domenica 30 luglio 2017

Somalia, emergenza sfollati aggravata dall'epidemia di colera. È crisi umanitaria

Campo profughi somalo

In un’intervista a Voice of America, Gerard Waite, capo della missione dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim) in Somalia, ha dichiarato che nel paese c’è una nuova emergenza sfollati, dovuti alla siccità e alla persistente instabilità del paese. La crisi investe soprattutto le regioni meridionali.

Dall'inizio di quest’anno 800 mila nuovi sfollati si sono aggiunti al milione e 100 mila già presenti, rendendo la situazione nei campi esistenti decisamente critica per il super affollamento, mentre i nuovi campi, in generale, stentano ad offrire perfino i servizi di base.

A causa delle squallide condizioni di vita nei campi è scoppiata un’epidemia di colera che ha colpito finora circa 71 mila persone, facendo almeno 1.100 morti

La crisi climatica non è finita. Alla prima stagione delle piogge di quest’anno, tra aprile e giugno, le precipitazioni sono state drammaticamente al di sotto della media e dunque i primi raccolti sono andati in gran parte perduti. È invece possibile che la seconda stagione di piogge, che dovrebbe iniziare solo in ottobre, porti devastanti alluvioni a causa del fenomeno climatico di El Niño, aggravando ulteriormente la situazione.
(Relief Web)

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Nigeria. Oltre 50 morti in un attacco di Boko Haram

Più di 50 persone, tra civili e militari, sono state uccise nel nordest della Nigeria in un'imboscata di Boko Haram ad un gruppo di ricercatori, a cui è seguita l'intervento dell’esercito.

L'Università di Maiduguri, Borno State
L’attacco è avvenuto martedì 25 luglio nella zona di Magoreri, nello stato nord-orientale di Borno, ma solo ieri la stampa ha potuto accedere a parte delle informazioni su quanto avvenuto. Il fatto che i militari controllino rigorosamente l'accesso alla zona, ha fatto sì che i dettagli dell’imboscata, inizialmente considerata un tentativo di rapimento, siano emersi lentamente, in particolare per quanto riguarda la dinamica di quanto accaduto e il numero esatto delle vittime, che potrebbe salire ancora.

Cosa sia realmente accaduto non è chiaro. Martedì un convoglio di dieci veicoli stava rientrando da una missione di esplorazione petrolifera di un mese nella regione del Lago Ciad. A bordo vi erano ricercatori universitari provenienti dall'ateneo di Maiduguri, incaricati della Nigerian national petroleum corporation (Nnpc, l’azienda petrolifera statale), accompagnatori e guardie, militari e civili. Nel villaggio di Jili, vicino Magumeri, una cinquantina di chilometri dal capoluogo Maiduguri, al convoglio viene teso un agguato.

Mercoledì, l'esercito fa sapere che all'agguato era seguito il rapimento del gruppo da parte di Boko Haram e solo dopo un'operazione di salvataggio, che ha provocato la morte di dieci uomini, ha trovato e salvato i ricercatori.

Le cose invece erano andate diversamente. Il bilancio è molto pesante e nessuno spera più di trovare in vita i componenti della missione di ricerca. "Inizialmente abbiamo pensato che la nostra squadra fosse stata salvata perché è quello che era stato detto mercoledì da un portavoce dell'esercito, racconta all’agenzia France Presse Dani Mamman, un sindacalista universitario, ma siamo rimasti scioccati quando ci hanno riportato quattro corpi senza vita. Questo significa che non era un'operazione di salvataggio"

Stamani un soccorritore di Magumeri ha raccontato che da martedì e fino a ieri notte le squadre hanno continuato a rinvenire corpi. Alcuni sono stati bruciati vivi nella loro macchina e hanno dovuto essere seppelliti sul posto. Tra le vittime vi sono militari, membri delle Civilian joint tast force (Jtf, combattenti che affiancano l’esercito nella lotta a Boko Haram), vigilantes civili, personale medico e docenti universitari.
(Al Jazeera)

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Repubblica Democratica del Congo. Si è arreso Ntabo Sheka, uno dei più ricercati signori della guerra

Ntabo Sheka si arrende ai soldati della Monusco
Ntabo Ntaberi Sheka, uno dei più ricercati signori della guerra della Repubblica Democratica del Congo, accusato dalla Corte Penale Intenazionale di crimini contro l'umanità, si è arreso, consegnandosi ai soldati della Monusco, la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite nel paese. Dopo essere stato ricercato dal governo congolese per sei anni, Sheka si è presentato davanti ai caschi blu della città di Mutongo, nel territorio di Walikale, ed è stato trasferito a Goma, capoluogo della regione del Nord Kivu.

La milizia Mai-Mai che porta il suo nome (Mai-Mai Sheka), attiva nel settore orientale del paese, è regolarmente accusata dall'Onu e dalle organizzazioni per la tutela dei diritti umani di uso dello stupro come arma di guerra.

Secondo le Nazioni Unite, le forze di Sheka, assieme ad altri due gruppi armati, hanno violentato almeno 387 donne tra il 30 luglio e il 2 agosto 2010, per punirli per la presunta collaborazione con le forze governative congolesi. Episodio per il quale Ntabo Sheka è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale.

"Migliaia di civili nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo sono stati vittime di crimini commessi dalle milizie al comando di Sheka" ha dichiarato il direttore di Human Rights Watch per l’Africa centrale, Ida Sawyer.

La stessa organizzazione nel 2015 aveva calcolato che i suoi Mai-Mai avessero ucciso almeno 70 civili dopo l'emissione del mandato d'arresto nei suoi confronti, nel gennaio 2011, molti dei quali uccisi a colpi di machete, tagliati a pezzi e fatti sfilare in città accompagnati da canti diffamatori contro gruppi etnici rivali.
(Reuters)


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venerdì 28 luglio 2017

Trieste, tre profughi mussulmani violentano una 14enne

Violenza sessuale continuata su una minorenne a Trieste, arrestati tre profughi. Ancora migranti ospiti in città, ancora e sempre mussulmani senza nessun rispetto nemmeno per le adolescenti e che tradiscono le società che li accolgono.


Un cittadino afghano e due pakistani, profughi ospitati in strutture cittadine, sono stati arrestati dalla Polizia di Trieste, al termine di indagini coordinate dalla Procura della Repubblica per violenza sessuale nei confronti di una minorenne di 14 anni, ospite di una struttura residenziale cittadina.

In manette sono finiti Muhibullah Zerani, afghano, di 22 anni, e i pakistani Arif Hussain (24) e Zubair Khan (22), per una serie di episodi di violenze sessuali avvenute a maggio e giugno scorsi. I giovani avrebbero costretto la ragazzina ad atti sessuali dopo averla avvicinata nel centro cittadino e in esercizi commerciali, e all'interno di alcuni giardini pubblici. La giovane ha raccontato la vicenda a un'educatrice della struttura che la ospita, ed è stata accompagnata all'Istituto pediatrico "Burlo Garofolo" per le visite mediche del caso. Gli investigatori hanno inoltre appurato che gli stranieri erano consapevoli della sua minore età e che avevano abusato di lei.

"Serve più controllo"
«Accelerare tutti i provvedimenti atti a discernere e respingere chi non ha diritto alla protezione internazionale, mantenendo al contempo sotto stretto controllo gruppi e individui soggiornanti». Lo chiede in una lettera inviata al ministro degli Interni, Marco Minniti, la presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani.

Parlando di «atti di brutale violenza», nella missiva Serracchiani ricorda di aver «già ritenuto di intervenire più volte, sia seguendo le vie istituzionali sia attraverso i mezzi d'informazione, per segnalare la pressione cui è sottoposta la comunità del Friuli Venezia Giulia, in ragione della presenza sul territorio di migliaia di individui, in larghissima maggioranza giovani maschi e per lo più portatori di usi e costumi tradizionali che potenzialmente in conflitto con la cultura di un territorio moderno e tollerante»

La scala dei Giganti a Trieste
Il luogo dove è avvenuto almeno uno degli episodi di stupro
Per la Serracchiani «questo è un problema la cui soluzione non può essere relegata a un futuro indefinito e che richiede la messa in atto contemporanea e contestuale di strumenti di prevenzione e di repressione, oltre alla predisposizione urgente di un piano di integrazione socioculturale». Riconoscendo al Ministro dell'Interno, «di aver affrontato con energia il fenomeno delle migrazioni e di aver lavorato per porvi un argine», sottolinea tuttavia «l'orrore che suscita la violenza avvenuta a Trieste, che si aggiunge ad altri atti di diversa criminalità commessi da analoghi soggetti»

Da qui la sollecitazione a «compiere uno sforzo ulteriore, ad accelerare tutti i provvedimenti atti a discernere e respingere chi non ha diritto alla protezione internazionale, mantenendo al contempo sotto stretto controllo gruppi e individui soggiornanti». «Come ho avuto modo di dire, suscitando polemiche di cui ancora adesso non mi capacito - aggiunge Serracchiani - simili atti di violenza mettono gravemente in crisi l'attitudine all'accoglienza delle nostre comunità, nelle quali si insinua un legittimo timore e da cui sorge un sempre più impellente bisogno di sicurezza e rassicurazione. Non si può e non è giusto mettere troppo a lungo alla prova la pazienza dei nostri cittadini»

Dicendosi sicura che è «di immediata evidenza la necessità di agire, con gli strumenti legislativi che sono stati recentemente approvati e, se occorresse, apprestandone altri ancora più mirati», Serracchiani conclude proponendo che questi temi siano al centro anche della visita del ministro Minniti in Friuli Venezia Giulia, programmata in settembre.

Un particolare pensiero viene rivolto alla giovanissima vittima della violenza, «che ha patito un oltraggio supremo e che mi auguro potrà superare questo trauma. E che rimane però come monito per noi tutti, perché sta alle istituzioni difendere chi come lei è indifeso»
(Il Messaggero Veneto)

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giovedì 27 luglio 2017

Sud Sudan. Nessun ulteriore supporto economico dai paesi occidentali per l'accordo di pace del 2015

In un comunicato diffuso nei giorni scorsi, Unione Europea, Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia hanno fatto sapere che non daranno più nessun contributo economico per portare avanti l’accordo di pace attualmente in vigore, da loro considerato in gran parte ormai obsoleto anche perché è stato ripetutamente violato.

Si tratta dei paesi che più hanno contribuito anche finanziariamente al negoziato che ha portato all'accordo firmato nell'agosto del 2015 dal governo sud sudanese e dall'opposizione armata guidata dall'ex vicepresidente Riek Machar. Hanno poi sostenuto con rilevanti contributi economici la sua implementazione.

I paesi occidentali chiedono, in definitiva, che venga rivitalizzato l’accordo in vigore, o che ne venga negoziato uno nuovo, che tenga conto della situazione sul terreno del tutto diversa da quella esistente nel 2015 e fino agli scontri di Juba del luglio dell’anno scorso, che hanno fatto naufragare il governo provvisorio e diffuso la guerra civile anche nelle regioni dell'Equatoria e del Bahar el Gazal, con l’emergere di nuovi attori sia in campo politico che militare.

La posizione espressa ha suscitato immediate reazioni a Juba. Il ministro dell’informazione e portavoce del governo, Michael Makuei, che aveva dichiarato la volontà di partecipare agli sforzi dei paesi dell'Igad (l’organizzazione regionale attorno al cui tavolo si era svolto il negoziato) ma senza la partecipazione della maggior forza di opposizione armata, ha osservato che i paesi occidentali sono decisamente confusi nelle loro posizioni, sottolineando che hanno il dovere sostenere l’accordo che è frutto della loro mediazione.
(Reuters)

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Nuoro, bomba contro i migranti nel centro di accoglienza di Dorgali

Alcuni degli ospiti del Centro di Accoglienza di Dorgali
Poteva uccidere gli ospiti del centro di accoglienza di Dorgali, nel nuorese, la bomba fatta esplodere questa notte davanti ad un ingresso laterale. I 64 migranti e i due operatori, infatti, dormivano a pochi metri da lì, e l'ordigno, hanno fatto sapere le forze dell'ordine, era costruito sapientemente. Due nigeriani sono rimasti lievemente feriti. L'ingresso e un'ala della struttura sono completamente distrutti.

L'esplosione. La bomba è esplosa questa notte intorno alle 2:30, davanti ad una porta laterale della struttura gestita dalla cooperativa The Others: la porta e la l'ingresso della struttura sono andati distrutti. L'onda d'urto, secondo quanto accertato dagli investigatori, è stata molto forte e avrebbe potuto investire i migranti che dormivano a pochi metri dalla porta laterale. L'ordigno, secondo i rilievi effettuati dagli artificieri, era stato costruito artigianalmente con una buona quantità di esplosivo da cava.

Le indagini. Secondo le prime ricostruzioni non si erano mai registrati problemi al centro migranti o tensioni con i residenti. I carabinieri stanno indagando ma ad aiutarli non ci sono le immagini delle telecamere di sorveglianza di cui la struttura non era dotata.
(RaiNews)

Se tu credi che ciò che riunisce gli uomini è più importante di ciò che li divide. Se per te lo straniero che incontri è un fratello. Se tu dividi il tuo pane e sai aggiungere ad esso un pezzo del tuo cuore, allora la pace verrà
(Charles de Foucauld)

La risposta del parroco. Il parroco della chiesa Santa Caterina D’Alessandria a Dorgali, don Michele Casula, reagisce all'attentato contro il centro di accoglienza. Lo fa postando sul profilo Facebook della parrocchia una foto con i migranti, scattata nella struttura di “Su Babbu Mannu” presa di mira durante la notte. L’immagine è accompagnata dalle parole di Charles de Foucauld, il religioso francese proclamato beato il 13 novembre 2005 da papa Benedetto XVI: “Se tu credi che ciò che riunisce gli uomini è più importante di ciò che li divide, Se per te lo straniero che incontri è un fratello, Se tu dividi il tuo pane e sai aggiungere ad esso un pezzo del tuo cuore, allora la pace verrà”.

Don Michele ha scritto: “Forse per tutti noi questo fatto è una occasione per donare agli altri parole ‘buone’ e mettere da parte sentimenti e parole che certamente non aiutano a crescer, ma ma specialmente non aiutano i più giovani: facciamo un piccolo sforzo e lavoriamo per questo!”. Poi un invito ai cittadini di Dorgali: “Questa sera alle 20 ci ritroveremo davanti al centro di Su Babbu Mannu (dove è avvenuto l’attentato) per esprimere la nostra vicinanza… Si può portare un segno di affetto per questi ragazzi. Ciascuno si muova liberamente

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Sud Sudan, rapporto Amnesty International sugli stupri durante la guerra civile

Do not remain silent. Survivors of sexual violence in South Sudan call do justice and reparation” (Non tacete. I sopravvissuti alla violenza sessuale in Sud Sudan chiedono giustizia e riparazione).

Una famiglia di sfollati con i propri beni in cammino verso il villaggio di Aburoc
(Giugno 2017)

È il titolo del nuovo rapporto di Amnesty International sulle barbariche violazioni dei diritti umani durante tutto il corso della guerra civile in Sud Sudan riprende la raccomandazione di una testimone, da anni rifugiata nel campo per la protezione dei civili di Bentiu, capoluogo dello stato di Unity, una delle città martiri di questo conflitto iniziato alla metà di dicembre del 2013.

Il documento di 70 pagine, si basa sulle interviste a 182 persone, vittime o testimoni di gravissimi atti di violenza sessuale. E’ stato reso possibile da ricerche sul campo di 10 difensori dei diritti umani sud sudanesi, 5 uomini e cinque donne, anonimi per ragioni di sicurezza, e da una ricerca dell’organizzazione stessa condotta tra settembre 2016 e marzo 2017. “Le violenze sessuali perpetrate nel paese da tutte le forze combattenti è scioccante per la dimensione e la brutalità e lascerà impatti fisici, psicologici e sociali per i decenni futuri”, afferma il rapporto. Molte delle vittime hanno infatti problemi psicologici gravi e parecchie hanno contratto l’aids.

1.130 bambini hanno subito violenza

Secondo documenti ufficiali delle organizzazioni internazionali competenti, dall’inizio del conflitto, 1.130 bambini hanno subito violenza. Durante gli scontri del luglio 2016 a Juba la missione di pace dell’Onu (Unmiss), ha documentato 217 episodi nell’arco di meno di due settimane.

Il 72% delle donne intervistate nei campi profughi hanno ammesso di essere state stuprate

A Juba un monitoraggio del 2015 nei campi per la protezione dei civili difesi dall’Unmiss, ha trovato che il 72% delle donne lì rifugiate erano state violentate. L’elenco potrebbe essere ancora molto lungo. Il numero esatto non si conoscerà mai. Ma si è visto che con il passare del tempo, è in drammatico aumento: il 32% in più nel 2016 rispetto al 2015, dice un rapporto ufficiale dell’Onu.

È ormai diffusa e in aumento anche la violenza sessuale su uomini e ragazzi, con l’obiettivo di umiliare gli avversari ed impedire loro la procreazione e dunque indebolire demograficamente gli avversari.

Alcune delle vittime hanno provato a denunciare i propri aggressori, ma non hanno avuto giustizia.
(Amnesty International)

Do not remain silent. Survivors of sexual violence in South Sudan call do justice and reparation

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Crisis Watch, report sull'Africa. Da est a ovest ancora terrorismo islamico

Attacchi di gruppi di fanatici in Somalia, Kenya e Nigeria.

Profughi Sud Sudan

Crisis Watch’ è una sorta di bollettino semestrale, curato dal think tank ‘International Crisis Group’, che presenta degli aggiornamenti per quanto riguarda le più importanti crisi globali. Si va da vere e proprie guerre a violazioni di diritti umani, abusi governativi, crimine e tensioni diplomatiche. Il numero di Giugno 2017, come tutti gli altri, divide il globo in diverse aree geografiche e le analizza singolarmente. C'è anche una sezione dedicata all'Europa.

Ecco la parte dedicata all'Africa

La Somalia è ormai sinonimo stesso di crisi. La perenne situazione di instabilità politica e violenza viene confermata dal report. Al-Shabaab, la milizia islamica somala, continua a combattere con le autorità di Mogadiscio, la Missione dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM) e persino il vicino esercito del Kenya. Il confine tra i due Paesi è costantemente monitorato da Nairobi. Il Paese è stato spesso vittima di attacchi terroristici e incursioni da parte delle milizie somale.

Autobombe e attacchi suicidi bersagliano politici, civili e turisti in entrambi i Paesi. Il 10 giugno Al-Shabaab ha preso il controllo di Buufow, un villaggio somalo. Tra il 14 e il 20 giugno i miliziani hanno fatto più di una trentina di vittime nella capitale del Paese. In Kenya, nel nord est del Paese, il gruppo armato ha ucciso diversi civili e poliziotti a inizio giugno.

In Sudan continua la lotta per la leadership del Movimento per la Liberazione del Popolo del Sudan. Registrati scontri tra chi appoggia Malik Aggar e i supporter di Abdelaziz al-Hilu. Unione Africana e Nazioni Unite hanno deciso di rinnovare, il 29 giugno, la missione di peace-keeping nel Darfur (UNAMID), nonostante il taglio di personale per quanto riguarda polizia e truppe.

Sud Sudan. La guerra civile, scoppiata alla metà di dicembre del 2013 per un conflitto di potere tra il presidente Kiir e il vicepresidente Machar. Il conflitto ha devastato anche le regioni agricole più produttive, trasformando “il granaio del paese in un campo di morte

Evan Mawarire, pastore e capo di ‘#ThisFlag’, movimento di protesta nello Zimbabwe, è stato arrestato dopo aver preso parte a una protesta organizzata da degli studenti. Accusato di ‘causare disordine e promuovere la violenza’, Mawarire è stato preso dalle forze di polizia di Mugabe dopo un discorso agli studenti dissidenti. Sotto accusa anche Saviour Kasukuwere, membro del partito di Mugabe ZANU-PF, accusato di voler creare un ‘partito parallelo’ per rovesciare il Presidente.

Violenze in Tanzania. Si sono registrati diversi attacchi verso politici da parte di killer non identificati. Uganda e Angola, in cui i separatisti del Fronte per la Liberazione dell’Enclave Cabinda-Forze armate per il Cabinda (FLEC-FAC) hanno ucciso sette soldati del Governo nell'area di Buco Zau.

In Camerun Boko Haram ha intensificato gli attacchi contro soldati e civili. Venti civili sono morti in una serie di 18 attacchi suicidi nel solo mese di Giugno.

Nigeria. Continua la protesta delle minoranze di etnia igbo nel nord-est e nel sud-est del Paese, in sciopero contro la marginalizzazione nelle istituzioni governative. Com'è noto, Boko Haram colpisce anche la Nigeria: in giugno ulteriori attacchi e razzie nel settentrione del Paese hanno fatto decine di morti.

Ma non è solo il terrorismo a preoccupare la NigeriaContinua il braccio di ferro tra compagnie petrolifere, attivisti e agricoltori. L’inquinamento delle attività estrattive nel Paese fa temere il peggio e polarizza le divisioni etniche. Gli allevatori, in gran parte di etnia Fulani (mussulmani), hanno accusato il Governo di Abuja di stipulare provvedimenti specificamente indirizzati contro di loro, quando quest’ultimo ha decretato la legislazione in materia di limitazioni al pascolo degli animali.

Degenera la situazione in Mali, dove non è possibile implementare gli accordi di pace del 2015, a causa delle continue violenze nel nord e nel centro del Paese.

Terrorismo islamico anche in Niger. Il report segnala una serie di attacchi suicidi da parte di alcune donne del Movimento per l’Unità e la Jihad in Africa Occidentale (MUJWA) in cui hanno perso la vita una decina di persone.
(L'Indro)

CrisisWatch Tracking Conflict Worldwide

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Bologna, stuprata dal branco perché non si voleva prostituire. Nigeriana fa arrestare 11 connazionali

Tratta di schiave dalla Nigeria. Bologna base operativa, ma le vittime venivano "smistate" in tutto il nord-Italia e anche all'estero. 18-19 anni, preferibilmente vergini e provenienti da situazioni socio-familiari difficili.


Donne che sfruttano altre donne. Dopo un viaggio di oltre 6mila chilometri, la promessa di un lavoro svanito una volta compreso di essere stata comprata in patria per prostituirsi in Italia. È l'operazione denominata "Falsa speranza". Tra gli arrestati anche la sua "mamam"

È durata un anno l'indagine dei Carabinieri di Bologna che oggi ha portato al fermo di 11 persone, 8 in città (4 in carcere, 3 agli arresti domiciliari e 1 con trasmissione degli atti alla Procura per i minorenni), due in carcere a Modena e a Crotone e una a Bolzano in attesa di convalida, mentre sono ancora in corso perquisizioni a Cesena e Torino.

Sono state tratte in salvo e affidate a strutture protette sei giovani nigeriane, sequestrati circa 15.000 euro, contante nigeriano e inglese, nonché carte e documentazione

La denuncia. Una 23enne nigeriana a giugno del 2016 aveva denunciato i suoi aguzzini. Ingannata in patria dalla promotrice della "tratta", una volta arrivata in Italia si era rifiutata di "lavorare" in strada, così a gennaio 2015 era stata picchiata e aveva subito uno stupro di gruppo da parte di connazionali, infine era stata abbandonata in strada in fin di vita. La violenza era stata tale da causarle lesioni permanenti, sottoposta a intervento chirurgico, le era stata asportata parte dell'utero, oltre a essere stata contagiata dal virus HIV. Grazie al coraggio della ragazza i Carabinieri hanno avviato l'indagine, coordinati dal PM Marco Orsi.

I reati. Art. 416 c.p. aggravato art. 4 L. n. 146/2006: Associazione per delinquere aggravata dal carattere transnazionale. Art. 12 D. Lgs. n. 286/1998 aggravato art. 4 L. n. 146/2006, disposizioni contro le immigrazioni clandestine aggravate dal carattere transnazionale. Artt. 582, 583 e 585 c.p., lesioni gravissime pluriaggravate. Art. 600 c.p.riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù. Art. 601 c.p. aggravato art. 4 L. n. 146/2006, tratta di persone aggravata dal carattere transnazionale. Art. 609 octies c.p., violenza sessuale di gruppo. Art. 3 L. n. 75/1958Induzione, agevolazione e sfruttamento della prostituzione. Art. 130 e 132 D. Lgs. n. 385/1993abusiva attività di raccolta del risparmio ed abusiva attività finanziaria.

"Un inferno" ha definito le condizioni di vita di queste nuove schiave il Comandante della Compagnia Bologna Centro Giuseppe Musto che ha sottolineato la dedizione dei Carabinieri per giungere allo smantellamento di questa struttura "perfida", ma, ha aggiunto "le lacrime delle ragazze salvate ci hanno ripagato ampiamente degli sforzi fatti per portare a termine l'indagine, nella speranza che da domani possano avere una giusta aspettativa di vita"

Bologna rappresentava la base operativa, ma le vittime venivano "smistate" in tutto il nord-Italia e anche all'estero. Durante le intercettazioni gli inquirenti hanno potuto constatare una situazione "aberrante, ragazze che speravano di non svegliarsi la mattina dopo, il timore per la vita dei parenti in patria, i riti tribali, le punizioni"

La "scelta". Le giovani non venivano selezionate a caso, giovani, di 18-19 anni, preferibilmente vergini e provenienti da situazioni socio-familiari difficili (matrimoni falliti, gravidanze extra coniugali).

"Necessario un intervento alla fonte" ha detto il Procuratore Capo Giuseppe Amato richiamando le parole del Ministro dell'Interno Marco Minniti "il fenomeno va interrotto all'origine" ovvero in quei paesi, dove le ragazze vengono circuite e fatte emigrare con l'inganno.

L'organizzazione. I membri conoscevano perfettamente il meccanismo dell'accoglienza ed erano in contatto con gli scafisti che dalla Libia traghettavano le ragazze in Italia, ma il loro viaggio, iniziato in Nigeria, da Benin City, passando per Agadez, in Niger, per arrivare a Sabha e poi a Tripoli.

A dirigerla una 38enne nigeriana, residente a Bologna, ma vi era una netta ripartizione dei ruoli. Alcuni soggetti erano deputati all'individuazione in Nigeria delle potenziali vittime, all'organizzazione del viaggio in Italia via Libia, alla fuga dai centri di accoglienza fino al trasferimento a Bologna, altri all'attività contabile ed alle “punizioni” in caso di resistenze a vendere il proprio corpo per ripagare il debito contratto, dai 40mila ai 70mila euro.

Erano alloggiate in veri e propri tuguri che condividevano in città. I proventi venivano reinvestiti nell'acquisto di nuove donne o reintrodotti in Nigeria dentro container o trasportati di persona. L’estinzione del debito era garantito da rituali woodoo, così da instaurare un vincolo psicologico per timore ritorsioni.
(Bologna Today)

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domenica 23 luglio 2017

Texas, otto migranti sud americani morti in un camion stipato di clandestini

L'autocarro era parcheggiato in un centro commerciale di San Antonio, a pochi km. dal confine messicano. Questa notte, a San Antonio, in Texas, si è consumato quello che è l'ennesimo dramma dell'immigrazione clandestina negli Stati Uniti.

Nel rimorchio di un camion fermo nel parcheggio di un grande magazzino Walmart, infatti, la polizia ha rinvenuto i corpi senza vita di 8 persone (tra loro c'erano 2 bambini).

Nel camion sono state trovate altre 28 persone tra i quali diversi bambini, in 20 versano ora in condizioni molto gravi a causa della disidratazione. Una decina di altri migranti sono riusciti a fuggire e hanno fatto perdere le loro tracce.

I migranti, tutti sudamericani, erano chiusi nel cassone del camion e hanno viaggiato per alcuni giorni in condizioni drammatiche senza acqua, con poca aria e con temperature che in questi giorni hanno sfiorato i 40° gradi. L'autista del mezzo è stato arrestato. L'allarme è stato dato in seguito ad una segnalazione di un impiegato del centro commerciale.

"Pensiamo si tratti di traffico di esseri umani", ha detto il capo della polizia di San Antonio. Città che si trova solo a poche decine di chilometri dal confine messicano.

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giovedì 20 luglio 2017

Napoli, 15enne violentata in spiaggia trova i colpevoli su facebook e li fa arrestare

«Mi hanno circondata e poi spogliata, loro erano nudi» .. Racconta gli abusi ad una amica: «Uno di loro mi ha detto se avevo voglia di seguirlo e comprare qualcosa da bere e per ripararci dal sole. Io mi sono fidata perché c’era gente, c’erano altre persone attorno. Cosa poteva mai accadermi?»


«Io neanche ci volevo andare, poi uno di loro mi ha girata di spalle e ha fatto quello che non volevo mi facesse. Ho paura adesso, li ho anche riconosciuti su Facebook, non voglio raccontarlo a nessuno, anche se piango da questo pomeriggio, che devo fare?»

Una scusa per «isolare» la ragazza
La quindicenne era con un gruppo di amici e i tre ragazzi, che si conoscono tra loro sin da bambini e che hanno un amico in comune nel gruppo della ragazza presa di mira. Una parola, una battuta, qualche bibita fredda e poi l’invito a spostarsi per poter ripararsi dalla calura. La quindicenne decide di andarci, perché con lei c’era anche un suo amico, poi sparito nel nulla.

Forse era una trappola, ma quello che è successo dopo, lei lo ha raccontato ai medici dell’ospedale quando si è fatta visitare. Aveva delle abrasioni e le sono stati fatti dei tamponi vaginali i cui risultati saranno comparati con il Dna di uno degli indagati. I due ragazzi di Capodichino prima l’hanno denudata e poi hanno provato ad abusarla. Non ci sono riusciti. C’è riuscito invece il ragazzo di Forcella che andato via dopo aver schiacciato il volto della ragazza al muro, prendendola per la nuca.

Singhiozzava al telefono parlando con la sua amica del cuore. Era appena tornata dal mare ma non aveva il volto felice e spensierato di una ragazza di quindici anni che aveva passato una giornata in spiaggia con gli amici. No, soffriva perché era stata sfregiata nell'anima e nel corpo da un branco di ragazzi che ora, grazie al suo coraggio, sono accusati di stupro.

Aveva pensato di non dire nulla a nessuno, di nascondersi dentro quel segreto. Ma poi ci ha ripensato: ha acceso il cellulare che aveva tenuto spento per un po’ perché voleva isolarsi, e ha iniziato a scrivere in chat ad una amica raccontando quello che aveva vissuto poche ore prima. E anche che aveva subito indagato e usato l’arma più facile per un adolescente ai giorni d’oggi: Facebook.

Individuati sul social network
Due degli indagati nel loro profilo FB
Ed è così che ha riconosciuto e individuato i suoi aggressori. Li ha mostrati a sua madre dopo che un’amica con la quale si era confidata, l’aveva aiutata a raccontare tutto a sua madre, perché lei da sola non ci riusciva. E poi, dopo, è stato più facile denunciare ogni cosa ai carabinieri portando anche nomi e volti a supporto di un racconto crudo e sconvolgente.

Il branco. Adesso dovrà nuovamente guardare quei volti, forse per l’ultima volta, in un riconoscimento di persona che il pm ha disposto, dopo il suo interrogatorio alla presenza del giudice, degli psicologi e dell’avvocato dei ragazzi indagati. Ieri uno dei ragazzi, un sedicenne di Forcella che nella vita fa il barista, indicato dalla vittima come l’unico con il quale è stata costretta ad un rapporto sessuale completo, è stato sottoposto al tampone salivare per il Dna. Sarà confrontato con residui di liquidi ritrovati sul corpo della quindicenne. La terribile storia risale a domenica 28 maggio. Allo «scoglione» di Marechiaro, dove ci si arriva a nuoto o con barchette di pescatori, c’erano tantissime persone.

Le confidenze con una compagna di studi
Li aveva cercati, guardando tra gli amici del profilo facebook del suo amico, e alla fine li aveva trovati. Individuati. I suoi aggressori avevano un volto e un nome. A quel punto la chat non bastava più, aveva bisogno di ascoltare una voce che l’aiutasse. Di un contatto umano. Così ha telefonato alla sua compagna di studi e ha detto tutto.

«Ero con gli altri, allo Scoglione di Marechiaro, poi uno di loro mi ha detto se avevo voglia di seguirlo per andare a comprare qualcosa da bere e per ripararci un po’ dal sole. Io mi sono fidata perché c’era gente, c’erano altre persone attorno. Cosa poteva mai accadermi?». Sembravano dei bravi ragazzi, innocui anche perché piccoli di età e facevano parte di una comitiva di altri conoscenti, di quartieri diversi ma spesso a mare allo «scoglione». «A Marechiaro cosa mi poteva mai accadere?», ripete all’amica. E invece quello che le hanno fatto, lei non riusciva proprio ad immaginarlo, né a raccontarlo: «Io voglio denunciare ma come faccio con i miei? Mi manca la forza», aveva detto all'amica anche lei terrorizzata per quanto stava ascoltando dall'altra parte del telefono.

Lo scoglione di Marechiaro (Napoli), luogo dello stupro

«Mi hanno circondata e poi spogliata»
«In due mi hanno spogliata, tolto il costume, e toccata, loro erano nudi e mi hanno circondata. Mi toccavano, mi toccavano. Sono riuscita a scappare e loro sono andati via». Ed è lì che ha detto di aver incontrato un altro ragazzo che faceva parte di quel gruppo e che ha finto di volerla aiutare: «Mi ha chiesto cosa mi fosse successo e poi invece mi ha trascinata in un angolo e mi ha girata di spalle»

Quel racconto la giovane vittima lo ha ripetuto poi ai medici, ai carabinieri e al pm e lo ripeterà nella sua mente, forse per tutta la vita.

E poi, come se non bastasse, come spesso accade in queste drammatiche storie, le offese e le provocazioni si dispensano anche sotto gli occhi di tutti nelle pagine Facebook. «Parlate di meno e scopate di più», è la frase choc che il ragazzino accusato di averla violentata ha scritto sulla sua bacheca un mese dopo lo stupro a Marechiaro.

Le imprese del branco su FB
Il giorno stesso dello stupro, in compagnia di amici si è fatto ritrarre felice e spensierato mentre beveva una birra. Gli altri due invece, i ragazzi di Capodichino, proprio ieri, nel giorno nel quale hanno saputo di essere indagati per violenza, hanno postato una foto abbracciati: «Passerà anche questa, sempre insieme amico». Nel giorno della violenza si sono «taggati» proprio a Marechiaro: «Io e te sempre assieme».
(Corriere del Mezzogiorno)

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Madagascar. Emessa nuova banconota da 20.000 ariary. Sale il rischio di inflazione

La nuova banconota del Madagascar
La Banca Centrale del Madagascar ha emesso un nuovo biglietto da 20.000 ariary (circa 6 euro), un taglio grande per un paese in cui il 90% della popolazione vive con meno di due euro al giorno.

I vertici dell’istituto non hanno fornito spiegazioni, limitandosi a dichiarare che si tratta di “una misura per adattarsi alla realtà economica e sociale del paese" e che non è una misura legata alla svalutazione della moneta nazionale.

Per molti economisti, il nuovo biglietto è invece un segno della profonda crisi dell'economia malgascia, un segnale del rischio di inflazione che porterà minore potere d'acquisto per la popolazione.

L’emissione della nuova banconota non è stata, in genere, ben accolta. Alcune aziende di trasporto hanno fatto sapere che non accetteranno questi biglietti. Il grosso taglio è ancor più frustrante per i piccoli commercianti in quando difficile da cambiare in un mercato in cui si movimentano normalmente al massimo 2 o 3.000 ariary al giorno.
(Rfi)

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Sud Sudan. Siti d'informazione oscurati per la diffusione di notizie ostili al regime

Da lunedì il ministero dell’Informazione sud sudanese ha reso inaccessibili alcuni siti di informazione, come quelli del Sudan Tribune e di Radio Tamazuj.

Il ministro dell’Informazione, Michael Makuei Lueth, ha confermato la misura, giustificandola con la diffusione di notizie ostili al regime. La decisione sarebbe stata presa dopo diverse riunioni delle autorità competenti e sarebbe stata incaricata della realizzazione tecnica una ditta cinese.

Diverse le reazioni negative. L’autorevole giornalista Alfred Taban, presidente dell’Associazione per lo sviluppo dei media in Sud Sudan (Association for media development in South Sudan) ha condannato il provvedimento senza mezzi termini. Ha dichiarato che porterà la discussione anche sul tavolo del dialogo nazionale, di cui è membro.

Edmund Yakani, noto attivista per i diritti umani, ha sottolineato che il diritto all'informazione libera è uno dei diritti fondamentali. Ha aggiunto che se vengono diffuse informazioni non corrette, vanno perseguite per legge, non bloccando l’informazione stessa.

La scorsa settimana è stato arrestato il direttore della televisione nazionale perché non aveva trasmesso in diretta il discorso del presidente in occasione della festa dell’indipendenza. Il mese scorso è stato negato il visto di accesso al paese ad almeno 20 giornalisti stranieri.

Nell’ultimo rapporto sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere il Sud Sudan è classificato 145simo su 180 paesi elencati, ed ha perso cinque posizioni rispetto all'anno precedente.
(Radio Tamazuj)


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Gabon, slittano di nuovo le elezioni parlamentari inizialmente previste nel 2016

La Corte Costituzionale del Gabon ha deciso ieri un nuovo slittamento delle elezioni parlamentari previste il 29 luglio, annunciando che si terranno "al più tardi entro aprile 2018"

Il presidente del Gabon Ali Bongo Ondima
I membri della dodicesima legislatura, eletti nel febbraio 2012 per un periodo di cinque anni, resteranno dunque ancora in carica. Lo slittamento questa volta è dovuto alla decisione della Corte di concedere tempo per implementare le proposte di riforme emerse dal dialogo politico, così come chiesto dal presidente Ali Bongo e dal primo ministro Emmanuel Issoze-Ngondet, che domandava un rinvio di due anni.

Lo scorso aprile il dialogo tra le parti si è concluso con una serie di proposte di modifiche istituzionali, tra cui anche alcune riforme elettorali. Tra queste, il consolidamento dei distretti elettorali, l’aumento del numero di parlamentari da 120 a 150 e la diminuzione dei senatori, che passano da 102 a 70.

Il voto parlamentare, inizialmente previsto per il 27 dicembre 2016, era slittato quando il ministro degli Interni, Lambert Matha, aveva invocato la "mancanza dei fondi necessari"

Tutto questo a meno di un anno dalla contestata rielezione, nell'agosto 2016, di Ali Bongo aveva già scosso il paese e provocato una violenta crisi post-elettorale con il candidato dell’opposizione, Jean Ping, che si è sempre proclamano "presidente eletto"

In Gabon la dinastia dei Bongo è al potere ininterrottamente dal 1960 (dall'indipendenza dalla Francia). Ufficialmente è una repubblica semi-presidenziale, ma i Bongo si tramandano il potere praticamente di padre in figlio da almeno tre generazioni con elezioni "truccate" o con continui rinvii delle elezioni.

La famiglia Bongo è una delle più ricche in assoluto di tutto il continente africano ed è sotto l'ala protettiva della Francia che è sempre intervenuta con l'esercito per mettere a tacere qualsiasi tipo opposizione politica.
(Jeune Afrique)

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