mercoledì 28 ottobre 2015

Nigeria, imponenti manifestazioni di protesta nelle regioni dell'ex-Biafra dopo l'arresto di un leader

Imponenti manifestazioni nell'Ex-Biafra
Il popolo dell'ex-Biafra si sente sempre più discriminato e abbandonato dal governo federale. Aumenta l'insofferenza del popolo di etnia Igbo verso il nuovo presidente nigeriano Buhari.

Le principali città del Sud della Nigeria, della regione del Delta e di quello fu la regione del Biafra si sono fermate martedì scorso in seguito alle imponenti proteste causate dall'arresto del direttore di "Radio Biafra", una radio locale che porta avanti le rivendicazioni delle popolazioni Igbo e messa recentemente fuori-legge dal nuovo governo federale.

Nnamdi Kanu, arrestato sabato scorso
Nnamdi Kanu, direttore di "Radio Biafra" a cui è vietato di trasmettere, è stato arrestato dal Dipartimento dei Servizi Segreti nigeriani (DSS) sabato scorso al suo arrivo all'aeroporto di Lagos. Kanu dirige anche "Biafra Television" un TV libera che trasmette in streaming da Londra e sensibilizza le popolazioni del Biafra sulla situazione delle loro terre.

Il suo arresto ha provocato un'ondata di proteste, sia in Nigeria che tra le comunità nigeriane che vivono all'estero. Imponenti manifestazioni anche a Londra.

Le popolazioni dell'ex-Biafraprevalentemente cristiane di etnia Igbo, sono da sempre discriminate dai governi federali che si sono succeduti dopo la conquista dell'indipendenza, discriminazione aggravata dopo la conclusione della disastrosa guerra civile che li ha visti soccombere a favore degli interessi economici e politici. Una situazione diventata esplosiva dopo l'ascesa al potere del Presidente Buhari.

Ricordiamo a tutti la nostra campagna sulla situazione del Delta Niger, che fa parte dell'ex-Biafra, dove il petrolio estratto viene "rubato" dalle compagne straniere, e dove ormai la situazione dal punto di vista dell'inquinamento ambientale è del tutto compromessa.

Ricordiamo a tutti che dopo la sanguinosa guerra del Biafra (1967-1970, oltre due milioni di morti civili e cinque milioni di profughi) la Nigeria ha smembrato quella regione in nove stati autonomi cancellando da tutte le carte geografiche la parola Biafra, discriminando la popolazione locale e l'intero popolo degli Igbo.

Ricordiamo a tutti che, con l'insediamento del nuovo presidente Buhari, un mussulmano, sono aumentate le discriminazioni e le violazioni verso le più elementari libertà nei confronti della popolazione dell'ex-Biafra culminate con il divieto di trasmettere a "Radio Biafra" e pochi giorni fa con l'arresto del suo direttore.

Foundation for Africa è vicina alle popolazioni dell'ex-Biafra e condivide la campagna portata avanti da "Radio Biafra" per l'autodeterminazione del popolo Igbo.

Foundation for Africa continua a dire NO al "furto" di petrolio che ormai da 50 anni le compagnie straniere, con la complicità dei governi federali e dei politici nigeriani corrotti, stanno attuando ai danni delle popolazioni locali.

per liberare Nmamdi Kanu

La Guerra del Biafra
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Delta del Niger
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"Delta Niger"
per dire No all'inquinamento di quelle regioni e per dire Si all'autodeterminazione delle popolazioni locali
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venerdì 23 ottobre 2015

Nigeria e Boko Haram. Tra attentati quotidiani e offensiva dell'esercito, una vera e propria guerra civile

Villaggio di Madagali
Uccisi 150 miliziani Boko Haram e liberati 36 tra donne e bambini. I gruppi di autodifesa nigeriani, costituiti dai civili nei villaggi nel nord-est del Paese, hanno reso noto di aver ucciso circa 150 miliziani di Boko Haram combattendo al fianco dell'esercito, e di aver liberato 36 tra donne e bambini che erano stati catturati dai jihadisti.

L'assalto è stato condotto nella serata del 20 ottobre nelle aree di Madagali e Gwoza, dove gli estremisti, secondo le informazioni di intelligence, stavano preparando un attacco su larga scala.

Un episodio che però non ferma le violenze. I miliziani di Boko Haram, in fuga da una vasta offensiva delle truppe nigeriane, hanno ucciso oggi venti persone su una strada poco fuori il villaggio Jingalta, a settanta chilometri da Maidiguri, capitale dello Stato nord-orientale di Borno.

Gli islamisti di Boko Haram, che stavano fuggendo dopo che le truppe di Abuja avevano preso d’assalto il loro campo nella provincia di Nganzai, hanno aperto il fuoco contro quattro veicoli dove si trovavano le vittime.

I miliziani di Boko Haram hanno in seguito bruciato tutto il villaggio di Jingalta dove la popolazione era già fuggita dopo aver avvertito i primi spari. Testimoni giunti sul luogo del massacro riferiscono di aver visto i corpi di almeno venti persone uccise e il villaggio di Jingalta completamente bruciato.

Giovedì e venerdì della scorsa settimana diversi attentati suicidi compiuti da militanti islamisti hanno provocato decine di vittime a Maiduguri.

giovedì 22 ottobre 2015

Nigeria, l'orrore di quelle 50 bambine usate come bombe umane da Boko Haram

Decine e decine sono gli attentati compiuti da Boko Haram nelle regioni del nord-est della Nigeria in un solo anno. Dal 2014 i miliziani nigeriani hanno ucciso e massacrato almeno 7.000 civili, distrutto, incendiato e raso al suolo decine di villaggi, chiese e luoghi di culto, rapito almeno duemila tra donne, ragazze e bambini, e provocato un milione e 200 mila profughi.

L'offensiva dell'esercito nigeriano contro i terroristi islamici, coadiuvato dagli eserciti di Niger, Camerun e Ciad, ha messo in crisi l'organizzazione terroristica nigeriana che quindi ha cambiato tattica ed è tornata a colpire con attentati in luoghi affollati come mercati e centri commerciali, e luoghi di culto, non solo nei territori orientali della Nigeria, ma anche nelle regioni nelle vicinanze del lago Ciad dei confinanti Camerun, Niger e dello stesso Ciad.

Sarebbero una cinquantina le bambine che fin'ora Boko Haram ha utilizzato come kamikaze.

In risposta a questi attacchi con le bambine, il nuovo governo di Muhammadu Buhari per un periodo circoscritto aveva vietato alle donne di indossare il "burqa" per le strade. Ma è servito a poco. C'è un motivo preciso, anche se piuttosto comune e banale, dietro l'impiego di ragazze e bambine per gli attacchi suicidi, portano gonne lunghe o veli, che gli permettono di nascondere più facilmente gli ordigni e destano meno sospetti.

Secondo alcune stime l'organizzazione terroristica avrebbe "utilizzato" più di 50 "ragazze kamikaze" in Nigeria e Camerun dal giugno 2014, quasi una a settimana, con età a partire dai dieci anni, e in un caso accertato anche una bambina di otto anni. Poi bisogna mettere in conto i rapimenti, i matrimoni forzati, le violenze e gli stupri seriali. Nemmeno l'ISIS sembra aver osato tanto fino ad ora.

Questa scia di sangue ha ovviamente contribuito ad esasperare il clima di paura, nonostante le incursioni degli eserciti di Ciad, Niger e Camerun qualche risultato abbiano iniziato a produrre, in primis limitando le capacità del gruppo di muoversi liberamente in un territorio che prima e di assoluto dominio dei jihadisti.

È assai probabile che il leader Abubakar Shekau abbia iniziato ad intensificare la sua campagna di terrore urbano poiché è consapevole di non disporre delle risorse sufficienti per ingaggiare una guerra convenzionale contro le autorità nigeriane.

L'utilizzo di donne o bambine per portare a termine attacchi suicidi, oltre che un fatto agghiacciante, potrebbe essere il segno di un progressivo declino dell'organizzazione. Così come lo è stato l'adesione al Califfato di "Al Baghdadi", che oltre a costituire la formalizzazione di un'intesa, è apparso fin da subito il tentativo di fare cartello con i "fratelli" dell'ISIS in un momento di estrema difficoltà.

Boko Haram a fianco dell'ISIS anche in Siria. Dopo aver inviato nel mese di settembre almeno 200 uomini a Derna in Libia, è di oggi l'informazione che anche in Siria a fianco dell'ISIS è apparso un distaccamento di Boko Haram arrivato dalla Nigeria.

Lo ha annunciato il capo dell'amministrazione presidenziale russa, Serghei Ivanov, come riporta Ria Novosti. Ivanov ha aggiunto che a combattere i terroristi dei vari gruppi in Siria è l'esercito governativo e la milizia curda. Inoltre, i raid russi contro i terroristi "senza le operazioni di terra delle forze armate siriane, non avranno successo"

Insomma un Boko Haram, che in Nigeria è in crisi, cerca di "esportarsi". Prima in Libia e adesso in Siria, cerca una legittimazione agli occhi delll'ISIS, senza escludere che possa anche cercare all'estero quei rinforzi e quei finanziamenti che ormai in "patria" ha sempre più difficoltà a trovare.
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domenica 18 ottobre 2015

18 Ottobre .. Giornata contro la Tratta. Io, ex-vittima di tratta, vi racconto

"Basta convegni, progetti e tutor. Le protagoniste della lotta siamo noi, ex-ragazze vittime di tratta"

"Per la prima volta in Italia e in Europa, le vittime della tratta si presentano direttamente e senza mediazioni alla opinione pubblica, agli altri servizi, alle istituzioni per affermare che non è più possibile prendere decisioni e attivare iniziative senza o contro le vittime della tratta"

Tutto è business, e potrebbe esserci (anzi c'è già) anche un business della lotta alla tratta. Associazioni, fondazioni, progetti finanziabili con fondi europei, eventualmente corsi di formazione. Intanto le vittime di tratta restano in strada, costrette a continuare a prostituirsi per poter mangiare il giorno dopo. Migliaia e migliaia di euro spesi in congressi e progetti mentre le ragazze sono alla fame.

Come Bose, che dalla prostituzione era uscita, costretta a rientrarvi per mantenere se stessa e i suoi bambini. Tornata in strada, Bose è stata uccisa (a Palermo alla vigilia di Natale del 2013).

Isoke ex vittima di tratta
Le ragazze vittime di tratta hanno deciso che le protagoniste della lotta devono essere loro stesse, con la loro faccia e la loro voce, senza l’intermediazione di enti, istituzioni o tutor. La prima è stata la nigeriana Isoke Aikpitanyi, che si è ribellata ai trafficanti ed è stata quasi uccisa. Lo ha raccontato nei suoi libri, a cominciare da "Le ragazze di Benin City. La tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia". E oggi gestisce in modo autonomo e autofinanziato 4 case di accoglienza in diverse città italiane.

A Palermo 50 ragazze quasi tutte nigeriane hanno costituito insieme a Isoke un’associazione che dà una mano alle altre ragazze, e oggi 18 ottobre celebrano la Giornata Europea contro la Tratta.

Maris Davis nel 2011
Io stessa schiava sessuale per nove anni, prima in Italia e poi in Spagna, nove lunghi anni di violenze e soprusi. Dopo alcuni anni dalla fine della schiavitù, nel 2010 quasi timidamente, decisi di affidare ad un libretto pubblicato su internet la mia vicenda personale. Quel libretto ebbe una discreta diffusione e tanto che la mia storia personale venne raccontata anche in un libro, Spezzare le Catene, edito da Rizzoli nel 2012.

Nel mio piccolo scrivo e informo l'opinione pubblica per sensibilizzare sul fenomeno della tratta di Ragazze dalla Nigeria, e nel mio ruolo di mediatrice culturale cerco di aiutare le mie connazionali ad uscire dall'inferno in cui si trovano.

In questi ultimi anni sono sorte associazioni nuove, nuovissime, che si occupano di tratta, molte di queste servono solo a veicolare denari pubblici che vengono erogati sia dal Dipartimento delle Pari Opportunità del ministero dell'Interno che dall'Unione Europea. Soldi che "teoricamente" dovrebbero aiutare le ragazze che in Italia sono costrette a prostituirsi.

A nostro avviso sono soldi usati solo per organizzare convegni, dibattiti, escursioni notturne per portare "bibite calde" a ragazze che difficilmente possono uscire dalla loro condizione di schiavitù.

Un traffico in aumento esponenziale se si pensa che solo nei primi nove mesi del 2015 sono "sbarcate" in Italia più di 4.000 ragazze provenienti dalla Nigeria contro le mille dello scorso anno. In questo momento in Italia ci sono dalle 27.000 alle 30.000 ragazze nigeriane vittime di schiavitù sessuale.

Oggi, nella Giornata Europea contro la Tratta, diciamo BASTA. Abbiamo richieste e proposte perché contro la tratta non si decida e non si agisca senza di noi. E alla fin fine, contro di noi.

Adesso parliamo noi. Nessuno può farlo al posto nostro, nessuno può prendere decisioni sulla nostra testa. Noi vittime di tratta non vogliamo più essere oggetto di interventi, ma soggetti concreti della lotta alla mafia nigeriana.

Noi ragazze chiedono di sedere ai tavoli dove si discute e si decide su tratta e prostituzione.
(Maris)
Parlo di me
(Versione originale del 2010)

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giovedì 15 ottobre 2015

Ebola, infermiera scozzese già guarita dal virus è grave per una ricaduta

Sono ulteriormente "peggiorate" le condizioni di salute dell’infermiera scozzese Pauline Cafferkey, vittima di una ricaduta legata al virus Ebola, che aveva contratto l’anno scorso e da cui era guarita.

L’infermiera, 39 anni, è ricoverata in isolamento da venerdì al Royal Free Hospital di Londra che, in un comunicato, ha dichiarato: "Ci rattrista annunciare che le condizioni di Pauline Cafferkey si sono deterioriate e che ora la donna è gravemente malata. È in cura per l’Ebola nell'unità di isolamento ad alto livello del Royal Free Hospital"

La Cafferkey contrasse l'Ebola lo scorso dicembre mentre lavorava in un centro medico di Save the Children a Kerry Town, in Sierra Leone.

Questo caso sta provocando un "cauto" allarme tra gli addetti ai lavori in quanto il virus, secondo diversi studiosi, può rimanere latente nel corpo per diverso tempo, anche per mesi, ma è praticamente una delle prime volte che si registra, almeno al di fuori dell'Africa, un caso di ricaduta.

"In casi rarissimi, pazienti sopravvissuti a ebola possono sviluppare di nuovo la malattia, quando il virus resiste nel corpo e si replica, sfruttando un sistema immunitario indebolito"

L’epidemia di ebola che ha colpito l'Africa a partire dal febbraio 2014 ha causato 11.300 vittime, quasi tutte tra Guinea, Liberia e Sierra Leone.

Le conseguenze dell'epidemia sono molto gravi per i tre paesi colpiti, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche economico e sociale.

Ha lasciato strascichi devastanti anche tra le persone sopravvissute. Circa il 25% di chi è guarito ha riportato infatti problemi alla vista con infiammazioni gravi degli occhi che potrebbero portare alla cecità. Altri pazienti hanno denunciato forti dolori fisici e molta fatica nel compiere i normali gesti quotidiani. Quasi tutti i guariti sono poi molto provati dal punto di vista psicologico.

"Questi problemi sono molto gravi e possono impedire alla gente di lavorare e provvedere alle loro famiglie". I medici e i ricercatori vogliono determinare le cause di questi effetti collaterali per evitare pesanti ricadute sulle economie e sulle società dell’Africa occidentale.

Per questo motivo circa 7.500 persone, tra cui 1.500 sopravvissuti e seimila loro amici e famigliari, saranno seguiti per cinque anni da esperti.

Il caso dell'infermiera scozzese mette in allarme anche le autorità sanitarie dei tre paesi africani. Sono in migliaia infatti i sopravvissuti e, anche a distanza di mesi, seppur in casi rari il virus potrebbe ricomparire e provocare delle ricadute.

L'infermiera scozzese
vittima della ricaduta
Pauline Cafferkey
Il bollettino dell'OMS. Intanto dall'Africa arrivano buone notizie. Per la seconda settimana consecutiva non ci sono stati nuovi casi di Ebola nei paesi africani colpiti dall'epidemia. Lo afferma il bollettino dell'OMS. Sono ormai 11 settimane, rileva il bollettino, che non si hanno più di cinque casi a settimana.

Tuttavia 150 persone rimangono sotto osservazione in Guinea, di cui 118 ad alto rischio, e altri 259 contatti con casi conosciuti non sono reperibili. La Guinea quindi è un paese che rimane ancora un rischio di nuovi casi.

In Sierra Leone due ammalati ad alto rischio sono fuggiti e ancora non sono stati ritrovati.

La Liberia, il terzo paese africano gravemente colpito dal virus, è stato dichiarato "Ebola Free" già nello scorso mese maggio.

Dall'inizio dell’epidemia ci sono stati circa 28mila casi e oltre  11mila morti, di cui 513 tra gli operatori sanitari.
(Corriere della Sera)

martedì 13 ottobre 2015

Boom dei Social Network in Africa grazie agli smartphone. La Nigeria il paese con più utenti Facebook

Guarda su Facebook
Sono 120 milioni gli africani attivi sulla piattaforma social di Facebook. Una cifra destinata a crescere se si considera che l’aumento percentuale in nove mesi (da gennaio a settembre 2015) è stato del 20%. L’80% degli accessi avviene tramite cellulare, e questo è un altro dato significativo.

Nigeria, Sudafrica e Kenya nella classifica dei primi tre paesi per numero di utenti. Al primo posto c’è la Nigeria con 15 milioni di utenti, con la quasi totalità degli utenti che accedono da smartphone e cellulari. Al secondo posto, con 12 milioni di utenti, c’è il Sudafrica, al terzo posto con poco più di 7 milioni c’è il Kenya. I dati sono stati riferiti dallo stesso Facebook.

"L’uso del cellulare non è una moda, è il modello più rapido di adozione di una delle più grandi tecnologie della comunicazione. Il cellulare è inoltre uno strumento personale che permette la connessione a internet non solo dal luogo in cui l'utente vive, ma permette la connessione da qualsiasi luogo in cui la persona si trovi e cura i propri affari. Oggi con i cellulari si raggiungono le persone lì dove sono, e non lì dove esse erano, in un modo molto personale e appropriato" (Nunu Ntshingila, capo della sezione Africa di Facebook).

Nunu Ntshingila
Facebook Africa
In Nigeria, il paese con il maggior numero di utenti Facebook, la portata di una rivoluzione che va avanti a passi molto rapidi misurabili su base mensile, si è già compreso come tutto questo stia producendo effetti positivi anche sulla comunicazione di fasce di popolazione medie e medio-basse.

Lo spazio digitale nigeriano si sta espandendo a vista d’occhio e non soltanto a beneficio di Google o Facebook. Le principali piattaforme social stanno aprendo canali nigeriani e la presenza in un paese da 160 milioni di abitanti destinato a superare tra qualche decennio la Cina nella diffusione di internet (secondo statistiche ONU), è diventata strategica.
(Facebook)
Connessioni Facebook in Africa
(In bianco le zone dove le connessioni sono più numerose)
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domenica 11 ottobre 2015

Turchia e tutti quegli innocenti morti in nome della Pace

Scrivo questi pensieri il giorno dopo, e li scrivo con il dolore di chi conosce bene le conseguenze dell'islam integralista (nel mio paese di origine, la Nigeria, l'Islam integralista uccide, rapisce, distrugge, mette bombe ormai da sei anni).

Scrivo pensando al clamore che "giustamente" ha avuto questo vile attentato nei media internazionali, ma non capisco perché lo stesso clamore NON venga riservato anche quando attentati così gravi avvengono nella mia Nigeria, eppure a "colpire" così vigliaccamente è lo stesso islam integralista, "i" di islam scritto in minuscolo per un "disprezzo" voluto verso una religione che uccide.

Ma, si sa, l'Africa per l'occidente è ancora un "NON luogo", ci si accorge di lei solo quando si tratta di rubare le sue ricchezze o quando i suoi figli disperati attraversano il Mediterraneo.

A distanza di 24 ore si conosce l'identità di uno dei due "kamikaze" che si sono fatti esplodere ad Ankara in mezzo a tutti quei giovani che stavano manifestando per la Pace. Era un tipo poco raccomandabile, un turco "invasato di islam" vicino all'Isis.

Un attentato avvenuto in una Turchia "idiota" che, anziché preoccuparsi dell'integralismo islamico alle sue porte, si preoccupa di incarcerare giornalisti solo per un "tweet ingiurioso".

128 persone uccise e più di 500 ferite in una Turchia che fa parte della Nato e che vorrebbe entrare in Europa, ma che limita la libertà personale, che non esita a incarcerare gli oppositori politici, che ha sempre preferito "favorire" l'Isis piuttosto di vedere vincitori i curdi che lo combattono.

Un Turchia che ha iniziato una "guerra interna" contro i curdi bombardando le loro basi dopo che per la prima prima volta il partito che rappresenta i curdi era entrato in parlamento.

No, decisamente NO. Dirò sempre NO all'Islam che ieri ad Ankara ha ucciso innocenti che manifestavano per la pace, ma dirò ancora NO al quell'Islam del turco Erdogan, dittatore e illiberale, che bussa alle porte dell'Europa.

No alla Turchia in Europa

Manifestazioni contro il presidente turco Erdogan
Oggi contro il presidente Erdogan monta la rabbia dei manifestanti che hanno innalzato cartelli con la scritta "Assassino". Gli umori profondi del Paese, dove l'anima laica si scontra con quella islamica, appaiono in grande agitazione.

Quei cadaveri sul selciato, in prossimità della stazione di Ankara, alcuni coperti dalla bandiera giallo-viola-verde del partito curdo moderato (HDP), sono una tragica immagine della sanguinosa mischia siriana che dilaga al di là dei confini, e coinvolge i paesi vicini. Questa è stata la prima impressione davanti al massacro ripreso dalle telecamere e poi offerto agli occhi del mondo come una trasmissione reale sull'orrore.

La Turchia, fino ad alcuni anni fa esempio di successo economico e di democrazia, di una democrazia per ora non sufficiente per l'Unione Europea ma comunque insolita in Medio Oriente, è adesso travolta da un'ondata di terrorismo, simile a una massa di lava vomitata da un non lontano vulcano in eruzione. La prima reazione spontanea portava a questa conclusione ed anche all'implicita solidarietà con il paese ferito. Solidarietà per il suo popolo, ma non per il suo presidente desposta, non per il suo presidente che ha sempre considerato le donne "schiave all'uomo".
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Se mi chiedete che ne penso dell'Islam e dei mussulmani io vi risponderò sempre che sono lo "sterco" nauseabondo dell'umanità. Assassini che uccidono in nome di un dio assassino
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venerdì 9 ottobre 2015

Il 9 ottobre 1967 Che Guevara viene assassinato in Bolivia, un compagno lo aveva tradito

"Se io muoio non piangere per me, fai quello che facevo io, e io continuerò a vivere in te" .. Che Guevara era nato a Rosario (Argentina) il 14 giugno 1928, morì giustiziato vigliaccamente a La Higuera (Bolivia) il 9 ottobre 1967.

"Spara vigliacco, stai per uccidere un uomo" sono le parole che ruppero il silenzio, quel 9 ottobre 1967, nella scuola del piccolo villaggio montuoso di La Higuera in Bolivia. Poi una doppia raffica di mitragliatrice e un tonfo sordo di un corpo che si accascia al suolo. Il corpo senza vita è quello di Ernesto Guevara de la Serna. Che Guevara, dopo la vittoriosa Rivoluzione a Cuba e dopo alcuni dissapori con Fidel Castro, decise, a metà del 1965, che fosse giunto il momento di esportare la Rivoluzione anche in altri Paesi.

E così partì alla volta del Congo Belga, ma si accorse subito che in quel luogo dell'Africa c'erano troppi problemi tribali. Che Guevara giunse così in Bolivia, anche lì avevano problemi tra fazioni, ma lo stesso Che era speranzoso che qualcosa d’importante poteva essere fatto.

Almeno questa convinzione restò nella mente di Che Guevara fino alla fine di settembre del 1967. Ormai con pochi viveri e nessuna via d'uscita Che Guevara fu stanato dall'esercito regolare in un canalone nella foresta della Bolivia dopo il tradimento di un suo compagno che aveva segnalato ai militari colombiani la presenza del "Che" in quel territorio.

Quando fu arrestato il Che avrebbe esclamato "Sono Che Guevara, posso esservi più utile da morto che da vivo".

L’esercito era guidato da Felix Rodriguez, un agente infiltrato della Cia. Da sempre si pensa ci possa essere stata la Cia dietro la morte di Che Guevara. Gli americani però avrebbero preferito Che Guevara vivo per processarlo a Panama e utilizzare il suo personaggio contro la Cuba di Fidel Castro .. Ma le cose andarono diversamente, prevalse l'atroce pragmatismo dei vertici militari della Bolivia.

Nel 2013 sono state pubblicate foto, lettere fino ad allora rimaste inedite scritte di pugno da "Che Guevara", documenti che si riferiscono proprio alle sue ultime settimane di vita e di ciò che accadde nelle ore immediatamente successive alla sua morte. Si tratta di documenti fino ad allora rimasti in possesso delle forze armate boliviane.

Le foto del Che e le lettere dei suoi compagni di guerriglia che il quotidiano boliviano "La Razon" ha reso pubbliche, parlano di una realtà disperata. Di una milizia sbandata, braccata dalle forze regolari boliviane e dai servizi segreti Usa, nonché tradita dagli stessi contadini indigeni che avrebbe voluto salvare.

E poi parlano della sua definitiva sconfitta e della fine. Ernesto morto su quel tavolo medico, così come lo si era già visto da un’altra prospettiva. Gli ufficiali che brindano sulla preda. La compagna Tania rasata a zero, Coco Pedrero caduto in battaglia coi vestiti stappati e il Camba Jimenez che sorride tra due soldati boliviani, dopo la diserzione e il suo tradimento - leggi nota -



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sabato 3 ottobre 2015

Nigeria, bambine inconsapevoli trasformate in bombe umane, costrette a morire in nome di Allah

Il 1° di ottobre cinque ragazzine che indossavano cinture e giubbotti esplosivi sono "saltate in aria" nel nordest della città nigeriana di Maiduguri. La più giovane aveva 9 anni, la più grande non più 14. Le vittime sono 14, comprese le bambine, i feriti 39. Si teme che il numero delle vittime aumenti in quanto molti feriti hanno subito mutilazioni e sono in condizioni molto gravi.

Tre si sono fatte esplodere vicino a un passaggio a livello di Maiduguri, la principale città del Borno State, la quarta all'esterno di una moschea, l'ultima nei pressi di un posto di polizia. Nella città, in attacchi analoghi, solo due settimane fa erano morte più di 100 persone.

Sempre giovedì, altre 11 persone, tra cui molte donne, sono state uccise da membri di Boko Haram nella città di Kirchinga nello Stato di Adamawa.

Gli attacchi sono avvenuti nello stesso giorno in cui l'esercito ha annunciato che altri 80 combattenti di Boko Haram si sono arresi nel Borno, 200 miliziani islamici si erano già arresi negli ultimi giorni di settembre, eventi che sono stati descritti come una "pietre miliari" nella lotta contro il terrorismo - leggi -

Maiduguri, Borno State. Attentati
Lotta a Boko Haram. Il nuovo presidente Buhari ha intensificato la lotta a Boko Haram inviando migliaia di militari nelle zone sotto l'influenza dei miliziani islamici, e coinvolgendo anche gli eserciti dei vicini stati, Camerun, Ciad e Niger. Dal mese di maggio molti "campi" di Boko Haram sono stati smantellati, riconquistati decine di villaggi e centinaia di prigionieri, soprattutto donne e bambini, sono stati liberati. Gli ultimi il 25 settembre scorso - leggi -

Nello stesso tempo Boko Haram è passato ad una nuova strategia, intensificando gli attentati singoli in luoghi affollati usando soprattutto bambine inconsapevoli per non destare sospetti e passare così più facilmente i controlli.

I miliziani islamici Boko Haram considerano la donna semplicemente un oggetto da usare a piacimento e così non hanno scrupoli a trasformare giovani donne e bambine in vere e proprie bombe umane. Le adolescenti sono inconsapevoli, non capiscono cosa sta loro accadendo o anche costrette contro la loro volontà, e poi fatte saltare in aria in mezzo alla folla.

Intanto anche ieri, 2 ottobre, l'esplosione di due bombe alla periferia della capitale nigeriana, Abuja, ha causato numerose vittime. Gli attentati sono avvenuti nella zona di Kuje, nei pressi di una stazione di polizia, e a Nyanya, vicino la fermata di un autobus, un luogo molto affollato.

Il presidente nigeriano Buhari
Lotta alla corruzione. In coincidenza con il 1° ottobre, festa nazionale in Nigeria (anniversario dell'indipendenza dalla Gran Bretagna ottenuta il 1° ottobre 1960) il presidente Buhari ha presentato in parlamento la lista dei nuovi ministri, tenendo per se il dicastero del Petrolio. Oltre che la lotta senza quartiere a Boko Haram, il nuovo presidente nigeriano ha promesso di debellare la corruzione che in Nigeria è una vera e propria piaga sociale.

Il settore petrolifero incide per il 90 per cento delle risorse economiche nigeriane ma è anche la prima e principale fonte di degenerazione del sistema politico. Come ministro delle risorse petrolifere, Buhari promette di voler combattere personalmente l’emorragia che affligge le entrate dovute alle "royalties" perché non finiscano più nei conti all'estero dei politici e dei burocrati corrotti ma siano spese realmente per la collettività.

La Nigeria National Petroleum Company (NNPC), unica compagnia petrolifera nigeriana, solo nel 2014, ha sottratto alle casse dello Stato qualcosa come 20 miliardi di dollari. Quell'enorme montagna di denaro, sparito nelle mani di pochi potentati corrotti che spesso agiscono con il sostegno delle banche estere, avrebbe potuto essere impiegato per creare servizi e strutture per i cittadini che sono tra i più poveri dell'Africa a dispetto di ciò che i dati economici rilevano, ovvero che l'economia nigeriana è la prima del continente africano.

In Nigeria infatti l'85% della ricchezza è detenuto da meno del 10% della popolazione che viene considerata benestante e ricca, mentre più della metà degli abitanti, per lo più negli stati del nord, vivono al di sotto della soglia di povertà.

Nel video la testimonianza di una ragazza nigeriana vittima di Boko Haram, ferita in un attentato ad Abuja nel 2014, fuggita in Italia e che adesso rischia il rimpatrio forzato assieme ad altre 64 ragazze fuggite dagli orrori di Boko Haram o vittime della mafia nigeriana

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