lunedì 31 agosto 2015

Ennesima strage di Boko Haram nel nord-est della Nigeria

Gli estremisti islamici hanno ucciso 68 abitanti di un'area remota nello Stato di Borno

Gli estremisti islamici di Boko Haram hanno ucciso indiscriminatamente 68 abitanti di un villaggio in un'area remota del Borno State, nel nord-est della Nigeria. Lo ha riferito il governatore dello Stato Kashim Shettima senza precisare i dettagli, durante un incontro con i genitori delle 234 ragazze rapite da una scuola di Chibok lo scorso anno.

Gli abitanti superstiti del villaggio di Baanu hanno detto di essere stati attaccati venerdì scorso. All'arrivo dei miliziani sono fuggiti nei boschi circostanti dove hanno passato la notte. Quando al mattino sono rientrati nel villaggio hanno trovato i corpi nelle strade. Tra i morti anche molte donne e bambini.
(ANSA)


mercoledì 26 agosto 2015

Sempre più grave la crisi umanitaria nel nord-est della Nigeria

Profughi nigeriani a Minawao in Camerun
I violenti attacchi delle milizie islamiste di Boko Haram stanno causando una crisi umanitaria sempre più grave nell'area del Lago Ciad, nel nod-est della Nigeria, dove il flusso di persone sfollate è continuo e su ampia scala. Lo dichiara MSF (Medidici Senza Frontiere), che ha équipe mediche in azione in Camerun, Ciad, Nigeria e Niger.

L’insicurezza resta l’ostacolo principale alla possibilità di offrire assistenza medica e la stagione delle piogge sta aumentando le sfide logistiche. Tra i pazienti trattati da MSF ci sono molti bambini e sono stati riportati diversi casi di abusi sessuali su donne e bambine.

Le persone sfollate hanno cercato protezione e servizi di prima necessità presso le comunità locali, che già a loro volta avevano poche risorse. Secondo le Nazioni Unite, nella sola Nigeria nord-orientale si contano circa 1,4 milioni di sfollati interni, più di due milioni in tutta la Nigeria, mentre circa 170.000 persone sono fuggite nei paesi vicini, Camerun (56.000), Ciad (14.000) e Niger (100.000).

Quest’anno sono morte finora almeno 4.000 persone a causa degli attacchi di Boko HaramAll'inizio dell'anno in un solo attacco nella città di Baga ci furono circa duemila morti.

"Donne e bambini sono particolarmente vulnerabili in questa situazione e i bisogni medici sono molti" ha detto Federica Alberti, Capo missione di MSF in Ciad "Abbiamo conosciuto donne incinte che hanno camminato per chilometri in un caldo torrido per cercare assistenza medica. Le persone vivono senza ripari adeguati e non hanno accesso a cibo e acqua pulita. Con queste difficili condizioni di vita e la stagione delle piogge, stiamo già trattando casi di diarrea, malaria e infezioni respiratorie e riceviamo molti bambini malnutriti"

Profughi nigeriani attorno al "Lago Ciad"
In Nigeria, l’epicentro del conflitto resta il Borno State, dove si registrano attacchi regolari e indiscriminati che colpiscono in modo particolare i civili. "Boko Haram ha attaccato il nostro villaggio di notte, intorno alle dieci. Uomini armati sono entrati nelle case e le hanno bruciate. Molte persone sono state uccise. Mia sorella è stata rapita e non ho notizie di lei da allora. Siamo fuggiti nella foresta e abbiamo camminato per 24 ore prima di trovare una strada per raggiungere Maiduguri" (Testimonianza di una profuga di 45 anni).

Oggi nella capitale del Borno State, Maiduguri, vivono centinaia di migliaia di persone sfollate, supportate dalle comunità locali o affollate in campi intorno alla città. MSF ha aperto tre centri per offrire assistenza medica di base e gestisce un ospedale con 72 posti letto, che include una maternità con 12 posti e 60 letti per assistenza pediatrica, nutrizione e cure intensive. MSF effettua anche aiuti regolari agli ospedali locali per affrontare i grossi afflussi di pazienti che seguono i bombardamenti.

In Camerun continuano le incursioni e gli attacchi di Boko Haram lungo le frontiere con la Nigeria e ogni giorno arrivano rifugiati in un campo nella regione dell’Estremo Nord. Oggi circa 45.000 rifugiati vivono nel campo di Minawao, dove MSF fornisce il 55% dell’acqua e offre più di 2.300 consultazioni mediche al mese.

"Vediamo un numero sempre maggiore di ricoveri nel nostro programma per il trattamento della malnutrizione" spiega Hassan Maiyaki, capo missione di MSF in Camerun "Stiamo rinforzando il supporto che diamo al centro di terapia nutrizionale intensiva nel Mokolo District Hospital, dove offriamo cure pediatriche e nutrizionali a rifugiati, sfollati e alla popolazione locale". Tra i profughi della regione si lotta seriamente contro la malnutrizione e la malaria.

In Ciad l’insicurezza nella regione del lago è decisamente aumentata nel mese di luglio. Si stima che nelle ultime due settimane circa 40.000 persone abbiano dovuto lasciare le proprie case e ora vivono in siti improvvisati nei distretti di Baga Sola e Bol. "L’altro giorno ho sentito degli spari nel villaggio vicino e sono scappato con mia moglie e i miei 8 bambini. A molti di noi hanno bruciato la casa e sono fortunato che nessuno che conosco sia stato ucciso. Ma abbiamo cibo sufficiente per un giorno soltanto".

Nel Niger sudorientale, la già fragile situazione umanitaria è stata aggravata dal peggioramento del conflitto e dalle conseguenti ondate di persone in fuga dalla violenza. Le condizioni di vita di questa popolazione sfollata e rifugiata, che ha scarso accesso all'assistenza medica, all'acqua pulita e ai servizi igienico-sanitari, sono critiche. Oltre a questo, la stagione delle piogge sta causando un aumento delle malattie trasmesse dall'acqua come la malaria e la diarrea che, unite alla malnutrizione, sono particolarmente pericolose per i bambini piccoli.

MSF supporta il principale centro di cure materne e pediatriche nella città di Diffa, sei centri in diversi distretti e lavora nei campi sfollati nell'area attraverso cliniche mobili, attività di igienizzazione e potabilizzazione dell’acqua e la distribuzione di 25.000 reti anti-zanzare. Non lontano da Diffa, le équipe di MSF stanno assistendo circa 28.000 rifugiati arrivati dalla Nigeria.

Le strutture sanitarie locali sono sovraffollate e l’accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari sono decisamente insufficienti.



martedì 25 agosto 2015

Ebola, guarita l'ultima paziente della Sierra Leone

L’OMS ha ufficialmente comunicato che la 35enne infetta dall'Ebola è guarita ed ha sconfitto il virus. Era l'ultima paziente della Sierra Leone ad aver contratto il virus.

Dimessa l’ultima paziente affetta da Ebola in Sierra Leone. Lo segnala l’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui Adama Sankoh, una donna di 35 anni, è uscita, il 24 agosto scorso, da un centro nel Distretto di Bombali dopo aver vinto la sua battaglia contro il virus.

Secondo il Centro Nazionale di risposta a Ebola, nel Paese non si segnalano nuovi casi da oltre due settimane. Un piccolo numero di nuovi infetti è stato individuato nella vicina Guinea, mentre la Liberia era stata dichiarata "Ebola Free" nel maggio scorso.

La speranza è che questo in Sierra Leone sia "l’inizio della fine di un'epidemia devastante che è stata combattuta così a lungo". Il Paese ha ancora 28 persone in quarantena, che continueranno a essere monitorate fino alla fine della settimana.

L’epidemia non sarà dichiarata finita fino a 42 giorni dopo la dimissione dell’ultimo paziente.

L’epidemia di Ebola è (quasi) terminata. Gli effetti collaterali però rimangono. Mentre dalla Sierra Leone arriva la notizia che è guarito l’ultimo paziente di ebola, alcuni medici ed esperti che stanno lavorando alla ricerca di un vaccino contro il virus, segnalano che l’epidemia porterà con sé numerosi effetti collaterali.

Circa il 25% dei sopravvissuti ha riportato infatti problemi alla vista con infiammazioni gravi degli occhi che potrebbero portare alla cecità. Altri pazienti hanno denunciato forti dolori fisici e molta fatica nel compiere i normali gesti quotidiani. Quasi tutti i guariti sono poi molto provati dal punto di vista psicologico.

"Questi problemi sono molto gravi e possono impedire alla gente di lavorare e provvedere alle loro famiglie". I medici e i ricercatori vogliono determinare le cause di questi effetti collaterali per evitare pesanti ricadute sulle economie e sulle società dell’Africa occidentale.

Per questo motivo circa 7.500 persone, tra cui 1.500 sopravvissuti e seimila loro amici e famigliari, saranno seguiti per cinque anni da esperti. L’epidemia di ebola che ha colpito l’Africa a partire dal febbraio 2014 ha causato 11.300 vittime quasi tutte tra Guinea, Liberia e Sierra Leone.



sabato 22 agosto 2015

Italia, nozze combinate con islamici. Indaga l'antiterrorismo

La fuga dall'Africa coperta dal velo di un abito bianco, dietro cui si nascondono italiane e italiani reclutati nelle mense sociali, o tra gli occupanti abusivi di appartamenti. Sono i poveri italiani a tendere una mano ai migranti islamici per qualche migliaio di euro.

È il tour dei matrimoni combinati, pianificati con viaggi nei Paesi di origine, che attraverso le organizzazioni criminali è diventato il lasciapassare più rapido per la cittadinanza italiana. Ma sull'altare delle nozze di comodo ora cala l'ombra delle infiltrazioni terroristiche, dopo i sospetti per un aumento delle offerte in denaro da parte di alcuni stranieri subito dopo gli attentati in Tunisia ed Egitto.

La vicenda sulla quale indaga la divisione antiterrorismo della Questura di Roma. L’Africa o il Medio Oriente chiedono la mano dei disgraziati, Roma risponde. Nella capitale, i luoghi delle reclute dei promessi sposi pronti ad unirsi ai migranti sono la stazione Termini, le case occupate e le mense sociali per poveri e senzatetto.

Una volta trovato un lui o una lei, a cui vengono in genere offerti non più di tre o quattromila euro, vengono organizzati i viaggi. Direzione Il Cairo, in Egitto. "Ne abbiamo organizzati recentemente almeno una decina", spiega A., un quarantenne italiano coinvolto nel traffico, che oltre a girare si occupa della parte burocratica sbrigando le pratiche e procurando i documenti da portare all'ufficio anagrafe.

"Dal Cairo, attraverso l’ambasciata italiana arrivano la richiesta di matrimonio e una volta ottenuti i documenti necessari si parte per l’Egitto". Pratiche conformi alle regole, ma solo la facciata pulita di un business che nasconde l’inganno dietro l’altare.

Alla futura sposa italiana viene fornito un biglietto aereo per l’Egitto, dove vengono celebrate le nozze, spesso prima con rito religioso copto o cattolico, poi avviene la registrazione del matrimonio nel Paese di origine e in Italia.

"È chiaro che attraverso le nostre conoscenze riusciamo ad avere delle facilitazioni in Egitto ma nell'arco di un paio di settimane l’uomo o la donna italiana appena sposata viene liquidata del suo compenso e può tornare a casa". Dopo la registrazione dell’atto anche in Italia, a distanza di qualche mese arriva la richiesta del permesso di soggiorno per motivi familiari e, con una prospettiva temporale molto più lunga, la richiesta di cittadinanza. Anche se per la maggior parte degli sposi extracomunitari l’Italia rappresenta solo una via di accesso ad altri Paesi europei.

L’intero affare è di novemila euro. Ma recentemente, due giorni dopo l’attentato al Cairo dello scorso 11 luglio, sono arrivate due richieste urgenti con offerte di pagamento raddoppiate, in particolare quelle di un siriano, che ha concluso la trattativa mentre era in attesa nel deserto. Per questo, sul business illegale stanno cercando di far luce anche l’Antiterrorismo italiana. Indagini per scongiurare che, dietro qualche migliaio di euro, un italiano possa dare le chiavi dell'Europa ad un terrorista, pronunciando il fatidico “sì”.

La testimonianza: "Sono al terzo matrimonio, mi pagano per farlo". A 33 anni è pronta al suo terzo matrimonio, ma promette che se non gli anticipano i primi mille euro non partirà per il Cairo. A parlare all'ANSA è Sara (nome di fantasia), che abita in un edificio occupato a Roma, in un quartiere popolare della Capitale, dove in 30 metri quadri c’è tutta la sua vita sottosopra.

Dovrà sposare uno straniero, le hanno detto che è un mediorientale. Non ha ancora visto il suo volto e lo conoscerà solo in Egitto, quando dovrà sposarlo, ma le hanno promesso novemila euro per andare lì e diventare sua moglie per un po’ di tempo. È tutto già organizzato, si tratta di sposare un extracomunitario sconosciuto, affinché ottenga in futuro il rilascio del permesso di soggiorno, ed intrattenersi per qualche settimana al Cairo fino a quando non saranno registrate tutte le pratiche per il matrimonio.

Nel frattempo meglio non vedere o contattare nessuno. "Non mi preoccupo di nulla, è già successo in passato. Quei soldi mi servono, me ne hanno promessi tanti, ma in verità andrebbero bene anche molto meno", spiega prendendo in braccio la sua bambina di due anni. "Non lavoro e non mi sento una delinquente, questa è una cosa sicura. Non è un reato e se vengo pagata non vedo cosa ci sia di male. La prima volta ho persino sposato un transessuale brasiliano qui a Roma, così ora è nella capitale. Poi abbiamo aspettato che passasse un po' di tempo e abbiamo divorziato".

Al suo secondo matrimonio, con un africano, invece Sara non ha preso soldi: "L’ho fatto per mia figlia e anche se non amavo più il padre della bambina, gli ho dato la possibilità di restare a Roma. Tanto sapevo già come funziona".

Ora aspetta un biglietto per le nuove nozze al Cairo, mille euro in contanti come anticipo e la rassicurazione dal suo "broker", un italiano che a sua volta si è sposato in Iran, attraverso lo stesso sistema, con una donna eritrea. Lui sapeva che "lei è la persona giusta per questo tipo di cose".

"Quando tornerò comprerò un po' di cose per mia figlia. Le nozze sono una cosa, l’amore un’altra. Per me non conta nessuna delle due, tanto meno degli immigrati. Mi interessa solo tirare avanti"
(ANSA)

Prudence e le altre che non possono tornare in Nigeria

In Nigeria, soprattutto nel nord-est della Nigeria gli attentati di matrice islamica sono quasi quotidiani, centinaia le bambine usate come bombe umane, migliaia i morti (4.000 solo nel 2015, quasi 20.000 in sei anni). E poi rapimenti, attacchi e distruzione di interi villaggi, massacri indiscriminati. Questo è quello che sta provocando Boko-Haram, islamici integralisti affiliati all'ISIS in Nigeria.

Da tutto questo è fuggita anche Prudence, lei stessa vittima di Boko Haram nell'attentato che colpì Abuja, la capitale della Nigeria nell'aprile dello scorso anno. Un attentato che provocò 80 morti e 200 feriti in una stazione di autobus. Prudence rimase in ospedale per due mesi, ma ancora oggi sul suo corpo ci sono i segni del fuoco della bomba che la colpì quel giorno.

Quotidiani orrori che la civile e cristiana Europa sembra ignorare, ma Prudence è fuggita da tutto questo, e per fuggire da tutto questo ha subito ogni sorta di violenze nelle prigioni libiche.

Prudence
Prudence ha lo sguardo dritto mentre piange disperata. Mostra le cicatrici che il fuoco ha lasciato sul suo corpo e ripete "questa sono io". Non è facile vedere una donna nigeriana piangere in pubblico, e i lo so, eppure Prudence si mostra anche alle telecamere.

Lo fa per lanciare un grido disperato di aiuto, la violenza di Boko Haram le rimarrà impressa per sempre. Il dolore provocato dall’esplosione che ha ucciso ottanta persone e ha ferito lei assieme ad altri 200, l’ha accompagnata in questi otto mesi di fuga senza cure adeguate che l’hanno portata fino in Italia. Ma il suo pianto, il suo grido disperato non serve a mitigare quella sofferenza, serve piuttosto a dire: "guardatemi perché esisto, questa sono io".

Prudence è rinchiusa nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria, nei pressi di Roma, con un decreto di espulsione che pende sulla sua testa. È rinchiusa nel CIE assieme ad altre 64 ragazze nigeriane, sfuggite alla violenza ottusa degli integralisti islamici di Boko Haram, agli stupri e all'inferno della Libia, sopravvissute alla traversata del Mediterraneo e ora chiuse nel CIE con un decreto di espulsione.

Prudence è vittima di tratta, destinata (quasi certamente) alla prostituzione assieme alle altre. Al termine di un percorso infernale avrebbero trovato la strada, il marciapiede, ancora soprusi, violenze, sfruttamento e nessuno capace di vedere la loro esistenza. Invece sono chiuse nel CIE.

Rischiano di tornare indietro Prudence e le altre, rischiano di ripartire dal via in questo gioco ottuso messo in moto da leggi ottuse e dalla incapacità di guardare e di capire e di prendere decisioni giuste.

La storia di Prudence non l’avremmo mai conosciuta se non fosse stato per le associazioni che l’hanno scoperta e denunciata come "A Buon Diritto", "Bee Free", "Foundation for Africa", e alla campagna LasciateCIEntrare. Intorno a loro le antenne, i mezzi di comunicazione erano spenti come se fossero nei villaggi in cui Boko Haram cancella ogni possibilità di comunicare con il resto del mondo. E si perché l'integralismo islamico nigeriano distrugge tutto e prima di andarsene dai villaggi che brucia si accerta anche di distruggere tutte le antenne di telecomunicazioni, tutte le linee telefoniche, tutto ciò che permette ai superstiti di comunicare con il mondo esterno.

Una delle regole del giornalismo dice che le notizie sono più rilevanti se avvengono vicino a noi, se ci coinvolgono, ma forse è una regola che andrebbe rivista dal momento che le vittime di quelle violenze lontane vengono da noi a mostrarcene gli effetti e ci chiedono aiuto, ci chiedono di guardarle e di ascoltarle, ci chiedono di agire.

La strage che ha ferito Prudence (Abuja, aprile 2014) ha fatto 80 morti e 200 feriti feriti, una esplosione alla stazione degli autobus. Quasi lo stesso bilancio tragico, la stessa dinamica della strage di Bologna del 1980. Voi europei, voi italiani, non siete poi così distanti, dovreste capire il dolore di chi quel dolore lo ha attraversato.


"Due mesi in Libia sono come cento anni all'inferno". Sopravvissuta a Boko Haram e torturata in Libia. La nigeriana Prudence ne ha vissuto più di uno di inferno.

È sopravvissuta alla furia di Boko Haram, in Libia è stata imprigionata e picchiata. Ora è rinchiusa nel CIE di Ponte Galeria (Roma) con un provvedimento di espulsione. Questa è la storia di Prudence.

Assieme a lei ci sono altre 64 ragazze sue connazionali, alcune fuggite dagli orrori di Boko Haram, altre certamente vittime della "mafia nigeriana", destinate al racket della prostituzione in Italia, tutte non possono più tornare indietro.

Noi diciamo NO alla loro "espulsione", queste ragazze hanno bisogno del riconoscimento dello status di "rifugiato" e di "protezione sociale" e non di essere espulse
Firma la Petizione
#FreeOurGirls .. Liberiamo Prudence e le altre Nigeriane

Articolo curato da

venerdì 21 agosto 2015

Sud Sudan, nel paese più giovane del mondo si muore di fame

In Sud Sudan la siccità ha portato un raccolto scarso e la guerra civile impedisce di coltivare i campi e distribuire gli aiuti alimentari. Proprio come è successo nel 1988, il paese è sull'orlo di una terribile carestia.

Le Nazioni Unite calcolano che 4,6 milioni di sudsudanesi, più di un terzo della popolazione totale, si trovano in condizioni di grave insicurezza alimentare e prevedono che la situazione peggiorerà nei mesi a venire, perché il prossimo raccolto non arriverà fino a ottobre o novembre. Fino ad allora non ci sarà nulla da mangiare.

Guarda il video-reportage del giornalista del New York Times Nicholas Kristof

Sud Sudan, guerre dimenticate e interessi occulti

Fumata nera sull'accordo di pace nel Sud Sudan. Il presidente Salva Kiir, riunito ad Addis Abeba con il capo dei ribelli Riek Machar, non ha firmato l’intesa a fronte della scadenza per lo scattare delle sanzioni internazionali fissata. Sulla carta da oggi i due leader sono sotto sanzioni. Le parti si rincontreranno a breve per un nuovo round di colloqui. Lo ha reso noto il mediatore della crisi Seyoum Mesfin, del gruppo regionle IGAD, l’autorità intergovernativa per losviluppo dei paesi del’Africa orientale che raggruppa sette membri, Uganda, Eritrea, Gibuti Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan.

Da quando è scoppiata la guerra civile in Sud Sudan, nel dicembre del 2013, la mediazione etiope non ha fatto un passo avanti, ha solo collezionato insuccessi, rotture e rinvii, come quello di questi giorni. Salva Kiir e Riek Machar si rivedranno probabilmente per aggiungere un altro fallimento a tutti gli altri.

Il problema è, certamente, che la mediazione è difficile: cosa concedere a due personaggi che avevano già il massimo, uno presidente e l’altro vice-presidente. Entrambi considereranno una sconfitta qualunque concessione che non dia loro di più di ciò che avevano. E un "di più" in questo caso non c’è. Il fatto è che i due non hanno contenuti, cioè linee diverse, concezioni differenti sullo sviluppo del proprio paese. La guerra in Sud Sudan è semplicemente una questione di potere. E Salva Kiir e Machar considerano che il potere o è assoluto o non è.

Ma l’altro problema di questa guerra dimenticata è che nella regione e non solo, le diverse potenze hanno tutte grossi interessi da difendere o da proteggere. Il Sud Sudan è una bolla di petrolio e di acqua incastrata in mezzo all'Africa. Petrolio e acqua interessano tutti ma bisogna trasportarle altrimenti sono ricchezze inutili.

Dunque bisogna trovare terminali, oleodotti, canali, acquedotti, dighe. Insomma immense opere che le grandi potenze (asiatiche, europee, arabe) vorrebbero offrire e che i paesi della regione vorrebbero ospitare. Così la mediazione etiope e quella dell'IGAD rischia di essere inquinata da questi interessi.

Questa guerra ha provocato solo sofferenze, profughi, morti, violenze, stupri e danni materiali enormi



Italia, morta nei campi per pochi euro l'ora. Cresce la piaga del caporalato

Paola è l'ennesima vittima di quella schiavitù socialmente accettata, chiamata "lavoro". Paola aveva 49 anni ed è morta nel modo più assurdo possibile, lavorando. Come si può nell'anno 2015, morire lavorando? Come possono accadere tragedie come questa in una società che pretende di definirsi "civile"? Come può accadere di morire mentre si tenta di guadagnarsi da vivere?

La Procura di Trani ha aperto un'indagine sulla morte di Paola Clemente, la bracciante di 43 anni, madre di tre figli, morta ad Andria il 13 luglio scorso mentre lavorava all'acinellatura dell'uva. Il PM ha disposto la riesumazione del corpo e ha fissato per il 21 agosto l'autopsia. La donna, che viveva con la famiglia a San Giorgio Jonico (Taranto), lavorava ogni giorno a circa 150 chilometri da casa per meno di 30 euro.

L'esposto-denuncia alla procura di Trani, competente per territorio, è stato depositato il 14 agosto scorso ai carabinieri di San Giorgio Jonico dal marito della donna, Stefano Arcuri, assistito da tre avvocati, Pasquale Chieco, Vito Miccolis e Giovanni Vinci. L'autopsia sarà compiuta dal medico legale dell'Università di Bari Alessandro Dell'Erba.

Un altro bracciante di 42 anni che stava lavorando nei vigneti nelle campagne di Andria è in coma da dieci giorni, dopo aver avvertito un malore. L'uomo risiede a San Giorgio Jonico, in provincia di Taranto, lo stesso paese dove viveva anche Paola Clemente.

Sono tre in Puglia quest'anno le morti sospette per un probabile carico eccessivo di lavoro, peraltro sottopagato, come denuncia Giuseppe De Leonardis segretario della Flai Cgil regionale.

Arcangelo, questo il nome del lavoratore in coma, era stato assunto tramite un'agenzia interinale, nello stesso modo in cui era stata assunta Paola. Anche lui si alzava prestissimo perché Andria è distante da San Giorgio Jonico. A gestire i trasporti sarebbero i cosiddetti caporali. Sette ore di lavoro pesante più il trasporto.

L'uomo sarebbe stato colpito da infarto, secondo quanto appreso dalla Cgil che ha avuto molte difficoltà a ricostruire la vicenda per la coltre di silenzio che, in genere, circonda questi casi. Ora si trova ricoverato all'ospedale San Carlo di Potenza.

"Al di là del singolo episodio da anni denunciamo uno sfruttamento che non riguarda solo gli immigrati ma anche italiani e molte donne. E magari si verificano in aziende finanziate da fondi pubblici. In Puglia abbiamo una legge regionale di eccellenza, quella che prevede gli indici di congruità, che però non esplica completamente la sua efficacia per la mancanza di controlli. Basta applicarla"

"Lo sfruttamento dei lavoratori agricoli non è un retaggio del passato ma la triste realtà, e le morti per stanchezza e sfinimento di lavoratrici e lavoratori italiani e stranieri di queste settimane in Puglia, purtroppo lo dimostrano. Il forte richiamo del quotidiano dei vescovi, non è bastato a far intervenire con più decisione e immediatezza né la Regione Puglia, né le altre Istituzioni demandate ai controlli, a partire dall'INPS e dall'INAIL, per quanto ci riguarda non ci limitiamo più a denunciare questo intollerabile stato di cose ma, a partire da questo fine settimana, saremo con medici e volontari a portare soccorso nelle Province di Bari e Foggia"
(Il Messaggero)

Leggi anche il nostro articolo
"Schiavi della terra, dieci testimonianze dall'Inferno"
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"Lotta alle Moderne Schiavitù"


giovedì 20 agosto 2015

Ferragosto di sangue in Nigeria, Boko Haram fa strage. Ameno 150 i morti

Carneficina dei miliziani islamici in un villaggio nel nord est. 150 uccisi o annegati nel fiume durante la fuga

Non si ferma la ferocia dei Boko Haram nel nord est della Nigeria. 150 persone sono morte, uccise dagli integralisti islamici o annegate mentre cercavano di sfuggire alla loro furia lungo il fiume. E per sei giorni di quei corpi non si è saputo nulla perché i miliziani hanno distrutto ogni mezzo di comunicazione. Solo quando i pochi superstiti sono riusciti a raggiungere una zona abitata per chiedere aiuto, i soccorritori hanno scoperto il massacro.

L'assalto nel villaggio di Kukuwa-Gari, attaccato all'improvviso dagli estremisti islamici a bordo di moto e auto, è solo l'ultimo di una serie che ha falcidiato centinaia di persone nelle ultime settimane.

Negli ultimi mesi l’esercito nigeriano ha compiuto diverse offensive per distruggere i campi di Boko Haram, liberando centinaia di persone prese in ostaggio dagli islamisti. 178 solo due settimane fa, per la maggior parte donne e bambini. Un’altra settantina di persone sono state liberate l’11 agosto anche nel confinante Camerun, dove Boko Haram ha esteso il proprio raggio d'azione.

Lo scorso novembre si sarebbe dovuta dispiegare una forza multinazionale di quasi novemila mila uomini provenienti da cinque Paesi, per dare una svolta a questa guerra che finora ha prodotto oltre ventimila morti in sei anni. Ma le operazioni sono iniziate con molto ritardo, soltanto il mese scorso, anche per via dei difficili rapporti tra governo nigeriano e i suoi vicini.

L'ultima ondata di violenza ha fatto seguito all'elezione in maggio del nuovo presidente Muhammadu Buhari, musulmano del nord. Da allora i morti accertati sono circa mille. Le milizie di Boko Haram, tra l’altro, sono sempre molto e ben armate, e non di rado rispondono ai raid dei governativi vendicandosi contro i loro stessi villaggi.
(La Stampa)



mercoledì 19 agosto 2015

Mauritania, abolita (di nuovo) la schiavitù

"La schiavitù è un reato contro l'umanità e non è prescrivibile"
È il primo articolo della nuova legge approvata all'unanimità dall'assemblea nazionale della Mauritania, il 12 agosto. L’ex colonia francese è stato l’ultimo Paese ad aver abolito la schiavitù nel 1981, ma solo sulla carta. Secondo il rapporto della ONG "Walk Free" nel 2014 la Mauritania vantava ancora il triste primato di avere il più alto numero di schiavi, rappresentano il quattro percento della popolazione, ossia centocinquantamila persone.

Una delle forme di schiavitù maggiormente praticata nel Paese è il matrimonio coatto, praticato sin dal XI secolo. Una tradizione talmente radicata nella cultura mauritana, che una prima legge emanata nel 2007, dietro forti pressioni della comunità internazionale, non ha per nulla intimorito gli schiavisti. Le sanzioni, le punizioni per il reato commesso erano infatti troppo miti e, tra l’altro, non venivano quasi mai inflitte e applicate. I reati quasi mai denunciati.

Il ministro della giustizia della Mauritania, Brahim Ould Daddah, ha salutato favorevolmente il testo della nuova legge, che prevede una pena detentiva raddoppiata rispetto alla legge del 2007, da dieci anni di reclusione, è stata portata a venti. Inoltre sono state criminalizzate undici forme di schiavitù, rispetto a una sola. Il vecchio testo dava semplicemente questa indicazione: "Per stato di schiavitù s’intende privazione della libertà e lavoro non retribuito".

Il matrimonio forzato delle donne "previo pagamento in contanti o in natura e la loro cessione a una terza persona o per successione alla morte del marito ad altra persona" rappresenta ovviamente una delle nuove forme di schiavismo. Molte donne sono destinate ad essere vendute come schiave in Arabia Saudita e, per i loro padroni, violentare una schiava non è un reato, anzi, fino a ieri era un diritto.

Da oggi in poi anche le ONG autorizzate potranno denunciare i casi di schiavitù, assistere le vittime, costituirsi parte civile e denunciare i colpevoli.

La nuova legge è stata varata proprio pochi giorni prima del processo alla Corte d’appello di Aleg, a carico di tre attivisti anti-schiavismo. La data dell’udienza è fissata per il 20 agosto. Tra gli imputati anche Birma Dah Abei, presidente dell’ Initiative pour la Résurgence du Mouvement Abolitionniste (IRA), già condannato a due anni di carcere insieme a un altro militante il 15 gennaio 2015 per appartenenza ad un’organizzazione non riconosciuta.

Questa nuova legge rappresenta certamente una rivoluzione dal punto di vista giuridico e sociale in uno Stato islamico come la Mauritania anche se ci si deve rendere conto che per un ex-schiavo sarà comunque difficile integrarsi come "uomo libero" nella società e far valere i propri diritti, per esempio davanti ai tribunali.

Petizione per liberare i liberatori. Una ragazza, che ha vissuto in stato di schiavitù in Mauritania, è stata liberata da un militante anti-schiavismo, finito per questo in prigione. La giovane ha lanciato una petizione per chiedere il rilascio del suo salvatore e ha spiegato la sua iniziativa in un’intervista in cui racconta la sua terribile esperienza.

Mauritania, manifestazione contro la schiavitù
"Sono diventata una schiava a 5 anni. Ogni giorno badavo agli animali, e ogni notte venivo stuprata dal mio padrone. Era l’unica vita che conoscevo, e vi giuro che pensavo fosse normale.

Perché nel mio paese, la Mauritania, centinaia di migliaia di persone vivono ancora in schiavitù. Ma io sono stata fortunata, mio fratello è riuscito a scappare, ha trovato un’organizzazione che lotta contro la schiavitù e gli ha chiesto di liberarmi. All'inizio non volevo assolutamente che mi portassero via, non riuscivo a immaginare una vita senza i miei padroni, senza dover lavorare ogni giorno, anche quando ero incinta o a un giorno dal parto. Era l’unica vita che conoscevo.

L’uomo che mi ha salvata, e che ha dedicato tutta la vita a liberare migliaia di persone come me, per questa lotta è stato ora messo in carcere. Ma tra 4 giorni ci sarà un ricorso in tribunale e possiamo liberarlo. Se ci aiuterete da tutto il mondo, a centinaia di migliaia, chiedendo la libertà di Biram Dah Abeid, potremo permettergli di continuare la sua lotta contro la schiavitù".
(da Africa Express, articolo di Cornelia I. Toelgyes)
Firma la petizione
"Liberare i liberatori"


giovedì 13 agosto 2015

Ancora morte in Nigeria, Boko Haram uccide altri 47 "innocenti"

Se fossero morte 47 persone in un attentato islamico in Europa a quest'ora tutto il mondo parlerebbe solo di questo, ed invece è accaduto in Nigeria, ma l'Africa è lontana, e quindi "chi se ne frega" .. Salvo parlare dell'Africa quando arriva in Europa con i barconi.

L'esplosione è avvenuta nel villaggio di Sabon Gari, nello stato nord-orientale del Borno dove imperversa il gruppo jihadista.

Un nuovo sanguinoso attacco terroristico attribuito a Boko Haram ha colpito la Nigeria. A compierlo è stata una "bambina" kamikaze che si è stata fatta esplodere in un mercato di Sabon Gari provocando almeno 47 morti e un centinaio di feriti.

Sono almeno seicento le persone morte a seguito di attentati condotti dall'organizzazione fedele all'Isis dall'insediamento del nuovo presidente nigeriano Muhammadu Buhari, il 29 maggio scorso. Per la maggior parte dei casi le esplosioni sono state innescate da kamikaze (donne e bambine).

La coalizione anti-jihadista formata in collaborazione con Ciad, Niger e Camerun sta cercando di limitare i danni nel Nord-Est dove gli attacchi sono più frequenti, ma allo stesso tempo sta generando dure reazioni da parte dei fondamentalisti che hanno portato assalti anche oltre i confini con il Ciad e il Camerun.


mercoledì 12 agosto 2015

Dubai, ragazza ventenne affoga in mare. Il padre impedisce salvataggio, i bagnini maschi toccandola l'avrebbero disonorata

Dubai Beach
L'uomo, di fede islamica, ha ostacolato i soccorsi per evitare che la ragazza venisse toccata da estranei. È stato arrestato.

L'ha lasciata annegare, se fosse stata toccata l'avrebbero disonorata. Così è morta una ragazza di 20 anni nel mare di Dubai, dove il padre non ha permesso agli addetti di salvarla. L'uomo di origine asiatica, era sulla spiaggia con la famiglia per un pic-nic, quando la ragazza, entrata in acqua, ha cominciato a chiedere aiuto. I bagnini non hanno potuto fare nulla e il padre è poi stato arrestato.

La ragazza stava facendo il bagno in mare mentre ad un tratto ha perso il controllo e cominciato a urlare e chiedere aiuto nello strenuo tentativo di attirare l'attenzione per non annegare. Due bagnini si sono subito precipitati in acqua per tentare il salvataggio. Quando i soccorritori, allertati dalle grida della 20enne si sono precipitati, si sono trovati davanti l'uomo, che ha impedito il salvataggio.

L'uomo ha bloccato i soccorritori spiegando che non potevano toccare la ragazza perché l'avrebbero resa impura, secondo le sue credenze religiose. Al tentativo dei bagnini di procedere al salvataggio della giovane, l'uomo ha reagito tirando calci e pugni per impedirgli di raggiungere la figlia. Un parapiglia fatale per la ragazza che nel frattempo è morta. Il padre è stato accusato di aver ostacolato i soccorsi.

"Il padre era convinto che se questi uomini avessero toccato sua figlia l'avrebbero disonorata. Poteva essere salvata velocemente: i bagnini erano molto vicini".
(TgCom24)

giovedì 6 agosto 2015

Nigeria, l'esercito libera altri 178 ostaggi di Boko Haram

Continua la controffensiva dell'esercito nigeriano contro i miliziani di Boko Haram.
Donne e ragazze liberate da Boko Haram
Dopo la liberazione di 71 donne in alcuni villaggi intorno alla città di Maiduguri del 29 luglio scorso, ieri l’esercito nigeriano ha reso noto di aver liberato altri 178 ostaggi nelle mani dei miliziani islamici. L'azione dell'esercito nigeriano è avvenuta nel nord dello Stato del Borno, nei pressi della città di Bama.

Tra di loro c’erano 101 bambini67 tra donne e ragazze, e 10 uomini, ma le notizie diffuse non confermano se ci siano anche le studentesse rapite oltre un anno fa in una scuola di Chibok. Da aprile 2014 ad oggi si calcola che Boko Haram abbia rapito almeno duemila tra donne e ragazze e almeno un migliaio di bambini.

Il comunicato dei militari segnala anche che durante lo scontro a fuoco sono stati uccisi una decina di miliziani islamici e il comandante del gruppo di terroristi che controllava gli ostaggi e stato catturato.
(News Nigeria)