mercoledì 30 settembre 2015

Nigeria, si intensifica la lotta a Boko Haram, duecento miliziani si arrendono

Miliziani Boko Haram
Boko Haram in crisi, si arrendono duecento combattenti. È una notizia di quelle che fanno ben sperare

Il gruppo di insorti capeggiato da Shekau negli ultimi giorni ha vissuto una delle più grandi diserzioni della sua storia: oltre 200 combattenti si sono consegnati alle forze armate nigeriane, nelle città di Banki al confine con il Camerun.

Non è il primo caso quello che si è verificato nelle ultime ore, ma già negli ultimi giorni diverse dozzine di terroristi si erano arresi e consegnati spontaneamente alle autorità.

Un portavoce dell'esercito ha aggiunto che occorrerà determinare lo status dei ribelli e poi procedere con il programma di de-radicalizzazione e in seguito la giustizia farà il suo corso. L'entusiasmo da parte delle forze armate nigeriane per quanto sta avvenendo è massimo. Diversi esponenti dell'esercito hanno dichiarato che questo è l'inizio della fine di Boko Haram.

Ma quelle che sono le entusiastiche e avveniristiche dichiarazioni di vittoria dei militari, che fanno sperare nella fine della guerra del terrore che ha provocato già oltre ventimila morti, si infrangono però contro l'analisi pragmatica perché le stesse esternazioni di gloria erano state fatte l'anno scorso quando due gruppi composti da 100 miliziani si consegnarono alle autorità. Ciò che seguì non fu la resa di massa dei miliziani ma il periodo più difficile della guerra, dettato da un acuirsi delle recrudescenze di Boko Haram e da un incremento delle azioni militari che portarono gli insorti ad avanzare e conquistare diverse città nel nord del Paese.


martedì 29 settembre 2015

Burkina Faso, ha vinto la democrazia

All'indomani del golpe sventato in Burkina Faso e del ritorno al potere dell'autorità di transizione, a Ouagadougou hanno riaperto banche e stazioni di servizio e gli abitanti hanno manifestato fiducia per il futuro del Paese.

Se la città di Ouagadougou sembra vivere una sorta di "primavera" burkinabé", molte sono ancora le tappe cruciali che deve gestire l'autorità di transizione. Prima di tutto le elezioni politiche, originariamente fissate per l'11 ottobre.

Il "ripristinato" presidente Michel Kafando non ha ancora deciso le nuove date. Una proposta dei mediatori, tra cui la Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (CEDAO), era di farle slittare al 22 novembre, ma Kafando ha solo confermato un ritardo di diverse settimane.

Più delicata infine la questione sul destino dei golpisti, che hanno chiesto l'amnistia. Un argomento spinoso su cui pesa la fucilazione di 15 manifestanti e il ferimento di altri 100 a opera del RSP (Reggimento di Sicurezza Presidenziale, ovvero i golpisti della guardia presidenziale) durante la repressione delle manifestazioni della popolazione contro il golpe della settimana scorsa nella capitale Ouagadougou.

Sciolta la Guardia Presidenziale dopo il fallito golpe degli uomini guidati dal generale Gilbert Diendéré .. Il Reggimento di sicurezza presidenziale è stato sciolto per decreto ma il suo disarmo e l’assegnazione dei suoi ufficiali ad altri corpi sono parte di un processo ancora in corso e più che mai delicato.

Lo scioglimento del corpo è stato disposto venerdì, durante il primo Consiglio dei ministri dopo il fallimento del golpe. La misura era stata seguita dal sequestro dei beni del generale Diendéré e di altre 13 persone in qualche modo associate al colpo di stato.

Queste decisioni sono state accolte con favore dalla popolazione ma lasciano intatti i nodi dell’amnistia per i responsabili del golpe e dell'esclusione dalle prossime elezioni degli ex collaboratori del presidente Blaise Compaoré, accusati ora di aver appoggiato o quantomeno non contrastato l’azione del Reggimento.

A conferma di incertezze e tensioni un appello alla popolazione, alle parti politiche e alle forze armate è stato rivolto dal Mogho Naba, sovrano delle comunità Mossi. Pochi giorni dopo aver contribuito a scongiurare uno scontro armato tra il Reggimento e le unità dell’esercito giunte alle porte di Ouagadougou per ristabilire l’ordine costituzionale, il capo tradizionale ha chiesto al presidente Michel Kafando di essere tollerante e comprensivo, di unire e di "essere il presidente di tutti"

Ma cos'è e cosa ha rappresentato la ormai ex-Guardia Presidenziale del Burkina Faso. È un'elite di militari bene addestrati e bene armati che rispondono direttamente al presidente e che godono di privilegi e immunità. Fu costituita dall'ex-dittatore Blaise Campaoré che ha voluto circondarsi di un piccolo esercito "fedele e obbediente". Privilegi che in una democrazia non sono più tollerabili, e per fortuna in Burkina Faso sta vincendo la democrazia.


lunedì 28 settembre 2015

La Nigeria respinge il "razzista" Salvini. Negato il visto

Matteo Salvini, Lega Nord
Niente viaggio in Nigeria per Salvini, gli negano il visto. Il leader del Carroccio deluso: "Peccato, volevamo portare lì sviluppo e investimenti. Era tutto pronto, avevo anche fatto la vaccinazione per la febbre gialla"

Lo aveva annunciato lo scorso agosto, alla Festa di Ponte di Legno: dal 29 settembre al primo ottobre sarebbe andato in Nigeria "per chiedere ai ministri nigeriani di che cosa hanno bisogno per evitare che i cittadini di quello stato lascino il loro Paese". Ma il viaggio di Matteo Salvini nel Paese africano non ci sarà, gli è stato negato il visto di ingresso.

Quel viaggio in Nigeria che veniva "sbandierato" dal leader del carroccio ad ogni intervento pubblico, ad ogni "comparsata" televisiva, quel viaggio che veniva "declamato" come un mantra alla fine non ci sarà. Per la Nigeria sono indesiderati coloro che, in Italia, vorrebbero respingere i nigeriani che arrivano per chiedere aiutoUn viaggio che aveva destato "ilarità" da quasi tutti i suoi oppositori politici in Italia.

Dal canto suo Matteo Salvini reagisce a modo suo: "Migliaia di nigeriani vengono qua senza documenti e noi, pur avendo fatto vaccini per la febbre gialla, italiani che vogliono portare sviluppo in Nigeria, non possiamo farlo. Mi spiace, ci riproveremo, forse a qualcuno dava fastidio? A qualcuno del governo italiano? A qualcuno del governo nigeriano?"

E non poteva mancare la battuta razzista: "Con il vaccino della febbre gialla sono rimasto a letto due giorni. Ma con la gente che gira a Milano in questo periodo, forse non l’ho fatta per niente"
(fonte la Repubblica)
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Non ne possiamo più
di vedere i nostri figli e figlie trattati come zimbello dei paesi che fino a ieri hanno fatto man bassa delle nostre materie prime.
Non ne possiamo più
di vedere i nostri figli e figlie essere cibo per i pesci del "Mare Nostrum".
Non ne possiamo più
di vedere morire di fame i nostri figli perché il già ricco occidente "depreda" le nostre ricchezze, inquina i nostri terreni agricoli e le nostre acque.
Non ne possiamo più
di questa Europa che prima ci ha reso schiavi, ci sfrutta, e che continua a respingerci.
No ai "razzisti" come Matteo Salvini

Articolo di

venerdì 25 settembre 2015

Nigeria, l'esercito libera 241 donne, ragazze e bambini prigionieri di Boko Haram

Gruppo di donne e bambini liberati a Jangurori
L'esercito nigeriano ha liberato 241 donne e bambini sequestrati da Boko Haram. La liberazione è avvenuta mercoledì scorso grazie all'offensiva dell'esercito contro i miliziani che ha portato anche alla liberazione di due villaggi, Jangurori e Bulatori.

Durante le operazioni militari sono stati arrestati 43 militanti del gruppo terrorista tra cui Bulama Modu, l'"emiro" di un villaggio che offriva protezione ai jihadisti nigeriani.

Si calcola che Boko Haram in un solo anno abbia rapito oltre duemila ragazze, donne e bambine allo scopo di farne delle schiave sessuali, obbligarle a matrimoni e conversioni forzate, oppure violentate affinché possano partorire i futuri soldati d'Islam - leggi -

Dalla tarda primavera scorsa l'offensiva congiunta degli eserciti di Niger, Ciad, Camerun e Nigeria ha portato alla liberazione di oltre 700 ostaggi a cui si aggiungono quelli liberati mercoledì - leggi precedenti articoli -

Nei giorni scorsi l'esercito aveva rivelato che sono in corso trattative per ottenere la liberazione delle oltre 200 studentesse rapite a Chibok nell'aprile 2014, ragazze la cui sorte ad oggi è del tutto sconosciuta.

Oltre alla liberazione di donne e bambini e all'arresto di 43 miliziani, l'operazione militare dei giorni scorsi ha portato alla "distruzione" dei due campi dove erano detenuti gli ostaggi e al sequestro di un notevole quantitativo di armi, alcune delle quali erano state sepolte dai miliziani islamici nel tentativo di occultarle all'esercito nigeriano.
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giovedì 24 settembre 2015

Nigeria. Sono salite a 117 le vittime causate dagli attacchi di Boko Haram nella città di Maiduguri

Maiduguri, Borno State
Salite a 117 le vittime degli attentati di Boko Haram a Maiduguri durante lo scorso weekend.

Il bilancio delle vittime degli attentati di Boko Haram a Maiduguri, nella regione nord-orientale della Nigeria, è salito ad almeno 117 morti, più del doppio del conteggio ufficiale di ieri. Lo riferiscono fonti mediche. Un totale di 72 morti sono stati registrati presso l'ospedale dell'Università di Maiduguri mentre altri 45 morti sono stati portati all'obitorio dell'ospedale dello Stato del Borno.

Domenica quattro esplosioni in rapida successione hanno colpito due quartieri adiacenti, quelli di Ajilari Cross e di Gomari, dove sono stati presi di mira rispettivamente una moschea e un circolo gremito di avventori che stavano assistendo a una partita di calcio trasmessa in TV.

Ancora due ragazzine usate come bombe umane. Nel primo caso, l'attentato alla moschea, sembra che a entrare in azione siano state proprio due ragazze kamikaze, nel secondo attentato invece i miliziani appartenenti alla setta jihadista avrebbero scagliato ordigni rudimentali tra gli spettatori che stavano assistendo ad una partita di calcio trasmessa in televisione.

La strage sarebbe potuta essere ancora più sanguinosa se la moschea non fosse stata semi-vuota, e ha fatto seguito al monito lanciato sabato dal leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, il quale aveva liquidato come "menzogne" i proclami delle forze armate nigeriane secondo cui il gruppo jihadista alleato dell'ISIS sarebbe allo sbando.

L'esercito nigeriano aveva risposto al video reso pubblico da Boko Haram qualche giorno prima degli attacchi a Maiduguri. Nel video Shekau smentiva le dichiarazioni secondo le quali la setta islamista sarebbe in crisi e incitava i membri a intensificare gli attacchi. Nel comunicato di risposta dell'esercito si legge tuttavia che "le vittorie riportate dalle truppe nigeriane sul campo di battaglia sono incontestabili, come dimostrato dalla liberazione di molti villaggi nel nord-est del Paese. Il progressivo indebolimento del gruppo terroristico è sotto gli occhi di tutti".

L'esercito invita i cittadini a non farsi intimidire dalla propaganda terroristica, chiedendo invece di segnalare alle autorità qualsiasi attività sospetta. "Solo in questo modo potremo risanare la dignità del nostro amato Paese, liberandolo dalle grinfie del terrorismo"
(AGI)

mercoledì 23 settembre 2015

Sud Sudan, rischio carestia nello Stato di Equatoria Orientale

Clement Laku, ministro dell’agricoltura dello stato dell’Equatoria Orientale, ha dichiarato ufficialmente, che almeno un milione di persone hanno bisogno urgente di aiuto alimentare d’emergenza perché sono a rischio di morte per fame.

Molti sarebbero già i morti, soprattutto nelle contee di Ikotos e Budi, mentre centinaia di famiglie stanno cercando rifugio nei paesi vicini per sfuggire a quella che ha definito una "catastrofe umanitaria"

Il governo locale ha già stanziato 400.000 SSP, sterline sud sudanesi, (l’equivalente di circa 25.000 dollari al cambio attuale) per portare i primi soccorsi, ma lo stanziamento non è ancora stato approvato dalla dall'assemblea legislativa dello Stato, così per ora nessuno è ancora intervenuto.

Lo Stato dell'Equatoria Orientale non è tra quelli toccati dalla guerra civile. La crisi è dovuta alla mancanza di derrate alimentari sul mercato locale e al costo stratosferico del cibo, in gran parte importato, in un momento in cui la valuta locale si svaluta giornalmente sul dollaro, mentre l’economia del paese è in fallimento totale a causa del conflitto.

A questo si aggiunge l’insicurezza delle strade, (rischio bande armate e furti di cibo) per cui i mercati non vengono riforniti, ed in più la siccità, che quest’anno ha colpito in modo severo i paesi dell’Est Africa.

OCHA, l’agenzia dell'ONU per il coordinamento degli interventi umanitari, ha da molti mesi dichiarato che quest’anno nel paese ci sarebbero stati 4,6 milioni di persone gravemente insicure dal punto di vista alimentare - leggi -

Nonostante gli appelli e l’imponente lavoro di coordinamento, i fondi raccolti sono ben lontani dal poter soddisfare i bisogni, mentre ancora buona parte del territorio degli stati settentrionali, sconvolti dalla guerra civile, non è raggiungibile.

Somalia, programmi rieducativi per i minori sottratti ai gruppi islamici armati

Nell'ultimo anno circa 400 minori reclutati dai gruppi armati in Somalia che sono stati liberati e reinseriti nella società attraverso programmi educativi e di formazione professionale, circa cento sono bambine e alcune diventate schiave sessuali di miliziani Al-Shabaab.

Grazie ad un progetto che il Fondo delle Nazioni Unite ha attivato da 15 mesi per gli ex-bambini soldato della Somalia, 110 minori si sono già iscritti alla scuola ordinaria. Altri invece sono stati iscritti a programmi di formazione professionale come ingegneria elettronica, amministrazione, meccanica o falegnameria.

L'Unicef stima che attualmente circa 5 mila bambini e giovani che sono a rischio di sfruttamento e a rischio di reclutamento come combattenti, facchini, cuochi, schiavi sessuali per i gruppi armati somali. Nel 2012 il Governo aveva firmato un Piano di Azione per porre fine al reclutamento e prevenire l’utilizzo dei minori nei conflitti armati.
(Agenzia Fides)


Kenya, insegnanti in sciopero. Il governo dispone la chiusura di tutte le scuole

In Kenya braccio di ferro tra il governo e gli insegnati. Le scuole pubbliche di tutto il paese sono state chiuse dal governo in risposta a uno sciopero nazionale di tre settimane indetto dai docenti e dal personale.

All'origine dello sciopero la richiesta da parte degli insegnanti di incrementi salariali compresi tra il 50 e il 60%. La Suprema Corte del Kenya ha dato ragione alle loro ragioni e ha ordinato un aumento del salario di almeno il 50%. Nonostante ciò il governo sostiene di non disporre delle risorse finanziarie necessarie per venire incontro alle esigenze degli insegnanti.

Il presidente Uhuru Kenyatta ha dichiarato che un ulteriore aumento danneggerebbe le finanze del governo togliendo fondi allo sviluppo. Kenyatta ha sollecitato gli insegnanti in sciopero a ritornare al lavoro.

"Sinceramente, non ritengo giusto tenere i nostri figli ostaggio di richieste salariali, i salari dei professori sono stati portati recentemente al livello degli altri impiegati statali, e un ulteriore aumento comporterebbe un incremento delle tasse"

Gran parte delle scuole sono chiuse dall'inizio del mese e gli insegnanti insistono che il governo dovrebbe rispettare la decisione della Corte. Anche alle scuole private è stato ordinato di chiudere ma alcune si sarebbero rifiutate di attenersi alle direttive del governo.

Un tribunale del lavoro del Kenya deciderà tra qualche giorno in merito alla legittimità dello sciopero.

Sono 12 milioni gli studenti che sono costretti a restare a casa. Fanno eccezione solo coloro che dovranno sostenere gli esami nazionali al via ad ottobre. La misura è stata motivata dal governo con l'impossibilità di garantire le lezioni.
(BBC News)


martedì 22 settembre 2015

Afghanistan, i militari americani hanno l'ordine di ignorare gli abusi sessuali sui bambini

L'articolo del New York Times comincia così: "Soldati Usa di stanza in Afghanistan sono stati testimoni di diversi episodi di violenza sessuale nei confronti di bambini da parte di poliziotti locali, ma sono stati istruiti a ignorare l'accaduto. È quanto emerge da un'inchiesta del nostro giornale che si basa sul racconto, agghiacciante, di diversi ex militari e sulle loro deposizioni"

Siamo nel settembre dell'anno 2015, e dovremmo ricordare che i soldati americani sono presenti in alcune decine di paesi del mondo, fra i quali l'Italia, e in Afghanistan sono presenti dal novembre 2001. Di tempo per accorgersi che in quel paese, soprattutto fra i maschi di etnia pashtun nel sud e fra i tagiki nel nord, è molto diffusa e persino socialmente accettata la pratica della pedofilia con ragazzini di 9-15 anni, ce n'è stato in abbondanza.

E a questo punto viene da chiedersi se i soldati italiani, anche loro in Afghanistan da oltre un decennio, se anche loro sapevano e hanno taciuto

"È la loro cultura" e quindi ignorare e non occuparsene. Sarebbe questo, secondo il New York Times, l'ordine dato a soldati e marines americani di base in Afghanistan a proposito degli abusi sessuali sui minori che avvengono quotidianamente.

"Hanno l'ordine di ignorare gli abusi sessuali sui minori che vengono compiuti regolarmente dagli alti ufficiali della polizia del Paese"

Sono orrori di guerra. L'Inchiesta parte dal racconto di un padre che ha perso il figlio, soldato americano in Afghanistan. Nella sua ultima telefonata a casa, Gregory Buckley Jr., gli aveva detto che "alti ufficiali afgani abusavano sessualmente di ragazzi che, spesso, si portavano alla base. Aveva raccontato di sentire le urla dalla sua postazione. Era turbato, ma non poteva intervenire. Gli ordini erano quelli di voltare il viso dall'altra parte"

"Di notte siamo in grado di sentirli urlare, ma non siamo autorizzati a fare nulla. gli ufficiali hanno dato l'ordine di tacere e non dire niente perché è la loro cultura"

Bacha Bazi, una vera e propria schiavitù sessuale
L'abuso sessuale dei bambini e adolescenti è un problema in Afghanistan, in particolare tra i comandanti che controllano gran parte dei territori e spesso della popolazione. Gli uomini potenti amano essere circondati da giovani, può essere un segno di status sociale. La pratica si chiama Bacha Bazi, letteralmente "play boy", ragazzi e bambini che sono veri e propri schiavi sessuali. E soldati e marines americani sono stati incaricati di non intervenire, nemmeno quando gli alleati afgani abusano dei ragazzi nelle stesse basi militari.

Chi ha il potere tutti i giorni prende per il naso chi non ha il potere. Prendere per il naso chi non ha il potere è politica necessaria alla conservazione del potere da parte di chi lo detiene. Non basta che chi non ha potere non abbia potere, è necessario sottometterlo tutti i giorni, colonizzare la sua mente, per mantenere i rapporti di forza dominanti.

La verità è rivoluzionaria, la verità rende liberi, la verità svela l'ingiustizia, ma i servi obbedienti del sistema sono ricattati dalle loro stesse debolezze umane. Obbedienti a tal punto dal sottrarsi alla denuncia di un "crimine contro l'umanità" solo perché è "prassi comune, è la cultura del luogo", come se la violenza contro i bambini o contro i più deboli sia "giustificata" solo perché "così fan tutti".

L'America potrà anche essere una grande nazione, ma di sicuro non può essere un esempio di moralità di fronte al mondo.

Adesso resta solo da capire se anche gli italiani, che in Afghanistan hanno sempre lavorato a fianco di quelli americani, sapevano e hanno taciuto anche loro. Orribile immaginare che per oltre un decennio anche gli italiani siano stati "complici silenziosi" di crimini così orribili sui bambini afghani.
(fonti, la Repubblica, NYT e altre)
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Nigeria. 1,4 milioni di bambini sfollati a causa delle violenze di Boko Haram

Famiglie nigeriane in fuga da Boko Haram
Solo negli ultimi 5 mesi oltre 500mila i piccoli costretti a fuggire da Boko Haram. In tutto sono oltre 1,4 milioni i bambini costretti a fuggire dal nord-est della Nigeria a causa degli attacchi del gruppo armato di Boko Haram.

E negli ultimi 5 mesi sono stati oltre 500mila i piccoli che hanno dovuto lasciare le proprie case per fuggire. Sono questi alcuni dati allarmanti diffusi dall'Unicef. Sono 1,2 milioni i bambini oltre la metà dei quali sotto i 5 anni che sono scappati dal nord della Nigeria, mentre altri 265.000 bambini hanno cercato asilo in Camerun, Ciad e Niger.

"Ognuno di questi bambini che fugge per salvare la propria vita è un’infanzia spezzata" ha spiegato Manuel Fontaine, Direttore Regionale dell’Unicef per l’Africa Centrale e Occidentale "È veramente preoccupante vedere che i bambini e le donne continuano ad essere uccisi, rapiti e usati per trasportare bombe"

Ampliate le operazioni salvavita dell'Unicef. Fin dall'inizio dell’anno, vista la situazione di forte emergenza, l'Unicef in collaborazione con i governi e i partner nei quattro paesi colpiti, ha ampliato le operazioni salvavita per aiutare sia i piccoli che le loro famiglie.

Infatti sono stati oltre 315.000 i bambini vaccinati contro il morbillo; più di 200.000 le persone che hanno ricevuto accesso ad acqua pulita; 65.000 i bambini sfollati e rifugiati che hanno potuto continuare ad studiare grazie alla distribuzione di materiali scolastici; 72.000 i bambini sfollati che hanno ricevuto supporto psicologico; 65.000 i piccoli sotto i 5 anni che sono stati curati per malnutrizione acuta grave.

L'offensiva militare congiunta di Nigeria, Ciad, Niger e Camerun contro Boko Haram ha permesso di riprendere la maggior parte del territorio che era sotto il controllo degli estremisti, ma, anche se frammentato e diviso, il movimento continua ad attaccare i villaggi per assicurarsi la sua sussistenza compiendo saccheggi e sta moltiplicando gli attacchi contro luoghi di culto, mercati e fermate degli autobus.

Gli atti di guerriglia, il cui numero ha raggiunto il suo picco tra maggio e luglio, sono tuttavia meno frequenti da agosto a causa della stagione delle piogge.

Ognuno di questi bambini che fugge per salvare la propria vita è un'infanzia spezzata. "Con un incremento del numero di rifugiati e con risorse non sufficienti, la possibilità di distribuire aiuti sul campo è seriamente compromessa. Senza ulteriori aiuti, centinaia di migliaia di bambini che hanno bisogno non avranno accesso a cure mediche di base, acqua pulita e istruzione"

L'enorme afflusso di rifugiati e la mancanza di risorse compromettono seriamente la capacità di fornire un aiuto vitale sul terreno. In Nigeria Boko Haram ha causato più di 2,1 milioni di sfollati in soli 6 anni.
(UNICEF)
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"Non è un viaggio, è una fuga. Bambini in pericolo"



domenica 20 settembre 2015

Malaria in forte calo, ma è ancora l'Africa a preoccupare

Il tasso di mortalità per la malaria è crollato del 60% dal 2000, il che equivale a 6,2 milioni di vite salvate, la maggior parte dei quali bambini

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Lo afferma il rapporto congiunto di OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e Unicef, "Achieving the Malaria Millennium Development Goal Target", secondo il quale lo specifico obiettivo di Sviluppo del Millennio entro il 2015 è stato raggiunto "in modo convincente", con nuovi casi di malaria diminuiti del 37% in 15 anni.

Ciò non toglie però che la malaria rimanga un grave problema di salute pubblica in molte regioni. Nel solo 2015, infatti, ci sono stati circa 214 milioni di nuovi casi di malaria e circa 438.000 persone sono morte per questa malattia prevenibile e facilmente curabile.

Circa 3,2 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, sono a rischio di malaria. Secondo il rapporto OMS-Unicef, in 15 Paesi, soprattutto dell'Africa Sub-Sahariana, si registrano l'80% dei casi di malaria e il 78% dei decessi a livello globale nel 2015.

Che cos'è la malaria. La forma infettante della malaria è provocata dalla puntura delle zanzare femmine appartenenti al genere Anopheles. Con una piccola puntura può passare facilmente dall'insetto all'uomo scatenando la malattia. Gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità parlano di circa 500 mila morti ogni anno, l’80% dei quali sono bambini sotto i 5 anni.

Come si previene. Il controllo e la prevenzione delle infezioni viene effettuato mediante la classica profilassi antimalarica e con alcune strategie collaterali, come la bonifica dei terreni più a rischio per esempio quelli nei pressi di paludi e di ristagni d'acqua, ma soprattutto con la diffusione delle zanzariere trattate.

I bambini sotto i 5 anni rappresentano più di due terzi di tutti i decessi connessi con la malaria. Tra il 2000 e il 2015, il tasso di mortalità sotto i 5 anni per malaria è diminuito del 65% con una stima di circa 5,9 milioni di bambini salvati.

"Il controllo a livello mondiale della malaria è una delle grandi storie di successo della sanità pubblica degli ultimi 15 anni", ha detto Margaret Chan, direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, "È un segnale che le nostre strategie hanno raggiunto l'obiettivo e che siamo in grado di battere questo antico killer, che rivendica ancora centinaia di migliaia di vite, soprattutto bambini, ogni anno"

Un numero crescente di nazioni è sul punto di eliminare la malaria. Nel 2014, 13 Paesi non hanno riportato alcun caso di malattia e 6 Paesi meno di 10 casi. Le diminuzioni più veloci sono avvenute nel Caucaso e in Asia centrale, che nel 2014 non ha registrato nessun caso, e in Asia orientale.

Tra il 2000 e il 2015, la percentuale di bambini con meno di cinque anni che ha dormito sotto una zanzariera trattata con insetticida in Africa Sub-Sahariana è passata da meno del 2% al 68%. Un bambino su 4 nell'Africa Sub-Sahariana vive ancora in un nucleo familiare senza zanzariere trattate con insetticida e senza nessuna altra protezione.

"La malaria uccide per la maggior parte bambini, soprattutto quelli che vivono nelle aree più povere e remote. Il modo migliore per celebrare il progresso a livello mondiale nella lotta contro la malaria è di impegnarci a raggiungere e curare questi bambini", ha detto il direttore generale dell'UNICEF, Anthony Lake, "Sappiamo come prevenire e curare la malaria. Dal momento che siamo in grado di farlo, dobbiamo farlo"
(Achieving the Malaria Millennium Development Goal Target)


Il VACCINO. L’EMA, l’Agenzia Europea del Farmaco, ha approvato (luglio 2015) la commercializzazione del primo vaccino al mondo diretto contro la malaria. Una notizia, nell'aria da tempo, che arriva qualche mese dopo la pubblicazione su The Lancet dei risultati che ne attestano l’efficacia.

Il vaccino per ora verrà somministrato solo nei bambini che vivono nelle zone a rischio e dovrà essere affiancato alle classiche misure per evitare le punture di zanzara.

Il vaccino è risultato efficace nel prevenire la malaria nel 47% dei casi, in particolare nei piccoli tra le 6 settimane e 17 mesi. Un buon risultato che ha fatto di RTS,S il primo vaccino ad essere approvato nella prevenzione della malaria. Secondo gli esperti il suo utilizzo, unito alle altre strategie per contrastare la malattia, contribuirà ad una decisa diminuzione dei casi di contagio e morte.
Malaria in Africa
a sinistra la situazione nel 2000, a destra la situazione attuale


In Camerun più di trecentomila rifugiati provenienti dalla Nigeria e dalla Repubblica Centrafricana

Secondo i dati del Comitato Internazionale incaricato dall'ONU di gestire le situazioni d’emergenza, un solo Paese africano, il Camerun, accoglie più di 300.000 rifugiati provenienti da Nigeria e Repubblica Centrafricana.

I centrafricani costituiscono la maggioranza dei rifugiati, più di 251.000, accolti nelle regioni dell’est e del nord del Camerun, mentre i nigeriani, in fuga dalla violenze di Boko Haram, sono circa 51.000. A questi vanno aggiunti più di 100.000 sfollati interni provenienti dalle regioni al confine con la Nigeria, e anch'essi in fuga dalle violenze dell'integralismo islamico.

Sono così 400.000 le persone, tra rifugiati stranieri e sfollati interni, che necessitano di accoglienza e di sostentamento da parte delle autorità locali e delle organizzazioni internazionali. Purtroppo, secondo le ONG internazionali che vi operano, le condizioni nei campi d’accoglienza non sono delle migliori.

venerdì 18 settembre 2015

Per non dimenticare Sabra e Chatila. La Storia

La Storia. Il 6 Giugno 1982 Israele invade per la seconda volta, il Libano, cacciando i Siriani dalla Valle della Bekaa, in risposta all'uccisione dell'Ambasciatore israeliano a Londra. L’invasione del 1982 è quella più architettata e strutturata contro l'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). In un paese devastato dalla guerra civile del 1975 e privo di autorità statale, dove anzi è proprio l'OLP la forza più organizzata.

L’invasione fu accompagnata da devastanti bombardamenti nelle città di Tiro, Sidone, Damour. Era iniziata l’operazione "Pace in Galilea" decisa dal Primo Ministro Israeliano Begin ed il Ministro della difesa Ariel Sharon.

L'intenzione iniziale era quella di penetrare 45 Km. dentro il territorio libanese per difendere la sicurezza israeliana (fascia di sicurezza), distruggendo le basi dell'OLP nel Sud del Libano, da dove però l’organizzazione di Arafat non aveva lanciato nessun attacco da oltre un anno.

Un esercito di 60.000 soldati, affiancato da mezzi corazzati e supportato dalla marina e dall'aviazione israeliana, si lancia alla conquista del Libano. Il 7 giugno, aerei israeliani e mezzi blindati bombardano il campo profughi di Burj El Chemali e colpiscono il centro di Al-Houleh Club, dove avevano cercato riparo donne, bambini e vecchi. 97 sono le vittime delle bombe al fosforo. Solo tre persone si salvano (massacro all’Al-Houleh Club di Burj El Chemali).

La rocca del Castello di Beaufort, Qalat Shafiq, a sud del fiume Litani, che i palestinesi dell’OLP avevano conquistato nel 1976, viene occupata dall'esercito israeliano che vi manterrà un presidio fino alla sua ritirata definitiva dal Libano del 2000.

Il numero complessivo delle vittime civili dovute all’invasione israeliana è enorme, circa 20.000 morti, 32.000 feriti gravi, 2.206 invalidi e 500.000 senza tetto.

Le Nazioni Unite tentarono vari richiami, tutti rimasti inascoltati ed il 13 giugno cominciò l’assedio di Beirut che durò 88 giorni, durante i quali la capitale fu bombardata quasi di continuo con bombe a grappolo, granate al fosforo ed altri tipi di bombe.

Raggiunta Beirut, Sharon si reca al Palazzo Presidenziale Libanese sulla collina di Baabda, da dove può osservare la città assediata da tutti i lati dalle milizie dei falangisti e dalle truppe israeliane. Al termine dei bombardamenti rimasero macerie ovunque ed il numero delle vittime fu spaventoso.

Il 29 luglio, l'OLP accetta il piano del Comitato ristretto della Lega Araba che prevede l’evacuazione dei combattenti palestinesi da Beirut ed i loro trasferimenti a Tunisi. Il 19 agosto, viene accettata dai rappresentanti di USA, Francia, Italia e Israele la proposta libanese sull'intervento di una "Forza Multinazionale".

Il mandato ha la durata di un mese, dal 21 agosto al 21 settembre 1982. Prevede la presenza di 800 soldati americani, 800 francesi e 400 italiani. Lo scopo del piano è quello di garantire l’ordine durante il ritiro delle forze dell’OLP da Beirut. Il cessate il fuoco fu raggiunto il 21 agosto attraverso un mediatore Usa.

Il 23 agosto il Parlamento libanese, riunito nel settore est controllato dai falangisti e circondato dai tank israeliani, elegge il leader dei falangisti Bashir Gemayel a Presidente della Repubblica. Israele ha così realizzato il suo obiettivo, ha al potere l’uomo che per anni ha armato e sostenuto e che vuole portare a termine non solo il disarmo di tutti i palestinesi, ma anche la cancellazione della loro presenza nel Paese dei Cedri.

Il 30 agosto l'OLP lascia Beirut. Tra la fine di agosto ed i primi di settembre 15.000 combattenti palestinesi e tutta la dirigenza politica dell’OLP sono costretti ad abbandonare i campi, sotto la protezione dell’ONU. I fedayn parlavano alla radio spiegando come doveva venire l’esodo, lasciando così un esilio per un altro esilio.

Arafat, comunque era ossessionato dalla sorte dei palestinesi che ancora erano in Libano, nonostante la presenza dei soldati americani, francesi ed italiani che dovevano essere una garanzia, una protezione. Nel settore ovest di Beirut ci sono ancora le milizie armate "Morabitun" dei nasseriani, quelle degli sciiti del movimento di Amal, dei comunisti e dei drusi del partito social-progressista di Walid Jumblatt, che sono in possesso anche di armi pesanti.

Bashir Gemayel per imporre la sua autorità anche su Beirut ovest deve appoggiarsi all’azione repressiva delle truppe israeliane.

La forza multinazionale era ormai solo d’intralcio ed infatti fu fatta ripartire quasi subito dopo, nonostante la richiesta di alti esponenti di governo di continuare a presidiare Beirut. Il 9 settembre partono i marines, l’11 i bersaglieri italiani ed il 13 salpano i francesi, lasciando così campo libero all'esercito israeliano ed ai falangisti libanesi.

Il 12 settembre le truppe libanesi cominciano ad ammassare, a Shweifat, camion per il trasporto dei soldati e bulldozer per demolire i campi sottostanti di Sabra e Chatila.

Il 14 settembre una carica di tritolo, posta fuori dal quartiere generale della Falange, uccide Gemayel e 21 dei suoi sostenitori. Le responsabilità dell’attentato non sono mai state accertate, ma molti sospettano che gli israeliani, dal momento che il presidente non si era dimostrato troppo disponibile, non siano del tutto estranei. Habib Shartuni del Partito social-nazionalista siriano, è l’uomo che fece esplodere la bomba. Il suo gesto è stato giustificato dalla vendetta per la morte del padre, assassinato dalle squadre di Gemayel.

Il giorno dopo l’attentato, il 15 settembre, le forze israeliane entrarono a Beirut Ovest, in piena violazione del negoziato promosso dagli Usa. Il comandante israeliano Eytan concorda con il nuovo capo delle Forze Libanesi l’operazione "Pulizia etnica" a Sabra e Chatila.

Prima dell’azione delle forze libanesi, i soldati israeliani appartenenti al corpo speciale "Sayyeret Maktal", setacciano i campi ed i quartieri di Beirut alla ricerca di 120 professionisti palestinesi, medici, avvocati, insegnanti, infermieri, che non sono partiti, credendosi al sicuro, in quanto non hanno partecipato ai combattimenti.

I militari israeliani sfondano le porte delle abitazioni, interrogano gli abitanti terrorizzati e, quando identificano la persona ricercata, questa viene fatta uscire ed abbattuta all'istante. In questo modo vengono assassinate 63 persone.

"Dal mio appartamento all'ottavo piano, con un binocolo, li ho visti arrivare in fila indiana, un’unica fila. Li precedeva la loro ferocia" (dal libro "Quattro ore a Shatila" di Jean Genet). L’avanzata dell’esercito israeliano fu lenta, metodica, spietata, condotta a colpi di cannone.

L’esercito non entrò subito nei campi, ma circondò gli ingressi di Sabra, dei campi di Shatila e Burj el Barajne ed il quartiere dell’ex sede dell’OLP, con uomini e carri armati. Alle 5 di sera di giovedì 16 settembre, i miliziani libanesi penetrano nei campi ed iniziano la mattanza.

Dopo la prima "eliminazione mirata" effettuata dal corpo speciale israeliano, sui camion militari dell’esercito israeliano vengono trasportati i miliziani della seconda ondata di assassini, composta dai libanesi dell’Esercito del Sud del Libano.

Solo dopo il ritorno di questa squadra, nei vicoli e tra le case di Sabra e Chatila, per completare il massacro, scendono in campo gli assassini di Elias Hobeika, responsabile dei servizi speciali libanesi. Saranno essi a compiere le maggiori atrocità.

Il massacro è quindi il risultato dell’alleanza tra Israele ed i Falangisti libanesi. Alleanza dimostrata dal fatto che, nella notte tra giovedì e venerdì, la BBC diede la notizia che la TV israeliana aveva diffuso la voce che truppe falangiste avrebbero compiuto "epurazioni" nei campi palestinesi.

Il quotidiano di Tel Aviv "Haaretz" scriveva che il ministro della Difesa Sharon aveva informato il Governo della sua decisione di autorizzare l’ingresso delle Falangi libanesi nei due campi. L'esercito israeliano fornì ai suoi alleati tutto il supporto necessario, dai bulldozer, alle mappe, ai fari degli elicotteri che illuminavano a giorno i campi.

La caccia cominciò quindi nella notte tra il 16 ed il 17 settembre. Palestinesi, siriani, libanesi subirono lo stesso destino. Cumuli di carte d’identità libanesi accanto alle vittime fanno capire l’inutile tentativo di riuscire a sfuggire alla morte. I soldati all'interno dei campi iniziarono subito le esecuzioni di massa ed ebbero 36 ore di tempo per trucidare bambini, donne ed anziani.

All'inizio il massacro compiuto dai miliziani libanesi avviene nel silenzio, usando coltelli, accette, pugnali. Sventrando, sgozzando, decapitando, violentando i corpi vivi delle vittime.

Paralizzata dalla paura la gente dei campi resta chiusa in casa, nascondendosi. Dopo i primi spari, il massacro prosegue ancora più feroce. Nelle vie del campo, distrutto dagli esplosivi, si accumulano i corpi dei bambini sgozzati o impalati, aggrovigliati ai ventri delle madri. Teste e gambe e braccia tagliate con l’accetta, cadaveri fatti a pezzi. Corpi di donne impudicamente discinte per le ripetute violenze e poi decapitate.

Uomini abbattuti e poi castrati. File di uomini fucilati. Cumuli di cadaveri ammassati in discariche o in fosse comuni. Camion carichi di cadaveri e camion di uomini in procinto di divenire cadaveri. Il rastrellamento avviene casa per casa perché nessuno possa sfuggire. Il tutto sotto l’occhio vigile dei soldati e ufficiali israeliani che dall'alto della terrazza dell’ambasciata del Kuwait seguono, con i binocoli, le violenze disumane che non ebrei stanno compiendo su altri non ebrei. Dal Gaza Hospital vengono fatti evacuare i medici ed il personale straniero.

Venerdì 17 settembre la notizia del massacro comincia a circolare e sconvolge il mondo intero. Giunge la condanna internazionale. Le Forze Libanesi ora hanno fretta, devono finire il lavoro commissionato dai vertici israeliani, per cui sparano su tutto ciò che si muove. Altri reparti rastrellano i quartieri di Sabra e di Fakhani, ammassando centinaia di prigionieri. Molti di questi ostaggi sono spariti nel nulla, solo più tardi vengono trovati nelle fosse comuni.

All'alba di sabato 18 settembre i miliziani falangisti si ritirano, lasciando dietro di sé un numero imprecisato di morti. Quando i giornalisti stranieri e la Croce Rossa entrarono nei campi il giorno dopo, provarono solo orrore. Sembrava di vivere in un incubo, donne che urlavano sui corpi dei loro cari, che vagavano tra i vicoli, bambini che piangevano in mezzo ai corpi mutilati, corpi che cominciavano a gonfiarsi sotto il sole. Molti di loro piansero, altri, semplicemente vomitarono.

Il numero totale delle vittime assassinate e di quelle scomparse nel nulla è di circa tremila. Secondo i testimoni il massacro è stato compiuto da 1.500 uomini che parlavano il dialetto di Beirut ed indossavano le uniformi delle Forze Libanesi.

Il 19 settembre parlando alla radio per il capodanno ebraico, Ariel Sharon dichiarò che i suoi uomini sarebbero restati a lungo a Beirut, almeno fino a quando l’esercito libanese sarebbe stato in grado di prendere il controllo, prima però, dovevano bonificare le aree in cui si trovavano i palestinesi.

Le testate giornalistiche internazionali trattarono l’argomento solo per pochi giorni. In breve tempo, i mezzi di comunicazione si impegnarono per riciclare l’immagine disonorata d’Israele, trasformandola in quella "pietosa" della vittima ingiustamente infangata.


Immagini dal Web

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 25 settembre condanna i massacri israeliani definendoli un atto di "genocidio", ma gli USA votano contro salvando così Israele dalle sue responsabilità di fronte al mondo. Il parlamento israeliano il 22 settembre decise di non formare una commissione ufficiale d’inchiesta, tuttavia, sotto la pressione dell'opinione pubblica, costrinse alle dimissioni il ministro della difesa Ariel Sharon, additato da tutti i media internazionali come principale responsabile del massacro.

Il contingente multinazionale di pace il 26 settembre tornò a Beirut, nuovamente sollecitato ad intervenire per svolgere la funzione di interposizione. Ancora oggi nessuno ha mai pagato per questo crimine.

Sandro Pertini in visita a Beirut, 1983
Il 31 dicembre 1983, il Presidente Pertini dopo essere stato sui luoghi del massacro, rilasciò questa dichiarazione, "Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. È una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell'orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. È un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando dalla società".

Se è doveroso ricordare le vittime ebree dei nazisti, è altrettanto doveroso ricordare anche i massacri compiuti dagli Israeliani negli ultimi decenni nei confronti dei Palestinesi