lunedì 30 novembre 2015

Sierra Leone, adolescenti cacciate da scuola perché incinte

Cacciate da scuola perché incinte. Succede in Sierra Leone, piccolo Paese dell’Africa occidentale, dove il ministero dell’Istruzione non solo ha allontanato dai banchi le ragazze in stato di gravidanza ma addirittura impedisce loro di sostenere gli esami di fine corso. Secondo Amnesty International (che sulla questione ha pubblicato un dettagliato rapporto) migliaia di ragazze incinte, escluse dal sistema scolastico principale e dagli esami, rischiano di essere lasciate indietro proprio mentre il Paese è stato finalmente dichiaratoEbola free”.

"Ci toccavano il seno e la pancia per capire se eravamo incinte. Ad alcune è stata fatta fare l’analisi delle urine. Un’insegnante si è messa i guanti e poi ha iniziato a palparci. Mi sono sentita imbarazzatissima". Molte hanno rinunciato agli esami perché temevano che sarebbe stata scoperta la loro gravidanza.

"Escludere le alunne incinte dal sistema scolastico e impedire loro di sostenere gli esami è discriminatorio e avrà conseguenze devastanti. L’istruzione è un diritto, non qualcosa che il governo può negare arbitrariamente come punizione, proprio mentre la Sierra Leone esce dalla gravissima crisi di Ebola, è fondamentale che queste alunne non vengano abbandonate a se stesse". Molte di loro hanno subito violenze e abusi e impedire la loro istruzione solo perché sono "incinte" è un doppio abuso.

Un annuncio che arriva un un momento molto delicato per il Paese: proprio durante l’epidemia di Ebola (scoppiata nel marzo 2014) si è registrato un importante aumento delle gravidanze precoci, in buona parte dovuto all'assenza di protezione dalla violenza sessuale. Inoltre, la quarantena e un sistema sanitario già allo stremo hanno comportato per molte ragazze l’impossibilità di ricorrere ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva e alle informazioni su come evitare gravidanze precoci e non desiderate.

Secondo dati ufficiali, le ragazze colpite dal divieto di frequentare le scuole e di fare gli esami sarebbero tremila ma gli esperti locali stimano siano circa diecimila. Non solo vengono ulteriormente stigmatizzate, ma questo allontanamento dalla scuola rischia di distruggere le loro future opportunità. Per questo motivo Amnesty chiede di ritirare il provvedimento e permettere a tutte le ragazze di affrontare la prossima sessione di esami.

Una dura condanna è arrivata anche dalla Commissione per la verità e la riconciliazione, che già nel 2004 aveva raccomandato al governo di porre fine alla prassi di escludere dall'istruzione le ragazze incinte, definendola una pratica "discriminatoria e arcaica". Questo divieto favorisce l’ulteriore marginalizzazione delle ragazze e delle donne incinte.
(Fonte Amnesty International)

Disastro ambientale in Brasile, i fanghi tossici raggiungono l'oceano

Mentre i grandi del mondo sono riuniti a Parigi per discutere del futuro del pianeta, in Brasile si sta consumando una delle più gravi catastrofi ambientali di sempre. Più di 60 milioni di metri cubi di fanghi tossici provenienti da una miniera di ferro hanno raggiunto l’Oceano Atlantico nello stato di Espirito Santo.

Fuoriuscite il 5 novembre scorso dal cedimento delle dighe Fundao e Santarem, le sostanze hanno devastato il bacino del fiume Rio Doce, nella regione di Minas Gerais. Migliaia di pesci sono morti, le popolazioni prive di acqua potabile.

L’azienda che gestisce la cava, la Samarco, minimizza e ritiene che le sostanze che si sono riversate nel fiume non siano contaminanti e che basteranno i 5 mesi della prossima stagione delle piogge per lavare via i fanghi.

Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu il fango conterrebbe invece metalli tossici e sostanze chimiche. Lo stesso ministro dell’Ambiente brasiliano, Izabella Teixera, ha dichiarato che si tratta del più grave disastro ambientale mai accaduto nel Paese.

Secondo diverse organizzazioni ambientali occorreranno decine di anni per ripristinare un ambiente gravemente compromesso sia nell'intero bacino del fiume "Rio Doce", che nello stesso oceano dove proprio in questi giorni stanno arrivando i fanghi tossici. A causa di questo incidente sono migliaia le persone rimaste senza acqua potabile.
(da Corriere della Sera)


domenica 29 novembre 2015

Il Papa nella Repubblica Centrafricana nonostante tutto

Il Papa a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana
Quella in Repubblica Centrafricana è la visita più significativa del Papa in questo tour nel continente africano. È la prima volta che un pontefice visita un paese in guerra. Non è cosa da poco. A maggior ragione se si pensa il momento in cui questa visita avviene, cioè mentre sono considerati a rischio tutti gli obiettivi occidentali nel mondo che, potenzialmente, potrebbero essere obiettivi del terrorismo.

Il Vaticano e il Papa lo sono ancora di più in quanto simboli di una religione diversa da quell'Islam "cattivo" che vorrebbe annientare tutti gli "infedeli". Nonostante questo Papa Francesco ha fermamente voluto questa visita malgrado tutto e tutti.

La prima immagine, appena l’aereo del Papa tocca terra all'aeroporto di Bangui, sono le baracche del campo profughi ai margini della pista, i bambini che corrono sul prato per vedere Francesco. Sono loro a salutare per primi il pontefice che arriva in zona di guerra, una guerra civile che dura da quasi tre anni. Ci sono caschi blu dappertutto, anche sui pulmini bianchi con la sigla UN sulle fiancate che portano i giornalisti in città: uno guida, l’altro è seduto accanto con un mitra.

In città, Bergoglio nonostante il pericolo ha percorso cinque chilometri sulla papabile scoperta, passando dal palazzo presidenziale al campo profughi.

Fra i profughi. Stupefacente la visita al campo profughi di Saint Sauveur, il Papa che avvicina migliaia di persone in festa e resta a lungo a stringere mani, ad accarezzare i bambini, fino a rivolgersi loro a braccio, in italiano, mentre un interprete traduce "Saluto tutti voi che siete qui. Ho letto quello che hanno scritto i bambini: pace, perdono, unità, amore, tante cose. Noi dobbiamo lavorare e pregare e fare di tutto per la pace. Ma la pace senza amore, senza amicizia, senza tolleranza, senza perdono non è possibile. Ognuno di noi deve fare qualcosa. Io auguro a voi e a tutti i centroafricani la pace, una grande pace tra voi, che possiate vivere in pace qualsiasi sia l’etnia, la cultura, la religione, lo stato sociale. Tutti in pace, perché tutti siamo fratelli"

Il Papa con la presidente della
Repubblica Centrafricana  Samba Panza
Centrafrica, la situazione non vuole normalizzarsi. La quasi totalità del paese è sotto assedio e vive nella paura per una ragione o per l’altra. Bangui, la capitale, è assolutamente insicura: uccisioni, incendi di case, barricate che si erigono ogni giorno per impedire agli abitanti dei quartieri nemici di entrare. Tutta la zona centro-orientale del paese è occupata dalle forze che si contendono il potere e si combattono in una interminabile resa dei conti: Seleka e Antibalaka, divisi a loro volta in una miriade di gruppi opposti, si fanno la guerra tra di loro.

Le risorse non sfruttate. La guerra civile e il reclutamento di diecimila bambini soldato, le violenze tra gruppi che si moltiplicano e hanno provocato migliaia di morti e quasi un milione di sfollati. Chi soffia sull'odio religioso ha mire più terrene. Una delle popolazioni più povere del mondo vive in uno dei paesi più ricchi di risorse: l’uranio a Bakouma, i giacimenti sparsi di oro e di ferro, il petrolio a Birao, e perfino il legno pregiato della foresta.

Le città di Bambari e Batangafo sono teatro di continui attacchi che non risparmiano la popolazione civile. Nelle zone calde la gente è spesso raggruppata in campi di rifugiati, assistiti dagli organismi internazionali come Medici senza frontiere, Croce rossa, Caritas, Unicef e protetti dalle forze delle Nazioni Unite.

Non di rado succede che i gruppi armati di una fazione o dell’altra si infiltrino come rifugiati e spesso, come è successo in questi giorni a Batangafo, scoppiano rivolte che provocano decine di morti, tende bruciate e mettono in fuga molte persone. Anche a ovest (nella zona di Bouar), la situazione è tesa. Regna un forte senso di insicurezza e non mancano atti di brigantaggio.

Tra Niem e Bocaranga, nella savana, si nascondono molti gruppi armati. Proprio in questi giorni è in corso uno scontro tra antibalaka e seleka: diversi morti si registrano da ambo le parti. Le grandi arterie che collegano il paese e in particolare la principale, che collega il Camerun con Bangui, passando da Bouar, sono quotidianamente teatro di rapine, omicidi, incendio di vetture e camion che trasportano persone e merci.

Il prossimo gennaio si svolgeranno le elezioni presidenziali che si rimandano da mesi per il diffuso clima di tensione e anche oggi c’è chi teme per la riuscita dell’evento nonostante le forze dell'ONU che blinderanno i seggi.

Tutte le parti in causa in questo conflitto sono unanimi nel riconoscere che il problema non è religioso, uno scontro tra cristiani o musulmani come si potrebbe pensare a prima vista. La maggioranza degli appartenenti al gruppo seleka è di credo musulmano, mentre gli antibalaka sono prevalentemente cristiani e animisti.

Dove nasce il conflitto. Il conflitto ha avuto origine dal colpo di stato del gennaio 2013 quando Djotodjia ha invaso il paese con un’armata di mercenari ciadiani e sudanesi, tutti musulmani. Questo fatto testimonia che le origini del conflitto non sono locali ma sono da ricercare all'esterno e le radici si ramificano fino a raggiungere vasti punti delicati dell'equilibrio internazionale.

Dopo aver preso il potere, questi mercenari si sono sparsi in tutto il paese disseminando terrore tra la popolazione, vendendo armi alla parte musulmana. Come reazione, la gioventù si è sollevata e in molte zone del paese ha scacciato i mercenari seleka e di conseguenza i musulmani che si erano armati.

Di fatto gli islamici, presenti in Centrafrica da tre o quattro generazioni, detenevano l’economia del paese così come il commercio tanto che alla popolazione locale non era permesso avviare alcuna impresa di un certo livello, perché sempre minacciati dall'altra parte. Anche dietro ai giovani che hanno imbracciato le armi in realtà c’è un problema non religioso, ma culturale, per loro lo Stato non ha mai garantito un’istruzione, né un posto di lavoro.

Il ruolo della Chiesa. La Chiesa, in questo scenario, è una forza di pace e di integrazione sociale. Lavora per la pace attraverso delle commissioni che cercano di ricreare il tessuto sociale e favoriscono il ritorno dei rifugiati a casa. Sono aumentati i gruppi di preghiera e di riflessione per la pace. La Caritas di Bouar sostiene oltre cento associazioni contadine, con un progetto che prevede la formazione agricola, la coesione sociale, la creazione di sbocchi di mercato per i prodotti della terra.

Ancora molti non vogliono sentir parlare di accoglienza. E anche le forze dell'ONU, dispiegate massivamente in tutto il paese, vengono accusate di inefficienza. In questo clima la Repubblica Centrafricana accoglie il Papa e spera che il suo messaggio di riconciliazione sia ascoltato dal cuore di tutti.
(Maris Davis)


Chiuso per Islam. Vietato il Natale in una scuola del milanese

L'occidente si sta suicidando, a Rozzano nel milanese niente canti di Natale in nome della laicità. Ma "festa d’inverno" e niente crocefissi nelle aule. Quando duemila anni di storia si inginocchiano alla "barbarie" islamica.

Lo ha deciso il dirigente dell'istituto Garofani nel milanese, Marco Parma, (candidato dei 5 stalle) opponendosi a una proposta dei genitori degli alunni di insegnare ai bambini i canti per Gesù Bambino, come "Tu scendi dalle stelle". Già nei mesi scorsi il consiglio d'istituto si era opposto alla proposta di appendere i crocifissi nelle aule. Salvini: "Un favore ai terroristi, quelli dell'Isis ci prendono per coglioni" .. e poi vi lamentate se uno come Salvini guadagna consensi.

"Tu scendi dalle stelle" e "Adeste Fideles" non si devono cantare all'Istituto comprensivo Garofani di Rozzano, in provincia di Milano. Lo ha stabilito il dirigente Marco Parma che ha deciso di opporsi alla proposta di alcune mamme e papà di festeggiare il Natale a scuola, insegnando ai bambini della primaria le nenie per Gesù Bambino. Un diniego che ha scatenato molti genitori degli allievi dell’istituto comprensivo pronti a dar battaglia al preside che in nome della laicità ha vietato i canti religiosi.

Già nei mesi scorsi il consiglio d’istituto si era opposto alla proposta di appendere i crocifissi nelle aule. Ora l’abolizione della festa di Natale sembra aver mandato su tutte le furie i parenti di alcuni ragazzi legati alle tradizioni. Dal canto suo Parma, che ricopre il ruolo di reggente in quella scuola, non si scompone e spiega "Due mamme sono venute a chiedermi di consentire l’ingresso a scuola di genitori che avrebbero dovuto insegnare canti religiosi ai bambini delle elementari. Ho opposto un diniego e risposto loro che la scuola aveva una propria programmazione musicale che facciamo in collaborazione con un’associazione benefica. Intendiamo seguire la nostra attività e nel rispetto delle minoranze non introdurre elementi di carattere religioso a scuola"

Nessun "Gloria" e "Cantan gli angeli" verrà fatto nelle aule della scuola di Rozzano. I bambini si saluteranno in maniera laica prima di andare in vacanza, mangiando certo il panettone insieme a insegnanti e genitori ma senza intonare canzoni che si fanno in Chiesa. "Ci volevano far fare un’iniziativa per nulla programmata che rischiava di causare seri problemi. Secondo queste mamme i bambini avrebbero dovuto esibirsi in un canto religioso cui altri compagni di religione diversa non avrebbero partecipato".

L’appuntamento con il saggio musicale che molte scuole propongono prima delle vacanze di Natale (anche alla Garofani lo scorso anno era stato fatto prima delle festività) è calendarizzato per il 21 gennaio ed è stato ribattezzato "Festa d’Inverno" (esattamente come in Belgio che in questi giorni si è fermato per terrorismo islamico) rigorosamente laico con filastrocche di Gianni Rodari e canzoni di Sergio Endrigo.

Dirigente scolastico candidato per i 5 stelle, ma quali stelle, solo STALLE. "Io sono convinto, spiega il dirigente che è stato anche candidato sindaco per una lista civica e per il M5S a Rozzano, che la scuola debba essere laica. La laicità è l’unica possibilità di integrazione che abbiamo. Se insistiamo sulle singole identità dove andremo a finire" (secondo lui duemila anni di storia sono semplicemente da cestinare).

Non ne sono persuasi, invece, i genitori che ora puntano l’indice anche contro la scelta della scuola di non appendere il crocifisso "Nel consiglio d’istituto, una mamma della scuola secondaria di primo grado, nella scorsa primavera, ha sollevato la questione dei crocifissi nelle classi. Il caso era già stato discusso anche in consiglio comunale a Rozzano, la maggioranza aveva votato una mozione che lasciava la libertà ai consigli d’istituto di decidere in merito. Abbiamo portato la proposta di quella mamma all'attenzione dell’organo collegiale e abbiamo deliberato di non dare corso a quell'iniziativa perché i simboli identitari sfavoriscono il processo di integrazione"

"Cancellare le tradizioni è un favore ai terroristi. Pensate quelli dell’Isis se ci stanno ascoltando quanto ci prendono per coglioni. Preside di una scuola di Rozzano cancella il Natale. Sottomissione e complicità all’islamismo. Quel preside è candidato di M5S. Vergogna a 5 STALLE"

Trasformare il Natale in Festa d'Inverno. Qui non è questione di buonismo o razzismo, questa è pura stupidità che offende, oltre ai cristiani, la storia di questa Italia laica, nata da una guerra al Papa Re dello Stato Pontificio ma che mai si è sognata, neppure tra una cannonata e l'altra, tra una confisca e l'altra di beni ecclesiastici, di radiare dai luoghi pubblici i simboli della fede religiosa. Qui non c'entra la laicità, questo è paganesimo puro, un salto indietro di civiltà di duemila anni, quando gli antichi romani, prima dell'avvento di Cristo, celebravano giusto a fine dicembre la Festa del dio Sole. Penso che la laicità dello Stato la si esalti nel "permettere a ognuno", non nel "negare ai più" di celebrare riti e tradizioni.

Sappiamo che il signor preside di quella scuola di Rozzano Marco Parma, ora anche ex-candidato dei 5 stelle, si è dimesso nel frattempo. Di sicuro di un "pusillanime" come lui NON abbiamo bisogno.
(Buon Natale, Maris)

Diffondete e cantate a squarciagola "Le Melodie del Natale" alla faccia dell'Islam

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mercoledì 25 novembre 2015

Tunisia, quando gli stupratori la passano liscia

La Costituzione del 2014 ha rappresentato un grande passo avanti per la tutela dei diritti umani in Tunisia: tra le novità positive, garantisce maggiore protezione alle donne e prevede l’uguaglianza di genere e il divieto di discriminazione. Questo sulla carta.

Un rapporto pubblicato da Amnesty International, in occasione della Giornata Internazionale Contro la violenza sulle Donne, descrive una situazione profondamente diversa. Il paese arabo leader nel campo dell’uguaglianza di genere continua a non proteggere, per carenze legislative e radicate attitudini discriminatorie, le donne che subiscono violenza e le persone prese di mira a causa dell'identità di genere, dell’orientamento sessuale e delle loro attività sessuali.

Le donne e le ragazze tunisine vivono in una società che preferisce preservare l’onore familiare piuttosto che chiedere giustizia. Le donne, soprattutto coloro che hanno subito aggressioni sessuali o violenza in famiglia, sono scoraggiate dal presentare denuncia e indotte a credere che, in caso contrario, getteranno vergogna sulla famiglia. La polizia spesso ignora o persino fa sentire in colpa chi osa denunciare e talvolta si attribuisce un ruolo di mediazione, anche nei casi più gravi di violenza.

Queste attitudini sociali e le manchevolezze dello stato sono particolarmente gravi in un paese dove la violenza sessuale e quella di genere sono radicate. Quasi la metà delle donne (il 47 per cento) intervistate in un sondaggio del 2010 ha dichiarato di aver subito violenza e vi sono pochi segnali che la situazione, da allora, sia migliorata.

Molte donne tunisine si sentono intrappolate in un ciclo di violenza che spesso chiama in causa i loro mariti. Donne incontrate da Amnesty International hanno denunciato di essere state prese a schiaffi e a calci, picchiate con cinture bastoni e altri oggetti o minacciate coi coltelli, strangolate e persino bruciate.

Il rapporto di Amnesty International contiene tre precise richieste alla Tunisia:
  1. Assicurare che le persone che hanno subito violenza sessuale o di genere abbiano maggiore accesso ai servizi di salute pubblica e alla giustizia senza timore di andare incontro a pregiudizi sociali e legislativi.
  2. Adottare una legge di vasta portata per fermare la violenza contro le donne, in modo coerente con gli obblighi internazionali della Tunisia sui diritti umani.
  3. Rivedere le leggi che producono effetti dannosi, attraverso il riconoscimento dello stupro coniugale, la fine dell’impunità per i rapitori e gli stupratori qualora sposino le loro vittime se di età inferiore a 20 anni e l’abolizione delle norme che criminalizzano le relazioni sessuali tra persone non sposate e tra persone adulte e consenzienti dello stesso sesso.

Amnesty International. Proteggere le vittime di stupro. In Tunisia le donne che hanno subito uno stupro sono troppe volte vittime. Anche della legge.

Uno stupratore può sfuggire alla condanna se sposa la sua vittima, se questa ha meno di 20 anni. Una donna non può denunciare la violenza subita se ad aggredirla è suo marito. Una persona vittima di stupro può essere considerata una criminale.

La Tunisia ha promesso di combattere queste violenzeÈ ora di mantenere questa promessa soprattutto:
  • riconoscendo lo stupro coniugale
  • impedendo agli stupratori di sposare le loro vittime minorenni
  • non criminalizzando più i rapporti sessuali fra adulti consenzienti non sposati e i rapporti omosessuali.

ApprofondimentoIn Tunisia, le donne sono discriminate nella legge e nella prassi. Nonostante la nuova costituzione del gennaio 2014 abbia migliorato la tutela dei diritti delle donne, sono state mantenute le norme discriminatorie su questioni quali l’eredità e la custodia dei figli.

Se da un lato l’art. 46 della costituzione ha garantito alle donne una maggiore protezione contro la violenza, il codice penale è rimasto controverso, in particolare l’art. 227 bis, secondo cui gli uomini che stuprano ragazze o donne al di sotto dei 20 anni non sono perseguibili penalmente se sposano la loro vittima.

Lo stupro nel matrimonio non è riconosciuto come reato specifico e le relazioni sessuali consensuali al di fuori del matrimonio, così come quelle omosessuali, sono considerate reato: questo può scoraggiare chi ha subito uno stupro a denunciarlo per timore di essere incriminato se non si crede all'accusa di stupro.

Le statistiche ufficiali sulla violenza contro le donne in Tunisia sono scarse. Uno studio ufficiale del 2010, realizzato su un campione di 3.873 donne, che ha rivelato che il 15,7% delle donne aveva subito violenza sessuale almeno una volta nella loro vita, di queste il 7,4% nei 12 mesi precedenti l’indagine. Nel 78,2 % dei casi, la violenza sessuale era stata commessa dal marito o dal compagno.


lunedì 23 novembre 2015

Bye bye Ebola, la Sierra Leone festeggia la fine di un incubo

La Sierra Leone dichiarata "Ebola Free", finalmente l'Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara il paese africano "Ebola Free". Da un mese e mezzo non ci sono casi di contagio. Il 7 novembre è stato un grande giorno per il Paese africano, che festeggia la fine di un lungo incubo.

Da alcune settimane, gli abitanti della Sierra Leone si stringono la mano per salutarsi. Questo gesto, banale da altre parti, qui non lo era più. Era vietato perché poteva trasmettere il virus che in un anno e cinque mesi ha contagiato 14.061 persone e ne ha uccise 3.955 solo nel Paese, mentre il bilancio sale a 28.575 casi e 11.313 morti se si considera anche la Guinea e la Liberia, gli altri due paesi maggiormente colpiti dal virus.

Il 7 novembre è stato un giorno di grande festa. Da quella data la Sierra Leone è dichiarata "ebola free", senza nessun contagio da 42 giorni, ovvero il periodo che fa ritenere conclusa l’epidemia. Per celebrare la notizia, le autorità hanno invitato tutti a vestirsi di giallo, mentre nell'ultima settimana le compagnie telefoniche inviavano ogni giorno un sms con il conto alla rovescia: -5, -4, -3, ecc..

In realtà la vera festa sarà il 5 febbraio, quando saranno passati ulteriori 90 giorni e anche le misure di sorveglianza verranno sospese. Accanto alla gioia, rimane infatti anche un po’ di paura: due strutture, una nell'est e una nella capitale Freetown, rimarranno aperte, pronte a un eventuale nuovo emergere di focolai. D'altronde, nella vicina Guinea, pur meno colpita dalla crisi rispetto la Sierra Leone, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha confermato nuovi casi anche nel mese di ottobre. La Liberia, invece, è "ebola free" dal 3 settembre.

Sanità allo sfascio. Tra chi ha scelto di non lasciare sola la Sierra Leone ci sono diverse onlus italiane, come CUAMM (Medici per l’Africa) ed Emergency. Per la Sierra Leone si è trattato di un vero e proprio tsunami che ha portato via medici, infermieri, mamme, papà, famiglie, ospedali, scuole. Ebola ha lasciato un vero e proprio deserto nel settore sanitario, in quello dell'istruzione, in quello del commercio e dell'economia, nel tessuto civile.

All'inizio la dura lotta contro la disinformazione. All'inizio il Paese era messo in ginocchio, annichilito e incapace di reagire di fronte alle cifre dell’epidemia in crescita frenetica. Poi il coprifuoco, le restrizioni ai movimenti, la caccia ai casi di contagio, la dura lotta contro disinformazione e pericolose credenze.

Prima che venisse attuato un piano con procedure chiare, tutti raccontavano la propria verità. Chi diceva che bastava non mangiare la carne venuta dalla foresta, chi spiegava di non toccare le scimmie. Intanto, i primi cadaveri diffondevano il virus. Qui il rapporto con il defunto è, come spesso in Africa, un rapporto fisico: lo si tocca, lo si espone, lo si lava. È così che ebola ha attecchito e svolto il suo lavoro di morte.

All'inizio, nella mancanza di vera informazione, quando le autorità hanno mandato gli uomini coperti da maschere e strani camici protettivi a portar via i cadaveri dalle case, la gente nascondeva i morti.

La gente ha ripreso ad andare al mercato e a dare la mano per salutare. Fin dal mese di luglio, nelle zone meno colpite, la vita quotidiana ha iniziato ad avviarsi verso la normalità. "La gente ha ripreso ad andare al mercato, uscire di casa, darsi la mano per salutarsi. Poi a settembre i bambini e i ragazzi sono tornati a scuola".

La sfida ora è superare le difficoltà e quell'alone di superstizione che circondano i sopravvissuti, alcuni dei quali devono anche fare i conti con problemi di salute, specialmente agli occhi.

Secondo l'Unicef sono 16.600 i bambini che a causa dell’epidemia di Ebola in Guinea, Liberia e Sierra Leone hanno perso uno o entrambi i genitori o altre figure che si prendano cura di loro, 3.600 di questi bambini sono gli "orfani totali" (coloro che hanno perso entrambi i genitori per colpa del virus). Il 97% di questi orfani tuttavia ha potuto ritornare nel proprio ambito familiare o affidato all'interno della propria comunità.

La Sierra Leone, anche senza ebola, vanta il triste primato di essere lo Stato al mondo con la mortalità materna più alta, 1.100 ogni 100 mila abitanti, rispetto ai 4 ogni 100 mila dell’Italia.

Ora la sfida è ricostruire il sistema sanitario distrutto dallo "tsunami ebola", una sfida che la Sierra Leone non può vincere da sola.

Bye bye Ebola, un video per festeggiare. Per celebrare la notizia, il rapper Block Jones ha scritto una canzone sulle cui note ballano tutti, dai poliziotti agli operatori sanitari, dalla gente comune ai sopravvissuti, e perfino i bambini delle scuole.


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venerdì 20 novembre 2015

Mali, attacco jihadista ad Hotel di Bamako frequentato da stranieri

Hotel Radisson Blue, Bamako (Mali)
Attacco jihadista con sparatoria nell'Hotel Radisson Blue di Bamako in Mali. L'Hotel è frequentato quasi esclusivamente da stranieri. Almeno 170 persone sono state prese in ostaggio (140 ospiti e 30 dipendenti) da un commando di una decina di terroristi , forse dodici, armati fino ai denti che fa parte della galassia appartenente all'estremismo islamico dell'area sub-sahariana.

Alcuni ostaggi sarebbero stati rilasciati dopo che avevano dimostrato di conoscere alcuni versetti del Corano. Tra gli ostaggi ci sarebbero almeno tre morti. Tra gli ostaggi molti francesi, nessun italiano coinvolto.

Il Mali, ex-colonia francese, fu oggetto di un colpo di stato da parte di bande di tuareg appartenenti all'estremismo islamico nel 2012 seguito da una sanguinosa guerra civile poi risolta nel 2013 con l'intervento francese.

Attualmente il Mali sta attraversando un periodo di grave instabilità che però fin'ora era relegato nelle regioni del nord. L'attacco massiccio di oggi nella capitale è un deciso salto di qualità dell'estremismo islamico che, dopo i Boko Haram della Nigeria, anche in Mali vorrebbe proclamare lo Stato Islamico.

Le connessioni con la Francia .. L'albergo è frequentato da diplomatici, uomini d'affari occidentali e militari della missione Onu in Mali (MINUSMA), e potrebbe essere stato preso di mira perché tra i clienti ci sono molti francesi, tra cui il personale di volo dell'Air France. Le truppe francesi sono presenti nel Paese dal gennaio del 2013, quando è stata lanciata l'Operazione Serval, poi ribattezzata nell'agosto del 2014 Operazione Barkhane ed estesa al Sahel nel tentativo di sostenere le forze governative contro gli islamisti.

Francois Hollande ha fatto riferimento al Mali proprio nel discorso di ieri. Nel 2013 la Francia ha aiutato il Mali, ottenendo una "vittoria".

L'Hotel è circondato dalle forze di polizia maliane. Oltre all'esercito del Mali, sono intervenute anche forze speciali francesi e americane già presenti nel paese africano.
(Leggi di più da Corriere della Sera)


giovedì 19 novembre 2015

Corruzione. Arrestata a Londra l'ex ministro delle risorse petrolifere

Alison Diezani Madueke
L’International Corruption Unit (ICU) ha pubblicato nel suo sito ufficiale la notizia dell’arresto a Londra dell’ex ministro nigeriano del petrolio la signora Alison Diezani Madueke, assieme ad altre quattro persone. Le accuse sono di malversazione, peculato, corruzione, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro pubblico.

La signora Madueke era andata a vivere (o meglio fuggita) a Londra dopo la sconfitta elettorale dell'aprile scorso e la formazione del nuovo governo Buhari. Fu ministro del petrolio dal 2010 al 2015, ma già prima del 2010 aveva avuto incarichi governativi.

L’agenzia anti-corruzione ICU è stata istituita nell'agosto scorso dal governo di David Cameron, con il mandato di perseguire la corruzione internazionale, ossia i reati commessi dagli ufficiali della pubblica amministrazione dei paesi emergenti che considerano la Gran Bretagna un paradiso fiscale oltreché residenziale.

Gli agenti inglesi hanno perquisito l'abitazione londinese della Madueke, così come gli agenti nigeriani dell'Economic and Financial Crime Commission (EFCC) hanno, nello stesso giorno, setacciato la sua residenza in Nigeria, ad Abuja, e sequestrato documenti rilevanti, e si legge, probatori, che sostanziano le pesanti accuse di mala gestione a suo carico.

L’operazione che ha portato all'arresto dell’ex ministro Madueke è stata descritta come un’investigazione internazionale, coordinata congiuntamente da varie agenzie internazionali e definita ”un‘operazione di natura sensibile”, anche perché coinvolge l’interesse nazionale della Repubblica Federale di Nigeria.

La classe dirigente corrotta, politica ed economica, della repubblica nigeriana usava migrare nel Regno Unito per godersi il maltolto. Il Presidente Buhari, ha applicato la regola, come si dice in inglese, "means business on corruption". Non c’è paradiso fiscale che tenga per i criminali economici.

Tutti gli arrestati, compreso l'ex-ministro, sono stati rilasciati su cauzione e a Londra dovranno attendere il processo e la quasi certa estradizione in Nigeria. Sono accusati di aver sottratto ben due miliardi di dollari alle casse dello Stato durante gli ultimi 5 anni.

La Nigeria, paese più popoloso e ricco dell'Africa, è anche uno dei più corrotti al mondo. Il 90% delle esportazioni sono dovute al petrolio, una ricchezza mal distribuita visto che l'85% è di essa è nelle mani del 10% di super-ricchi e più della metà della popolazione vive con meno di due dollari al giorno.

Il nostro opuscolo sul petrolio della Nigeria


venerdì 13 novembre 2015

Mortalità materna, nel mondo ogni giorno 830 donne muoiono per cause legate alla gravidanza

Rapporto globale sulla mortalità materna, dal 1990 ad oggi 11 milioni di vittime nel mondo, in 25 anni in calo del 44% facendo passare il numero dei decessi legati alla gravidanza dai circa 532 mila del 1990 alle 303 mila nel 2015.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha presentato il Rapporto Globale sulla Mortalità Materna e scatta una fotografia del fenomeno negli ultimi 25 anni. Ridotta la mortalità del 44% a livello globale, ma nell'Africa Sub-Sahariana muoiono ancora 546 donne ogni 100.000 nascite. L'Italia nella "top ten" mondiale per basso tasso di mortalità materna, esempio di eccellenza tra i Paesi del G7.

A livello globale, negli ultimi 25 anni, quasi 11 milioni di donne hanno perso la vita per dare alla luce il loro bambino o per complicanze durante la gravidanza, una cifra pari alla somma degli abitanti di Londra e Berlino. Ma una buona notizia c’è, nel mondo la mortalità materna si è ridotta di quasi il 44% negli ultimi 25 anni.

Il rapporto globale sulla mortalità materna è stato realizzato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità in collaborazione con UNICEF, UNFPA, Banca Mondiale e la Divisione Popolazione delle Nazioni Unite, e che scatta una fotografia dei progressi compiuti nell'ambito degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

Italia. La riduzione drastica della mortalità materna colloca l'Italia nella "top ten" mondiale dei Paesi con i più bassi tassi di mortalità materna, con un numero di 4 morti materne ogni 100mila nascite, tra i migliori al mondo ai livelli di Francia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti.

"Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio hanno innescato degli sforzi senza precedenti per ridurre la mortalità materna e abbiamo fatto un importante passo avanti"

Negli ultimi 25 anni, globalmente si è dimezzato il rischio per una donna di morire per cause legate alla gravidanza. Ma questo non è sufficiente. L’Italia ha raggiunto uno dei risultati tra i migliori al mondo per la salute materna grazie ad un sistema sanitario efficiente e agli screening durante tutta la gravidanza, e ora può giocare un ruolo chiave nel contesto dell'impegno in materia di cooperazione internazionale per sostenere l'obiettivo di porre fine, entro il 2030, a queste morti evitabili.

Dove nel mondo la gravidanza è un rischio per la vita. Nel mondo, nonostante gli sforzi, solo 9 Paesi (Bhutan, Capo Verde, Cambogia, Iran, Repubblica Democratica Popolare del Laos, Maldive, Mongolia, Ruanda e Timor Est) hanno raggiunto l’obiettivo di ridurre la mortalità materna di almeno il 75% entro il 2015. E nonostante i progressi, in alcuni di questi Paesi i tassi di mortalità materna rimangono superiori alla media globale.

"Come abbiamo visto con tutti gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio relativi alla salute, il rafforzamento del sistema sanitario deve essere integrato ad altre azioni per ridurre la mortalità materna. L'educazione delle donne e delle ragazze, in particolare di coloro che vivono ai margini della società, è la chiave per la sopravvivenza loro e dei loro figli. L’Istruzione è l’unica leva che fornisce loro le conoscenze base per cambiare pratiche tradizionali che mettono in pericolo la vita sia loro che dei loro figli"

È nei Paesi in via di sviluppo che si registra il 99% delle morti materne di tutto il mondo
  • Il 66% dei casi nella sola Africa sub-sahariana, nonostante si sia comunque registrato un miglioramento importante con il 44% di morti materne in meno dal 1990 ad oggi, passando da 987 a 546 ogni 100 mila donne.
  • Nell'Asia orientale si registra il miglior risultato per la salute materna, il tasso di mortalità è sceso drasticamente del 72%.
  • Mentre nelle regioni sviluppate, il tasso di mortalità materna è sceso del 48% tra il 1990 e il 2015 (passando da 23 a 12 casi ogni 100.000).

Il nuovo obiettivo per il 2030 è la riduzione dei decessi materni a meno di 70 ogni 100.000 nascite, e per raggiungerlo tutti i Paesi dovranno andare avanti ad un ritmo ancora più veloce riducendo la mortalità materna del 7,5% ogni anno.

I progressi ottenuti sino ad ora sono dovuti, in parte, a un migliore accesso degli interventi semplici, ma efficaci, come l'assistenza prenatale e l’assistenza qualificata durante e immediatamente dopo il parto. Monitorare la gravidanza assicura alle mamme assistenza e cure efficaci in caso di complicazioni.

Salute di donne e bambini, la nuova strategia globale per il 2030. In linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, la nuova Strategia Globale propone la realizzazione di programmi che siano pensati, guidati e compiuti dagli stessi Paesi e resi concreti attraverso investimenti sostenibili. Si chiede la realizzazione di sistemi sanitari più solidi, dotati di personale qualificato e capace di dare un servizio alla popolazione che sia adeguato e di qualità. Chiede che tutte le donne, i bambini e gli adolescenti abbiano pieno accesso ai servizi di prevenzione, alle cure e al trattamento ovunque ne abbiano bisogno nel mondo e in qualsiasi momento.

Perché questo possa realizzarsi si chiede alla comunità internazionale e ai paesi di realizzare approcci innovativi al finanziamento, allo sviluppo dei prodotti e ad efficienti servizi sanitari e promuovere in tutto il mondo la prevenzione.

"L'obiettivo di porre fine alla mortalità materna entro il 2030 è un traguardo ambizioso e realizzabile a condizione che raddoppino anche gli sforzi internazionali. Per questo è stata lanciata la piattaforma Global Financing Facility (GFF) per il finanziamento e il sostegno di Every Woman Every Child e il raggiungimento degli Obiettivi di Salute e Sviluppo Sostenibili per la salute di donne, bambini e adolescenti"

Sarà anche importante concentrarsi sugli altri problemi di salute che possono influenzare la salute materna. Da un’analisi dell’OMS del 2014 sui dati provenienti da 115 paesi emerge che le condizioni di salute prima della gravidanza delle neo-mamme come il diabete, la malaria, l'HIV, l'obesità hanno causato il 28% delle morti materne.

L'importanza del sistema di raccolta dati. Emerge come i Paesi stiano facendo un lavoro importante nella raccolta di dati che comprende le nascite, le morti e le cause di morte. I dati raccolti fanno capire perché, dove e quando le donne muoiono e che cosa si può fare per prevenirne la morte. Dal 2012, l'OMS, l’UNFPA e i partner hanno sviluppato un sistema di monitoraggio sulla morte materna, per notificare e indentificare cause e mettere in atto i migliori metodi di prevenzione.
(Maris Davis)