Conchiglia di Sestri Levante (Genova, 22 luglio) nell’ambito del Mojotic Festival, e in Alto Adige a Merano al World Music Festival nei Giardini di Castel Trautsmandorff (23 luglio).

La leggenda dell’hip hop NAS la definisce “un’artista straordinaria”, il Sunday Times l’ha salutata come la nuova Lauryn Hill. Ora la pluripremiata cantautrice Nneka è tornata col suo nuovo album “My Fairy Tales” (Bushqueen Music, 2015), uscito lo scorso marzo.

Si tratta del quarto lavoro di Nneka, registrato tra Francia, Danimarca e Nigeria, in cui il soul si mescola ad influenze reggae, afrobeat e highlife. “My Fairy Tales” è un concept album che racconta le difficoltà affrontate dagli africani nella loro diaspora e si focalizza sulla responsabilità degli adulti nell'insegnare alle nuove generazioni l’importanza dei valori identitari e della propria cultura d’origine.
Video girato a Benin City Nigeria


Nuove stragi in Nigeria, Boko Haram uccide ogni giorno usando anche le ragazzine

Maikadiri, Borno State (Nigeria)
Almeno 21 persone sono morte in un nuovo attacco in un villaggio nello Stato del Borno da parte dei miliziani del gruppo terrorista islamico Boko Haram.

"I terroristi hanno preso d'assalto Maikadiri questa mattina e hanno aperto il fuoco su inermi cittadini in strada". Gran parte dei residenti sono fuggiti e molte case e negozi sono state bruciate. Fonti di polizia locali hanno confermato l'attacco.

L'attacco fa seguito alle due diverse esplosioni che hanno colpito Nigeria e Camerun nel pomeriggio del 22 luglio, provocando la morte di almeno 50 persone.

Il primo dei due attentati si è verificato in Camerun, presso il mercato centrale di Maroua, in una località a 100 chilometri dal confine nigeriano, dove due ragazzine quindicenni imbottite di esplosivo si sono fatte saltare in aria provocando la morte di almeno 11 persone.

Una seconda esplosione nella stessa giornata ha invece colpito la città di Gombe, nell'omonimo Stato federale del nordest della Nigeria, la zona più colpita da Boko Haram, che in quella regione ha costruito negli anni il suo regime di terrore: più di 30 le vittime, in un attentato i cui contorni sono ancora da chiarire.

Nello Stato di Gombe si tratta del secondo attentato in una settimana, dopo l'attacco al mercato cittadino che aveva provocato la morte di 49 persone.

Questi attentati avvengono a pochi giorni dall'inizio dell'offensiva integovernativa che vedrà impegnati gli eserciti di Ciad, Niger e Benin, oltre ai militari nigeriani e camerunensi.

Quasi cento morti in pochi giorni, e tutto questo nell'indifferenza del mondo.
(Ansa)

giovedì 23 luglio 2015

Firenze, scrive la ragazza della "Fortezza da Basso" dopo che i suoi stupratori sono stati assolti

"Come potete immaginare che io mi senta adesso? Non riesco a descriverlo nemmeno io".

"Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che abbia un senso ma non posso perché un senso, questa vicenda, non ce l’ha. Sono io la ragazza dello stupro della fortezza, sono io". 

Dopo le motivazioni della Corte d’Appello di Firenze che ha assolto sei giovani dall'accusa di aver violentato una 23enne leggi articolo - parla la ragazza che denunciòLo fa con una lunga lettera pubblicata sul blog "Al di là del Buco". Dove rievoca gli attimi di quella notte a Firenze, in un’auto parcheggiata vicino alla Fortezza da Basso dove dopo una festa avvenne il rapporto. Per lei fu uno stupro di gruppo. Per i giudici no. Con quella denuncia la ragazza voleva "rimuovere" quello che considerava un suo "discutibile momento di debolezza e fragilità". La vicenda è "incresciosa", si legge nelle motivazioni, "non encomiabile per nessuno, penalmente non censurabile". In sostanza, "l’iniziativa di gruppo non venne ostacolata".

La lettera
Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che abbia un senso ma non posso perché un senso, questa vicenda, non ce l’ha. Sono io la ragazza dello stupro della fortezza, sono io. Esisto. Nonostante abbia vissuto anni sotto shock, sia stata imbottita di psicofarmaci, abbia convissuto con attacchi di panico e incubi ricorrenti, abbia tentato il suicidio più e più volte, abbia dovuto ricostruire a stenti briciola dopo briciola, frammento dopo frammento, la mia vita distrutta, maciullata dalla violenza: la violenza che mi è stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui è stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale.

Come potete immaginare che io mi senta adesso? Non riesco a descriverlo nemmeno io. La cosa più amara e dolorosa di questa vicenda è vedere come ogni volta che cerco con le mani e i denti di recuperare la mia vita, di reagire, di andare avanti, c'è sempre qualcosa che ritorna a ricordarmi che sì, sono stata stuprata e non sarò mai più la stessa. Che siano state le varie fasi della lunghissima prima udienza, o le sentenze della prima e poi della seconda, ne ho sempre avuto notizia dai social media piuttosto che dal mio avvocato. Come mai questo accada non lo so. So soltanto che è come un elastico che quando meno me l’aspetto, mentre sono assorta e impegnata a affrontare il mondo, piena di cicatrici, ma cercando la forza per farcela, questo maledetto elastico mi riporta indietro di 7 anni, ogni maledetta volta.

Ogni maledetta volta dopo aver lavorato su me stessa, cercato di elaborare il trauma, espulso da me i sensi di colpa introiettati, il fatto di sentirmi sbagliata, sporca, colpevole. Dopo aver cercato di trasformare il dolore, la paura, il pianto in forza, in arte, ecco un altro articolo che parla di me. E io mi ritrovo catapultata di nuovo in quella strada, nel centro anti-violenza, nell'aula di tribunale. Tutto questo mi sembra surreale come un supplizio di Tantalo.

La memoria è una brutta bestia. Nel corso degli anni si dimenticano magari frasi, l’ordine del prima e dopo, ma il corpo sa tutto. Le sensazioni, il dolore fisico, il mal di stomaco, la voglia di vomitare, non si dimentica.

Che poi quanti sforzi ho fatto per ritornare ad avere una vita normale, ricominciare a studiare, laurearmi, cercare un lavoro, vivere relazioni, uscire, sentirsi a proprio agio nel proprio corpo, nella propria città. E quante volte sono stata invece redarguita dal mio legale, per avere una “ripresa”. Per sembrare andare avanti, e non sconfitta, finita. “La vittima deve essere credibile”. Forse se quella volta avessi inghiottito più pasticche e fossi morta sarei stata più credibile? Forse non li avrebbero assolti?

Essere vittima di violenza e denunciarla è un’arma a doppio taglio: verrai creduta solo e fin tanto che ti mostrerai distrutta, senza speranza, finché ti chiuderai in casa buttando la chiave dalla finestra, come una moderna Raperonzolo. Ma se mai proverai a cercare di uscirne, a cercare, pian piano di riprendere la tua vita, ti sarà detto “ah ma vedi, non ti è mica successo nulla, se fossi stata veramente vittima non lo faresti”.

Così può succedere quindi che in sede di processo qualcuno tiri fuori una fotografia ricavata dai social network in cui, a distanza di tre anni dall'accaduto, sei con degli amici, sorridi e non hai il solito muso lungo, prova lampante che non è stato un delitto così grave. Fondamentale, ovviamente. A sette anni di distanza ancora ho attacchi di panico, ho flashback e incubi e lotto giornalmente contro la depressione e la disistima di me.

Non riesco a vivere più nella mia città, ossessionata dai brutti ricordi e dalla paura di ciò che la gente pensa di me. Prima la Fortezza da Basso era un luogo pieno di ricordi positivi, la Mostra dell’Artigianato, il Social Forum Europeo, i numerosi festival e fiere. Adesso è un luogo che cerco di evitare, un buco nero sulla mappa della città di Firenze.

Mi è stato detto, è stato scritto, che ho una condotta sregolata, una vita non lineare, una sessualità “confusa”, che sono un soggetto provocatorio, esibizionista, eccessivo, border-line. C'è chi ha detto addirittura che non ero che una escort, una donna a pagamento che non pagata o non pagata abbastanza, ha voluto rivalersi con una denuncia.

Perché sono bisessuale dichiarata, perché ho convissuto col mio ragazzo un anno prima che succedesse tutto ciò, perché amo viaggiare e unito al fatto che non sono riuscita a vivere nella mia città dopo l’accaduto, ho viaggiato molto, proprio per quella sensazione di essere chiunque e di dimenticare la tua storia in un posto nuovo. Perché sono femminista e attivista lgbt e fin dai 15 anni lotto contro questo schifo di patriarcato che oggi come sette anni fa, cerca di annientarmi come ha fatto e fa continuamente, ovunque.

Perché mi vesto non seguendo le mode, e quindi se seguo uno stile alternativo, gothic o cose del genere, sono automaticamente tacciata per promiscua. Perché sono (?) un’attrice e un’artista e ho fatto happening e performance usando il corpo come tavolozza di sentimenti e concetti anche e soprattutto legati al mio vissuto della violenza (e sì, la Body art è nata negli anni 60, mica ieri. Che poi, qualcuno si sognerebbe forse di augurare o giustificare chi stuprasse Marina Abramovic perché si è mostrata nuda in alcuni suoi lavori?).

Ebbene sì, se per essere creduta e credibile come vittima di uno stupro non bastano referti medici, psichiatrici, mille testimonianze oltre alla tua, le prove del dna, ma conta solo il numero di persone con cui sei andata a letto prima che succedesse, o che tipo di biancheria porti, se usi i tacchi, se hai mai baciato una ragazza, se giri film o fai teatro, se hai fatto della body art, se non sei un tipo casa e chiesa e non ti periti di scendere in piazza e lottare per i tuoi diritti, se insomma sei una donna non conforme, non puoi essere creduta. Dato che non hai passato gli anni dell’adolescenza e della giovinezza in ginocchio sui ceci con la gonna alle caviglie e lo sguardo basso, cosa vuoi aspettarti, che qualcuno creda a te, vittima di violenza?

Sono stata offesa non solo come donna, per ciò che sappiamo essere accaduto. Ma come amica, dal momento in cui il capetto del gruppo era una persona che consideravo amica, e mi ha ingannato. Sono stata offesa dagli avvocati avversari e dai giudici come bisessuale e soggetto lgbt, che hanno sbeffeggiato le mie scelte affettive e le hanno viste come “spregiudicate”.

Sono stata offesa come femminista e attivista lgbt quando la mia adesione a una manifestazione contro la violenza sulle donne è stata vista come “eccessiva” e non idonea a una persona vittima di violenza, essendomi mostrata troppo “forte”. Sono stata offesa dalla corte e dagli avvocati avversari per essere un’artista e un’attrice (o per provarci, ad ogni modo), un manipolo di individui gretti che non vedono oltre il loro naso e che equiparavano qualsiasi genere di nudità o di rappresentazione che vada contro la “norma” (per es. scrivere uno spettacolo sulla prostituzione) alla pornografia.

Mi hanno perfino offesa in quanto aderente alla moda giapponese delle gothic lolita (e hanno offeso il buon senso), quando hanno insinuato che fosse uno stile che ha a che fare con pornografia, erotismo e chissà cos'altro. Hanno offeso, con questa assoluzione, la mia condizione economica, di gran lunga peggiore della loro che, se hanno vinto la causa possono dir grazie ai tanti avvocati che hanno cambiato senza badare a spese, mentre io mi sono dovuta accontentare di farmi difendere da uno solo.

E condannandomi a dovere essere debitrice a vita per i soldi della provvisionale che ho speso per mantenermi negli ultimi due anni, oltre al fatto che nessuno ripagherà mai il dolore, gli anni passati in depressione senza riuscire né a studiare né a lavorare, a carico dei miei, e tutti i problemi che mi porto dietro fino ad adesso. Rischio a mia volta un’accusa per diffamazione, anche scrivendo questa stessa lettera.

Ciò che più fa tristezza di questa storia che mi ha cambiato radicalmente, è che nessuno ha vinto. Non hanno vinto loro, gli stupratori (accusati e assolti in II° ndb), la loro arroganza, il loro fumo negli occhi, le loro vite vincenti, per esempio l’enorme pubblicità fatta ai b-movie splatter del “capetto” del gruppo, sono andate avanti nonostante un'accusa di stupro.

Abbiamo perso tutti. Ha perso la civiltà, la solidarietà umana quando una donna deve avere paura e non fidarsi degli amici, quando una donna è costretta a stare male nella propria città e non sentirsi sicura, quando una giovane donna deve sospettare quando degli amici le offrono da bere, quando si giudica la credibilità di una donna in base al tacco che indossa, quando dei giovani uomini si sentiranno in diritto di ingannare e stuprare una giovane donna perché è bisessuale e tanto “ci sta”.

Quello che vince invece, giorno per giorno attraverso quello che faccio, è la voglia di non farmi intimidire, di non perdere la fiducia in me stessa e di riacquistarla nel genere umano, facendo volontariato, assistendo gli ultimi, i disabili, le persone con disturbi psichici (perché sì, anche quando si è sofferto di depressione e forse soprattutto per questo, si è capaci di essere empatia e d’aiuto).

Se potessi tornare indietro sapendone le conseguenze non so se sarei comunque andata al centro anti-violenza, da cui è poi partita la segnalazione alla polizia che mi ha chiamato per deporre una testimonianza tre giorni dopo. Ma forse si, comunque, per ripetere al mondo che la violenza non é mai giustificabile, indipendentemente da quale sia il tuo lavoro, che indumenti porti, quale sia il tuo orientamento sessuale. Che se anche la giustizia con me non funziona prima o poi funzionerà, cambierà, dio santo, certo che cambierà.
(La ragazza della Fortezza da Basso)
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"Sono indignata ed esterrefatta per l'assoluzione dei sei stupratori e soprattutto per le motivazioni della sentenza. I giudici devono aver confuso i fogli con quelli di una sentenza emessa nell'ottocento, o forse ci troviamo in qualche posto sperduto dell'Africa dove gli stupri rimangono impuniti. Stento a credere che nel 2015 sia anche solo pensabile che la responsabilità di uno stupro ricada su chi lo subisce"
Ve lo dice colei che fu stuprata per tre giorni di seguito, a Torino nel 1995 e e che quindi sa esattamente cosa significa subire un abuso così orribile. Alla ragazza della Fortezza da Basso tutta la mia solidarietà e la mia personale vicinanza.


Ecco come le armi di ISIS e Boko Haram arrivano in Italia e in Europa

La mafia nigeriana dietro il traffico di pistole, fucili e mitragliatori.

C’è un passaggio di armi che avviene quasi alla luce del sole e che sembra venga spesso utilizzato dalle organizzazioni terroristiche come ISIS e Boko Haram. Si tratta del trasferimento di armi "in parti" e cioè smontate. Fucili e pistole in pezzi possono infatti viaggiare con bolle di accompagnamento che le qualificano come carpenteria metallica.

In questo modo può essere facile spostare armi da tenere a disposizione dei terroristi per eventuali attentati. Pezzi che diventano subito utilizzabili perché la maggior parte di chi arriva da zone di guerra sa facilmente e rapidamente montare pistole e fucili.

"Io per esempio sono stato un soldato bambino in Liberia e lì ho imparato tutto. Quando avevo 13 anni ero già in grado di montare un fucile in pochi minuti". Potremmo chiamarlo Jo, quelli come lui sono abituati ai nomi di fantasia. Non tanto per una sorta di protezione, come in questo caso, ma perché come tanti altri che arrivano dell’Africa occidentale e vivono in alcune ben definite aree in Italia, sono dei fantasmi, gente senza identità, arrivati da altri paesi europei in aereo e mai identificati (a differenza di chi ci raggiunge sui barconi della disperazione).

Lui, Jo, collabora da tempo con le forze dell’ordine italiane e ha denunciato e fatto arrestare componenti della cosiddetta mafia nigeriana, una organizzazione criminale molto ben radicata nelle aree del litorale casertano fino al basso Lazio, a Roma (Tor Bella Monaca), Genova, Catania, Veneto.

"Ci sono personaggi che hanno fatto parte di Boko Haram (feroce organizzazione terroristica jihadista nigeriana) e che oggi vivono qui anche se non è facile individuarli. Loro hanno la possibilità di offrire supporto ai terroristi in caso di attentati e si approfittano anche degli altri. Tutti sanno come spostare le armi qui e tutti sanno montarle. Spesso le sotterrano nei terreni della zona di Castelvolturno".

È un fiume in piena mentre giriamo in auto tra case basse, una volta dimore estive delle famiglie napoletane e casertane e oggi quasi disabitate o occupate dagli immigrati. Mi mostra villette fatiscenti dove vivevano esponenti della mafia nigeriana che ora sono in galera, dove venivano eseguiti gli omicidi, dove confezionata la droga, dove schiavizzate le prostitute.

Non sono l’unica, né la prima. Ha già detto tutto agli investigatori dell’antimafia. "La situazione è potenzialmente pericolosa perché per soldi gli esponenti di Eye (così si chiama l’organizzazione) farebbero tutto per i terroristi". Gli chiedo se sia vero che le armi le spostano in pezzi. "Certo, a volte le parti delle pistole le nascondono all'interno delle patate nigeriane che sono molto grandi. Le tagliano a metà e nella parte più morbida sistemano i pezzi. Chi può mai accorgersi del carico illegale?".

Per ciò che riguarda i pezzi di ricambio e le parti staccate la legislazione di fatto non esiste e i controlli sono quasi impossibili. Anche in termini internazionali, secondo l’ultimo trattato che si chiama ATT (Arms Trade Treaty) e che è stato approvato dall’ONU nel luglio di due anni fa, il problema delle armi staccate non si pone, quindi non è controllabile sul piano internazionale.

Questo problema lo abbiamo posto con forza sia come ricercatori che come associazioni ONG che lavorano nel settore e anche attraverso Amnesty International alle conferenze di preparazione di quel trattato. Quindi la questione era stata posta, ma per veti politici di grande peso sia le armi in parti staccate che le munizioni sono in gran parte uscite dalla copertura di quel trattato. Il risultato è che per molte legislazioni di vari paesi armi e munizioni in parti staccate possono circolare liberamente.

In Italia la situazione è particolare. Esiste certamente una legge tra le migliori, ma in realtà se l’arma per esempio è destinata a forze di polizia non viene considerata arma militare e quindi esce dal controllo che si deve fare ai sensi della legge 185/1990 sulle armi militari ed entra invece sotto l’egida di un’altra legge, la 110/1975, che non prevede controlli dello stesso tipo e soprattutto non prevede la pubblicazione dei dati in un rapporto così come invece si fa per le armi militari.

"Quindi noi non ne sappiamo in gran parte niente. E se io spedisco una partita di armi staccate, per esempio 100 canne, 100 calci, 100 percussori, 100 grilletti, intanto sarà un gioco abbastanza semplice ricomporre altrettante armi complete ma poi, soprattutto, i pezzi che hanno viaggiato staccati non saranno stati mai classificati come armi e quindi non saranno mai entrati sotto i controlli di legge che invece dovrebbero logicamente seguirli. Una bolla di canne di fucile per esempio, viene classificata come parti metalliche o carpenteria metallica".

"Con queste premesse, purtroppo, se un terrorista ha intenzione di colpire un obiettivo rilevante in un paese come i nostri noi siamo alla mercé di qualunque attentato". 

lunedì 20 luglio 2015

Si chiamava Raghad e aveva 11 anni, veniva da un paese in guerra

Raghad, 11 anni
Gli scafisti hanno gettato l'insulina in mare e l'undicenne è morta al quinto giorno in mare.

Si chiamava Raghad e aveva 11 anni, veniva da un paese in guerra. Lasciando la riva per raggiungere la barca che li aspettava avevano gettato in acqua i loro effetti personali. Mohammad gridò agli scafisti. "Per favore aiutatemi, devo salvare lo zainetto in cui sono custodite le medicine di mia figlia".

"Dio maledica la sua anima" risposero quei criminali strappandoglielo dalle mani e gettandolo nell'acqua. È stato l’inizio dell’agonia della piccola siriana malata di diabete, che amava infinitamente la vita. Mohammad riuscì a recuperarlo lo zainetto, ma il contenuto ormai era danneggiato e non avrebbe potuto più salvare la vita di Raghad. La sua agonia è durata due giorni e due notti tra le braccia della madre dentro una fragile barca.

Il desiderio di Raghad, salendo sulla barca, era di incontrare i delfini. Li incontrò quando era ancora in vita e anche dopo, dopo la sua sepoltura in mare. La sua malattia e la speranza di poterla guarire aveva spinto la famiglia ad affrontare il viaggio in mare, al confine tra la vita e la morte. Per proteggere la famiglia dalla ferocia che sta devastando la Siria, nel 2012 Mohammad decise di lasciare Aleppo e rifugiarsi in Egitto.

Voleva mettere in salvo le sei giovanissime figlie, voleva che studiassero e crescessero forti e indipendenti. Ma anche l’Egitto nel corso degli anni cambiava volto, diventando sempre più insicuro, e Mohammad ricominciò a temere per le sue creature. Se mai gli fosse successo qualcosa, si chiedeva come avrebbero fatto. Per questo, aveva deciso di tentare quel pericoloso viaggio in Europa, in Germania, e anche per curare Raghad. Aveva scelto di non partire solo con lei, ma tutti insieme. Non potevano separarsi.

Raghad con il papà
Un uomo e tante donne, la moglie, le figlie e un’amica della moglie, una vedova con figli piccoli. Non si era tirato indietro quando gli avevano chiesto di aiutarli a pagare il viaggio, di non lasciarli soli e di poter condividere la speranza. Dopo la morte di Raghad, sulla barca in mezzo al mare ha detto alle figlie ‘’Credo che non potrete mai perdonarmi per avere preso questa decisione’’ Le figlie gli hanno risposto ‘’No papà, la decisione l’abbiamo presa anche noi, l’abbiamo presa insieme’’.

Nella barca impregnata di brutti odori, il profumo buono di Raghad si spargeva come una brezza leggera. La barca profumava di lei, profumava di buono
Selima, mediatrice culturale di EMERGENCY al Porto di Augusta

La fuga dalla Siria. Nel 2013, in fuga dalla guerra in Siria, la famiglia Hasoun si era trasferita in Egitto. Inizialmente si era ben inserita pur perdendo giorno dopo giorno i risparmi d’una vita. Le bimbe studiavano, praticavano sport; la maggiore aveva cominciato l’università, facoltà di Farmacia. Negli ultimi mesi, nel caos egiziano tra rivoluzione e restaurazione, l’ostilità nei confronti degli stranieri si è aggravata.

"Noi siriani siamo stati messi nel mirino. Non potevamo più stare. Avevo paura per le mie figlie. E neppure al Cairo, la città che avevamo scelto per vivere, c’era la possibilità di curare al meglio Raghad. Così avevo pensato di raggiungere la Germania. Volevamo provare con le cellule staminali"
(Corriere della Sera)



Repubblica Democratica del Congo tra "cannibalismo" e "Islam integralista"

Scatena più clamore un articolo che racconta di un episodio di cannibalismo commesso 10 mesi fa, piuttosto che il grido di dolore di 48 donne che ogni ora vengono stuprate nella Repubblica Democratica del Congo.

Articolo apparso su "La Stampa" il 20 luglio
Ho letto la lettera aperta di African Voice indirizzata al quotidiano la La Stampa che viene rimproverato di aver pubblicato un articolo dal titolo piuttosto forte "Nel cuore del Congo dove i cannibali fermano gli islamisti".

"Quotidiano La Stampa. Razzista sulla Repubblica Democratica del Congo". Secondo African Voice l'articolo è "razzista" per quella parola "cannibalismo" contenuta nel titolo, e questo indurrebbe a pensare che i militari della Repubblica Democratica del Congo che, in collaborazione con la missione ONU (MONUSCO), stanno combattendo contro le bande armate dei miliziani di ispirazione islamica ADF Alleance Democratic Forces, collegato al gruppo terroristico somalo Al Shabaab, siano "razzisti" (ovvero cannibali).

Nella remotissima parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), da anni è teatro di una guerra irregolare affollata di eserciti e milizie più o meno legate a Paesi vicini (Rwanda, Uganda, ecc..), conflitti etnici (non solo Hutu e Tutsi) e battaglie per il controllo delle risorse naturali. Questo è il contesto in cui si svolgono i fatti.

La Stampa, inteso come quotidiano, pubblica un articolo a firma "Paolo Mastrolilli" riferendosi ad un episodio accaduto 10 mesi fa. Il titolo è ad effetto, certo, ma non ho motivo di dubitare che sia realmente accaduto, anche perché a riferirlo sarebbe un funzionario ONU che fu testimone dell'accaduto e la Stampa è un quotidiano che considero "serio".

Credo esagerata la reazione della redazione di African Voice, anche se, tutto sommato giustificata.

Episodi di "cannibalismo" si sono verificati anche nella guerra della Repubblica Centrafricana, ma non per questo i giornali italiani che ne parlarono vennero considerati "razzisti". Ricordo che, nelle culture animiste tradizionali, mangiare il cuore del nemico significa prendersi il suo coraggio e la sua forza.

Nella Repubblica Democratica del Congo è al potere un regime militare corrotto e piuttosto repressivo, e che il suo presidente Joseph Kabila sta già tramando per farsi eleggere per il terzo mandato consecutivo, e l'Italia in nome del business fa affari, molti affari, nella Repubblica Democratica del Congo. Un paese che vorrebbe riabilitarsi agli occhi dell'occidente proprio facendo azioni di contrasto alle bande islamiste che stanno imperversando nelle regioni nord-orientali.

Proprio due giorni fa scrissi degli stupri che vengono compiuti proprio in quelle regioni tormentate. - leggi -

Io credo che i giornali italiani farebbero meglio a parlare di più delle 48 donne che vengono stuprate ogni ora, tutte le ore di tutti i giorni, nella Repubblica Democratica del Congo, piuttosto che accapigliarsi per un singolo episodio di cannibalismo, vero o presunto, accaduto dieci mesi fa.



Articolo di

domenica 19 luglio 2015

Nigeria, fine Ramadan di sangue. Bambine di 10 anni usate come kamikaze

Attentato a Damaturu, Yobe State (Nigeria)
Islam religione di morte. Islam religione che tradisce. Islam che usa "bambine" per mettere bombe. Islam, una religione che uccide, massacra, distrugge chiese, brucia villaggi e rapisce ragazze. Questo è ciò che accade in Nigeria. Venerdì decine di morti a Damaturu, nel nord-est del paese, bambine utilizzate come "bombe umane". Così Boko Haram ha festeggiato il fine Ramadan.

Damaturu, la capitale dello Stato di Yobe, nel nordest della Nigeria, è stata colpita da tre esplosioni che hanno ucciso decine di persone. A compiere gli attentati, durante le preghiere per celebrare Eid al Fitr, la festività che segna la fine del Ramadan, sono state tre minorenni, bambine usate dall'Islam integralista per uccidere. Giovedì altre 49 persone sono morte in un duplice attentato nella città di Gombe, che si trova a circa 200 chilometri di distanza di Damaturu.

La responsabilità è del gruppo islamico integralista Boko Haram. In sei anni in Nigeria, i jihadisti hanno ucciso più di quindicimila persone e ne hanno costrette alla fuga due milioni. Migliaia, più di duemila, ragazze e bambine rapite solo nell'ultimo anno.

È il territorio della diocesi di Maiduguri, nel Nord-Est della Nigeria, ad essere teatro delle più efferate violenze contro i cristiani avvenute negli ultimi 6 anni da parte di Boko Haram. A descrivere mappa e numeri di questi attacchi jihadisti è un rapporto redatto da un gruppo di ONG nigeriane guidate da "Aid to the Church in Need" (Aiuto alla Chiesa in Bisogno).

Dal 2009 "Oltre 15.000 cristiani sono stati uccisi e di conseguenza vi sono almeno 17.000 vedove e 100 mila orfani" si legge nel testo, che stabilisce anche "ad oltre 500 mila il numero dei senzatetto", obbligati a lasciare villaggi e piccoli centri a seguito di attacchi sistematici da parte dei miliziani di Boko Haram che hanno portato anche alla distruzione di almeno 350 chiese. La maggioranza di tali violenze e distruzioni sono avvenute sul territorio della diocesi di Maiduguri, che include gli Stati di Borno e Yobe, e una parte di Adamawa.
Tutto questo accade nell'indifferenza del mondo occidentale
Un silenzio assordante


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sabato 18 luglio 2015

Stupro di gruppo, solo un momento di debolezza della ragazza. Tutti assolti

Se in passato hai avuto un rapporto omosessuale, e se oggi ti stuprano in sei è solo colpa tua. Così sentenzia la Corte d'Appello di Firenze.

Essere violentate, un supplizio che solo chi ci è passato sa davvero che significa. Io ci sono passata, e vorrei tanto conoscere questa ragazza .. Sono con te piccola stella.

La Corte d'Appello di Firenze ha scagionato sei imputati dall'accusa di aver violentato una 23enne dopo una festa, vicino alla Fortezza da Basso. I fatti risalgono al 2008. Nelle motivazioni si legge "La vicenda è incresciosa, ma penalmente non censurabile. La giovane era presente a se stessa anche se probabilmente ubriaca, l'iniziativa di gruppo comunque non fu ostacolata".

Un rapporto sessuale con sei ragazzi. Poi la denuncia per violenza sessuale e la condanna in primo grado, quattro anni e mezzo di carcere. Secondo i giudici, i ventenni abusarono delle condizioni di inferiorità fisica e psichica della giovane che forse era ubriaca. In secondo grado, tutto ribaltato. Assoluzione. Perché per la Corte d’Appello la vicenda è "incresciosa", "non encomiabile per nessuno", ma "penalmente non censurabile". In sostanza, ragionano i giudici nelle quattro pagine di motivazioni, la ragazza con la denuncia voleva "rimuovere" quello che considerava un suo "discutibile momento di debolezza e fragilità".

La vicenda "incresciosa" è accaduta a Firenze nel 2008. In un’auto parcheggiata fuori dalla Fortezza da Basso, dove una ragazza ebbe un rapporto sessuale di gruppo al termine di una festa. Gli imputati, tutti italiani, avevano fra i 20 e i 25 anni. La ragazza 23. I giudici d’Appello adesso scrivono che il suo comportamento fa "supporre che, se anche non sobria" fosse comunque "presente a se stessa". Inoltre "molte sono le contraddizioni" nel suo racconto: la sua versione è ritenuta "vacillante" e smentita "clamorosamente" dai riscontri.

Riferendosi al rapporto, la Corte parla di una "iniziativa di gruppo comunque non ostacolata". I giudici ritengono poi che i ragazzi possano aver "mal interpretato" la disponibilità della ragazza, me che poi non vi sia stata "alcuna cesura apprezzabile tra il precedente consenso e il presunto dissenso della ragazza, che era poi rimasta ‘in balia’ del gruppo".

Il difensore della 23enne, l’avvocato Lisa Parrini, bolla quella della Corte come "una motivazione densa di giudizi morali". Il legale fa riferimento anche alla definizione "vita non lineare" data dai giudici a quella della ragazza, solo perché, spiega Parrini, "ha avuto due rapporti occasionali, un rapporto di convivenza e uno omosessuale".

"In una motivazione di sole quattro pagine si sostiene che con il suo comportamento ha dato modo ai ragazzi di pensare che fosse consenziente". In un passaggio i giudici definiscono la ragazza "un soggetto fragile, ma al tempo stesso creativo, disinibito, in grado di gestire la propria (bi)sessualità, di avere rapporti fisici occasionali di cui nel contempo non era convinta".

"Sono indignata ed esterrefatta da queste motivazioni di assoluzione dei sei imputati per lo stupro della Fortezza. I giudici devono aver confuso i fogli con quelli di una sentenza emessa nell'ottocento, perché stentiamo a credere che nel 2015 sia anche solo pensabile che la responsabilità di uno stupro ricada su chi lo subisce". Ve lo dice chi vi scrive, che fu stuprata per tre giorni di seguito, a Torino nel 1995.
(Il Fatto Quotidiano)


NON mi stancherò mai di lottare contro la "Violenza alle donne"

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