sabato 30 maggio 2015

Nigeria, insediato il nuovo presidente Buhari

Muhammadu Buhari durante la parata di insediamento del 28 maggio
Il neo-presidente Muhammadu Buhari ha preso ufficialmente in mano le redini della più grande economia dell'Africa. Economia in crisi, debiti, problemi con il carburante, corruzione e terroristi di Boko Haram ancora da sconfiggere. Una situazione non facile. È il momento di agire.

Buhari, 72 anni, musulmano, è stato eletto il 28 marzo scorso con 15,4 milioni di voti, contro i 12,9 milioni di Jonathan, presidente uscente. Buhari aveva già governato la Nigeria dal 31 dicembre 1983 al luglio del 1985, dopo un colpo di stato che aveva destituito il primo presidente civile dopo una lunga dittatura militare.

Il presidente eletto della Nigeria, Muhammadu Buhari, è alla prova dei fatti. Non ci sono più scuse, ora deve governare, e non semplicemente gestire il potere, in un momento estremamente difficile per l'economia del paese, forse il peggiore possibile. La Nigeria, prima economia dell'Africa, è infatti preda di una profonda crisi, dovuta al crollo del costo del petrolio e a una carenza di carburante senza precedenti, che sta obbligando tutto il paese a marciare al rallentatore.

Il partito di Buhari, l'All Progressives Congress (APC), ha accusato l'amministrazione del presidente uscente Goodluck Jonathan di sabotaggio e di aver deliberatamente lasciato andare a pezzi l'economia, mai così debole dai tempi dell’indipendenza, 55 anni fa (1° ottobre 1960).

"Niente elettricità, niente carburante, lavoratori in sciopero, miliardi di crediti dovuti dallo stato, un debito pubblico di 60 miliardi di dollari, finanze a pezzi". Ma molta parte della popolazione ha fiducia nel futuro e nel presidente Buhari che negli anni ottanta aveva guidato un governo militare. "Sappiamo che Buhari può farcela, ce l'ha già fatta anche in passato"

Il presidente uscente, Goodluck Jonathan ha lasciato in effetti un'eredità pesante, e dentro questa situazione disastrosa Buhari deve dare il meglio di se. La priorità, oltre a quella economica e la questione Boko Haram, che rimane un pericolo per la stabilità della Nigeria e degli stati vicini e che lo stesso Buhari ha definito "folli senza Dio". Sta nella necessità di mettere anche mano al tema della corruzione dilagante nel paese divenuta ormai la regola e non l'eccezione. Lo deve fare per dimostrare che è il presidente di tutti i nigeriani e che non guarda più a mantenere lo status quo.

Il presidente uscente Jonathan con il neo presidente Buhari
Questione "Oga". Nonostante una crescita del PIL che viaggia al ritmo del 6%, in Nigeria sembra che tutto sia ancora nelle mani degli "Oga" (termine Igbo che significa "Boss", "Uomo al potere"), i grandi potenti che controllano il paese in ogni suo settore vitale, dall'industria cinematografica, a quella tessile, per non parlare di quella petrolifera. Si arricchiscono a suon di tangenti. Quei boss potenti che hanno garantirono l'elezione di Jonathan nel 2011, è che oggi è ritenuto colpevole di aver svuotato le casse dello stato, probabilmente proprio a favore di quegli "Oga" che si sono arricchiti alle sue spalle e alle spalle di un intero popolo.

Il popolo, i 180 milioni di nigeriani, ora ha detto no a questo stato di cose e hanno affidato nelle mani nell'ex golpista Buhari, il potere, il desiderio di rinascita. Ora si tratta di essere all'altezza compito. "Avete votato per il cambiamento e adesso il cambiamento è arrivato", così il neo presidente ha commentato la sua vittoria. La domanda principale, tuttavia, è "Cosa faranno gli Oga se Buhari toglierà loro rendita economica per redistribuirla nel paese?" Questo lo vedremo molto presto. Buhari dovrà essere abile a scontentare pochi per accontentare molti.

Uomo integerrimo. Il neo-presidente nigeriano non è mai stato estraneo alla politica, calca il palcoscenico già dal 1976 e ha guidato il paese dal 1983 al 1985, dopo un sanguinoso golpe militare. E proprio sul campo si è guadagnato la fama di uomo integerrimo, nemico della corruzione. In quel periodo, Buhari ha mandato in carcere decine di politici, uomini d'affari e funzionari pubblici per reati di corruzione, infliggendo loro punizioni esemplari. Un regime militare duro, in un periodo di austerità economica, nel quale è riuscito a ridurre il traffico di droga e armi, anche mandando a morte decine di persone. Ma oggi la sfida è diversa. Buhari ha accettato la sfida democratica.

Problema debiti e il paradosso. Altre sono le misure che deve adottare per restituire ai nigeriani un paese che, indipendentemente dalle politiche nefaste di Jonathan, rimane tra i più ricchi del continente africano. Dovrà pagare i debiti. La recente crisi della "benzina" è lì a dimostrarlo. Deve trovare 900 milioni di euro, tanto ammonta ciò che Abuja deve agli importatori. A ciò va aggiunto che è stato avviato un programma di prestito per 4 miliardi di euro per il 2015, ma la metà se ne è già andato per pagare gli stipendi dei funzionari dello Stato.

Eppure la Nigeria è fra i primi produttori di petrolio d’Africa. Le risorse dello stato federale dipendono per il 70% proprio dal greggio. La crisi del barile, il crollo del prezzo, possono aver ridotto le entrate, ma non giustificare un crollo così rapido dell'economia. Per non parlare poi del paradosso della scarsità di carburante che ha paralizzato il paese per più di un mese. È assurdo, ma la Nigeria dipende in larga parte dai prodotti petroliferi raffinati all'estero a causa della mancanza strutturale di raffinerie locali. E se mancano quelli, è la fine perché al momento la rete elettrica è penosa e tutto funziona grazie ai generatori.

Dopo queste elezioni epocali in cui per la prima a volta è andata al potere l’opposizione e la Nigeria sembra aver dato una lezione di democrazia al continente, qualcosa di diverso ora deve succedere. La nazione galleggia sul petrolio e quindi le risorse non mancano, si tratta di attuare una politica di equità volta al benessere di tutti.

Le sue prime parole durante la cerimonia di insediamento nella capitale Abuja sono state "Appartengo a tutti e non appartengo a nessuno".

È la prima volta dall'indipendenza che in Nigeria avviene un cambio di "governo" in forma democratica e senza spargimenti di sangue, o colpi di stato. Nel 2011 per esempio ci furono 800 morti. Le parole del presidente uscente Goodluck Jonathan sono state di collaborazione. "Oggi, ho presentato le consegne al presidente eletto, Muhammadu Buhari. Esorto ancora una volta che tutti i nigeriani preghino e collaborino con il governo entrante. Che Dio benedica la Nigeria". Speriamo che sia davvero così.

venerdì 29 maggio 2015

Burkina Faso, far pace col passato per proiettarsi nel futuro

Thomas Sankara
È arrivata l'ora far piena luce sulla morte violenta di Thomas Sankara. Sono stati avviati i lavori per l’esumazione delle spoglie dell’icona ed ex Presidente burkinabè Thomas Sankara. Un passo fondamentale per scoprire cosa avvenne quell'ottobre del 1987 quando venne assassinato. Ma anche decisivo per dar slancio al cambiamento che il paese tanto desidera.

A piccoli passi il "Paese degli Uomini Integri" (così lo chiamò Thomas Sankara nel 1984) continua il proprio cammino verso le presidenziali del prossimo 11 ottobre. Dopo il ritorno in patria della vedova Sankara e la sua comparsa davanti al giudice istruttore una decina di giorni fa, lunedì scorso sono iniziati i lavori di esumazione delle spoglie del Capitano e dei 12 compagni caduti con lui quel lontano 15 ottobre 1987. Il processo sull'assassinio dell’ex Presidente burkinabè entra in una fase cruciale, dopo 18 anni d’attesa.

Lunedì il cimitero Dagnoen, a est di Ouagadougou, era gremito da una folla silenziosa, tenuta fuori dal campo santo dalla Gendarmeria. Sentimenti contrastanti, un po’ come il cielo sopra la città che ha minacciato tutto il giorno con nuvoloni fuori stagione. Il team d’esperti, nominato dal giudice e composto da due medici burkinabè e un francese, ha cominciato a lavorare sulle tombe di due compagni di Thomas Sankara.

Dagnoen, luogo dove si presume siano sepolti i resti
di Sankara e dei suoi 12 compagni assassinati con lui
Il giorno seguente, martedì, è invece stato aperto il mausoleo contenente le "presunte" spoglie di Thomas Sankara. La gente, accalcata sui muri di cinta e fuori dal cimitero, ha accompagnato le casse contenenti i resti (qualche osso e dei frammenti di vestiti) dell’ex presidente intonando l’inno nazionale, come durante l’assalto all'Assemblea Generale il 30 ottobre scorso (manifestazioni per la destituzione di Blaise Campaoré). Mariam Sankara, che si è rifiutata di presenziare all'esumazione, ha dichiarato "Non è facile per certe famiglie. Là c’è un clima di morte. È come andare all'obitorio".

La famiglia Sankara non è mai stata informata ufficialmente su dove fosse sepolto il Thomas né ha mai potuto vederne il corpo esanime. Ricostruzioni, testimonianze e voci hanno poi trasformato 13 anonime tombe del cimitero Dagnoen nel mausoleo di Thom Sank e dei martiri del 15 ottobre 1987, anche se la famiglia non ha mai creduto che lui riposasse davvero in quel luogo. L’analisi del DNA sui resti ritrovati nelle tombe in questi giorni potrebbero finalmente dare una risposta a Mariam e al popolo burkinabè segnando una svolta che potrebbe velocizzare il processo sull'omicidio dell’ex Presidente e altri dossier politici dell’era Compaoré (come quello di Norbert Zongo, giornalista burkinabè assassinato nel 1998 perché voleva far luce proprio sulla morte di Sankara) che fremono sulla scrivania del giudice.

Mariam Sankara al suo arrivo i Burkina Faso
Come ricorda Bénéwendé Stanislas Sankara, capo del pool di avvocati della famiglia "Sono ormai 18 anni di procedura legale, 18 anni che lottiamo contro tutte le giurisdizioni. Siamo stati perfino davanti alla commissione dei diritti dell'uomo dell'Onu che, nel 2006, ha condannato lo Stato del Burkina Faso intimandogli di riprendere l'inchiesta. Ma ci sono voluti anni di ping-pong fra le diverse procedure giudiziarie nazionali. Il presidente Compaoré, ovviamente, non aveva nessun interesse a fare luce sulla faccenda, visto che era lui ad aver tratto beneficio da tale crimine che ogni giurisdizione burkinabè sotto il suo regime si è dichiarata incompetente a giudicare".

Stanislas, recentemente nominato candidato unico del fronte sankarista (formato da 10 partiti e diversi movimenti) alle presidenziali, si dice comunque fiducioso rispetto allo svolgimento del processo "Con il cambio di regime e sotto lo sguardo vigile del popolo burkinabè che tiene particolarmente a questo dossier, gli errori non sono più accettabili. Bisogna andare fino in fondo. Dobbiamo rispettare le procedure e i diritti della difesa per arrivare a scoprire gli autori di tale assassinio e a punirli davanti alla legge. Se abbiamo resistito per 18 anni ora siamo disposti ad aspettare ancora quel poco che manca per raggiungere la verità".

Una verità fortemente cercata anche dalla campagna internazionale "Giustizia per Thomas Sankara. Giustizia per l’Africa" nata il 21 dicembre 2009 e che, recentemente riproposta sui "Social Network", ha superato le 13mila adesioni in tutto il mondo. Parallelamente il 5 maggio è stato lanciato da 26 deputati burkinabè del CNT (Consiglio Nazionale della Transizione) un appello al governo francese per l’apertura di un’inchiesta parlamentare sulle circostanze dell’assassinio dell’ex Presidente del Burkina Faso, chiedendo anche di rendere pubblici documenti e archivi rimasti coperti dal segreto di Stato.

La lettera dei deputati burkinabè è stata indirizzata direttamente a Claude Bartolone, presidente del Parlamento francese nato a Tunisi da madre maltese e padre siciliano, un bracciante agricolo scappato in Tunisia durante il fascismo. La petizione è già stata firmata da oltre 2000 persone, fra cui molti italiani grazie all’impegno di personalità del mondo dello spettacolo come Fiorella Mannoia e giornalisti come Silvestro Montanaro.

Firma la Petizione anche tu - clicca qui -

L’attenzione con cui viene seguito questo processo, in Burkina Faso, in Africa e non solo, rivela una volta di più quanto il vento di cambiamento e la lotta per maggiori diritti e dignità del Burkina di oggi sia legato a doppio filo con le ferite aperte del passato e con gli ideali sankaristi di cui questa terra è ancora piena.
(News da Nigrizia)

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Kenya, Medici Senza Frontiere costretta a lasciare il Campo profughi di Dadaab

Kenya, Campo profughi Daddab
A causa dell'escalation di violenze e minacce nella provincia nord-orientale del Kenya, l'organizzazione medico umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) ha evacuato 42 operatori dal campo rifugiati di Dadaab che si trova a circa 70 km. dal confine con la Somalia. Il campo profughi di Dadaab è il più grande campo di rifugiati del mondo.

La misura cautelare ha già avuto un impatto diretto sulla capacità di MSF di fornire assistenza medica ai rifugiati di Dadaab in prevalenza somali. Due delle quattro postazioni sanitarie di MSF sono state chiuse, l'assistenza prenatale nell'ospedale è stata sospesa, e altri servizi medici rischiano di essere compromessi dalla drastica riduzione del personale.

"I rifugiati e il personale medico stanno pagando il prezzo più alto del peggioramento delle condizioni di sicurezza. L'attuale situazione sta gravemente limitando la capacità delle nostre équipe mediche di fornire aiuti umanitari alle persone che più hanno bisogno".

Il più grande campo profughi del mondo. Dadaab attualmente ospita circa 350.000 persone, è il più grande campo rifugiati al mondo. Per più di 20 anni, è stata la casa per generazioni di somali fuggiti da un paese martoriato dal conflitto. L'assistenza umanitaria nei campi si è ridotta negli ultimi anni a causa della crescente insicurezza e dei minori finanziamenti ricevuti da molte organizzazioni umanitarie. Ciononostante, Dadaab rimane un rifugio più sicuro per chi fugge dalle violenze in Somalia.

Da vent'anni in "trincea". MSF lavora a Dadaab da 20 anni ed è attualmente l'unica organizzazione a fornire cure mediche nel campo di Dagahaley, uno dei cinque campi che compongono il complesso di Dadaab, dove gestisce attualmente un ospedale da 100 posti letto e due centri sanitari, diretti e gestiti da personale keniota. L'ospedale fornisce servizi ospedalieri e ambulatoriali, tra cui chirurgia, maternità, trattamenti per l'HIV e la tubercolosi, e un centro nutrizionale per bambini malnutriti. Nel 2014, MSF ha effettuato 180.000 visite ambulatoriali e 12.000 visite prenatali, ricoverato 12.000 pazienti e assistito 3.240 parti.

In seguito agli attacchi all'università di Garissa, il 2 aprile 2015, sono aumentati gli episodi di violenza e le minacce nella provincia nord-orientale del Kenya dove i miliziani di Al Shabaab sconfinano in Kenya per compiere attentati, incendiare e attaccare villaggi e provocare violenze contro la popolazione.

Si sono quindi rafforzati i controlli delle autorità keniote che hanno "minacciato" di chiudere definitivamente il campo di Dadaab dove si sospetta che assieme ai profughi si nascondano anche i terroristi di Al Shabaab che potrebbero mescolarsi e confondersi tra i rifugiati. La misura cautelare di lasciare il campo da parte di organizzazioni umanitarie internazionali come MSF ha già avuto un impatto sull'assistenza ai rifugiati.


giovedì 28 maggio 2015

Sud Sudan, appello della Chiesa per la Pace

Sud Sudan, campo profughi
Il Consiglio delle Chiese sud sudanesi, di cui fa parte anche la chiesa cattolica, ha diffuso nei giorni scorsi l’ennesimo appello ai leader politici del paese perché si metta fine alla guerra che insanguina il paese da poco meno di un anno e mezzo.

I leader cristiani richiamano i leader politici alle loro responsabilità, anche come credenti, e chiedono conto dei numerosi precedenti appelli, caduti nel vuoto.

Affermano di aver diffuso quest’ultimo richiamo, anche se dubitano seriamente che sarà preso in considerazione dagli interessati, per far sapere ai sud sudanesi tutti e alla comunità internazionale che monitorano costantemente la situazione e sono testimoni della verità, anche in un momento in cui sembra che, chi è al potere, non se ne curi.

Il messaggio, allegato, è toccante in quanto esprime la preoccupazione, e lo stress, per non essere riusciti finora a farsi ascoltare, in un paese in cui tutti, o quasi, i leader politici dicono di essere profondamente cristiani e in cui le chiese avevano avuto un forte impatto e una forte credibilità durante i lunghi anni della guerra di liberazione.
(Fonte Nigrizia)

Tanzania, iniziate le ricerche di petrolio nel parco di Ngorongoro

Ngorongoro Conservation Area (Tanzania)
Un possibile disastro ambientale in nome del petrolio. Hashim Mngandila, capo del distretto che comprende il cratere di Ngorongoro, parco nazionale di fama mondiale dichiarato dall'Unesco patrimonio dell'umanità, ha confermato che la compagnia petrolifera tanzaniana, Tanzania Petroleum Development Corporation (TPDC), ha iniziato ricerche nella zona.

Secondo gli esperti della TPDC, nell'area ci sarebbero evidenti segni della presenza di petrolio mentre la significativa attività geotermale potrebbe essere sfruttata per produrre energia non solo per il distretto, ma anche per quelli vicini.

Numerose sono le accuse al governo tanzaniano di mettere a rischio il proprio patrimonio naturalistico. Nella zona del Serengeti, altro parco di fama internazionale, è in programma una superstrada che non potrà che spalancare la porta a operazioni speculative, comprese quelle di "Land Grabbing" (accaparramento di terre) che hanno già provocato il trasferimento coatto di numerose comunità masaai dai loro territori. Inoltre la Tanzania è in cima alla lista dei paesi che esportano clandestinamente avorio, tanto che gli elefanti sono drasticamente diminuiti negli ultimi anni.

La politica del governo tanzaniano nel settore rischia di distruggere non solo aree paesaggistiche incomparabili e mettere a rischio l’esistenza di molte specie di mammiferi, ma anche di disincentivare il turismo, uno dei settori portanti dell’economia del paese.
(Fonte TheCitizen)
Tanzania, Ngorongoro National Park


Niger, arrestate oltre seicento persone per legami con Boko Haram

Hassoumi Massaoudou
Ministro della Sicurezza del Niger
Dal febbraio ad oggi il Niger ha arrestato e accusato 643 persone per legami con il gruppo estremista islamico nigeriano Boko Haram. Lo ha annunciato al parlamento nigerino il ministro della Sicurezza Hassoumi Massaoudou. Gli arrestati sono accusati di atti di terrorismo e di associazione a delinquere.

Tra loro figurano anche alcuni capi villaggio delle isole del Lago Ciad dove Boko Haram ha provocato molte vittime in questi mesi.

Diverse reti di Boko Haram e cellule dormienti sono state smantellate nella regione meridionale di Diffa, che si trova al confine con la Nigeria. Una grossa operazione partita sin da quando è stato dichiarato lo stato di emergenza nella regione in febbraio dopo una serie di violenti attacchi di dei miliziani islamici.

Niger, alcune delle persone arrestate
"Se non fosse stato preso questo provvedimento, avremmo potuto avere un aumento della presenza degli estremisti all'interno di Diffa".

Proprio per questo il parlamento del Niger ha approvato la proroga di tre mesi dello stato di emergenza nella provincia meridionale di Diffa per paura di nuove incursioni degli estremisti non ancora sconfitti in Nigeria.

Il Niger ha dispiegato più di 3.000 uomini nella forza regionale composta anche da soldati di Ciad e Camerun, che è intervenuta per fermare l'avanzata di Boko Haram.
(Fonte Reuters)



L'Unione Europea aprirà un ufficio immigrazione in Niger

L'Unione Europea aprirà un ufficio immigrazione in Niger. L'afflusso di migranti e l'enorme quantità di vittime che hanno perso la vita cercando di raggiungere sui barconi l'Italia sembra aver smosso le acque stagnanti della diplomazia europea.

L'Europa oggi ha approvato la proposta presentata dalla Commissione UE sulla distribuzione dei migranti tra i vari Paesi. Quella che sembrava dovesse essere la svolta storica della politica comunitaria sull'immigrazione si è rivelato invece un mezzo flop, che toglierà solo poche migliaia di migranti dalle spalle (e dalle tasche) dei contribuenti italiani, dopo che Francia, Inghilterra e altri partner europei hanno sbattuto la porta in faccia al Belpaese.

Da qualche mese anche il ministro Alfano propone di realizzare di capi profughi e di raccolta dei migranti nei paesi di partenza o di transito. Vale a dire, andare in Africa a fare il riconoscimento degli richiedenti asilo e decidere chi può (e di chi non può) entrare in Italia e di conseguenza in Europa. Una proposta che anche Foundation for Africa ritiene ragionevole.

L'appello sembra essere stato (parzialmente) raccolto dal commissario UE all'immigrazione Dimitris Avramoupolos, il quale oggi ha annunciato che l'Europa è intenzionata a fare in modo che i migranti provenienti dal Niger (e paesi limitrofi) abbiano un luogo e dei funzionari cui rivolgersi per ottenere informazioni e presentare la domanda di asilo. "In Niger creeremo un ufficio per valutare tutte le richieste di asilo sul terreno. Si tratta di un progetto su base sperimentale. Se funzionerà lo faremo anche in altri Paesi".

Gli altri paesi potrebbero essere quelli del Nord Africa, Libia compresa, da cui partono i barconi pieni di immigrati che puntano verso Lampedusa. Secondo quanto spiegato da fonti europee all'Ansa, l'ufficio "non sarebbe da confondersi con centri in cui concentrare gli arrivi dei migranti".

mercoledì 27 maggio 2015

Nigeria, liberate altre venti ragazze

In un'operazione nella foresta di Sambisa l'esercito nigeriano ha ucciso decine di militanti di Boko Haram e liberato 20 ragazze e alcuni bambini. La foresta di Sambisa si trova nel nord-est del paese ed è considerata l'ultimo covo rimasto del gruppo estremista islamico nigeriano.

In una dichiarazione il portavoce militare, Generale Chris Olukolade, ha raccontato che durante l'operazione un soldato è stato ucciso a causa dell'esplosione di una mina e circa altri 10 sono rimasti feriti. L'operazione militare sarebbe avvenuta lo scorso venerdì.

"Le truppe hanno bruciato le tappe grazie all'offensiva messa in atto. Un totale di 20 donne e bambini sono stati salvati". Il portavoce dell'esercito ha poi aggiunto che nella foresta di Sambisa sono ancora in corso altre operazioni per "stanare" i covi di Boko Haram. Operazioni effettuate anche in collaborazione con gli eserciti dei paesi vicini (Camerun, Ciad, Niger).

La foresta Sambisa copre una vasta area in una parte remota del nord-est della Nigeria, il che rende anche difficile verificare le affermazioni dell'esercito.

Dalla fine di aprile ad oggi l'esercito nigeriano ha liberato più di 700 donne e ragazze che sono state rapite da Boko Haram, ma nessuna di loro fa parte del gruppo delle oltre 200 ragazze rapite a Chibok nell'aprile del 2014, un caso che fece molto scalpore a livello internazionale.

Molte delle donne liberate sono rimaste prigioniere dei miliziani islamici per moltissimi mesi, più di 200 ragazze sono risultate incinta, violentate dai Boko Haram affinché partoriscano i futuri figli dell'Islam.


Il bracconaggio e i mercanti d'avorio dell'Africa. Maxi sequestro a Singapore

Singapore, maxi sequestro di zanne di elefante
Il bracconaggio continua in Africa. Il 19 maggio le autorità di Singapore hanno effettuato il più grande sequestro di zanne d'elefante dal 2002 ad oggi, 1.783 pezzi, per un peso complessivo di 3,7 tonnellate del valore di 6 milioni di dollari. Trovati anche corni di rinoceronte e denti di felini. Provenivano dal Kenya dove ora si cerca rimedio, ma c'è poco impegno e la lotta è impari.

Il maxi-sequestro di avorio proveniente dal Kenya dello scorso 19 maggio a Singapore, ha fatto scattare la caccia ai criminali. Le autorità kenyote hanno sospeso un ufficiale del porto di Mombasa, responsabile del carico partito il 6 aprile scorso, e stanno cercando gli amministratori della società di trasporto e l’autista del camion che portò il carico illegale fino al porto.

Maxi-sequestro. Un totale di 1.783 zanne di elefante, per un peso complessivo di 3,7 tonnellate, erano nascoste in due containers all'interno di sacchi di foglie di the, assieme a 4 corna di rinoceronte e 22 denti, probabilmente di ghepardi o leopardi. Un carico del valore di circa 6 milioni di dollari. Per i doganieri di Singapore si è trattato del più consistente sequestro di "oro bianco" dal 2002, quando furono intercettate 6 tonnellate di avorio. Ad insospettire le autorità di controllo è stato il fatto che il carico di the kenyano, inizialmente destinato a Dubai, una volta spedito abbia poi cambiato destinazione finale, ovvero Thailandia e Vietnam, attraverso Singapore.

Più impegno. In Kenya le organizzazioni per la tutela dell’ambiente chiedono al governo maggior impegno nel contrasto al commercio illegale di parti di animali, ma è evidente che la lotta è impari. Nell'ultimo decennio lo sterminio di elefanti e rinoceronti è divenuto un ricco business, in mano ad organizzazioni criminali ben organizzate ed equipaggiate che possono contare sull'alta disponibilità alla corruzione di funzionari e ufficiali governativi. "Questo sequestro testimonia mancanza di coordinamento tra i vari apparati governativi, oppure complicità con i criminali".

Kenya, branco di elefanti
Numeri sconfortanti. Un traffico che registra numeri impressionanti se si pensa alla quantità di animali uccisi. Se si guarda solo a quest’ultimo sequestro, 1.783 zanne equivalgono a 892 elefanti abbattuti solo in Kenya. Meno di un mese fa le autorità thailandesi avevano bloccato un altro carico proveniente da Mombasa, con 511 zanne (ovvero 256 animali uccisi).

Nell'aprile dello scorso anno la dogana di Singapore ha intercettato uno stock di avorio per un valore di 1,5 milioni di dollari, nascosto in sacchi di caffè. Un altro carico per un valore di quasi 2 milioni di dollari era stato bloccato nel gennaio 2013. Altre 15 tonnellate di zanne sequestrate, sono state bruciate pubblicamente a Nairobi il 4 maggio scorso. Secondo l’organizzazione ambientalista britannica Save the elefants almeno 100.000 pachidermi sono stati uccisi in Africa tra il 2010 e il 2012, quando il bracconaggio ha registrato un’impennata, in particolare in Tanzania, Gabon, Camerun, Repubblica Centrafricana, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo e Congo Brazzaville.

Poche buone notizie. Azioni confortanti arrivano dalla Cina, dove il prezzo dell’avorio è triplicato negli ultimi cinque anni. Sotto pressione della comunità internazionale e delle organizzazioni che cercano di salvare la fauna selvatica africana dall'estinzione, lo scorso marzo Pechino ha imposto un bando all'importazione di avorio per un anno.

Incoraggiante è anche la recente apertura, in Kenya, di un laboratorio forense le cui informazioni contribuiranno a perseguire sospetti bracconieri, spesso arrestati e rilasciati per mancanza di prove. Il laboratorio, il secondo nell'Africa sub-sahariana dopo quello in Sudafrica, diverrà una banca dati del DNA che servirà tutta l’Africa dell’Est e Centrale, per collegare l’avorio sequestrato agli animali uccisi.
(Fonte Nigrizia)

Aiuti italiani per i profughi nigeriani di Boko Haram rifugiati in Camerun. Allarme bambine kamikaze

In fuga da Boko Haram. Rifugiati nigeriani in Camerun
Kit d'emergenza e beni di prima necessità sono stati inviati dall'Italia per aiutare migliaia di persone fuggite in seguito alle rappresaglie dei terroristi nigeriani. L'organizzazione Intersos provvederà a distribuire il materiale che aiuterà più di duemila famiglie.

È arrivato a Matoua, nel nord del Camerun il volo partito dal Ghana che grazie all'impegno della cooperazione italiana porterà beni di prima necessità agli sfollati fuggiti in seguito alle rappresaglie di Boko Haram in Nigeria. Grazie all'impegno italiano l'ONG Intersos che da anni opera sul campo potrà distribuire prodotti preziosi a migliaia di famiglie intrappolate in una vita di stenti e difficoltà.

Una goccia nell'oceano. Il valore del cargo si aggira intorno ai 120 mila euro cui vanno aggiunti i 350mila che gli Affari esteri e la cooperazione internazionale hanno messo a disposizione dell'organizzazione internazionale per le migrazioni. Il carico consiste in 12 tonnellate di aiuti e beni di prima necessità destinati a 2505 famiglie sfollate e 380 comunità ospitanti all'interno del distretto di Mayo Sava. "Le famiglie sfollate sono fuggite senza poter portare nulla con loro, vivono accampate nei villaggi che le ospitano sotto ripari precari, donne, bambini, anziani esposti al freddo della notte, alla sabbia, al rischio di malaria".

Aiuti preziosi ma non risolutivi. Zanzariere, sistemi di distribuzione e conservazione dell'acqua potabile, materiali igienici sono solo alcuni dei prodotti distribuiti dall'organizzazione. Un aiuto prezioso, ma non risolutivo per le migliaia di persone che vivono ogni giorno il dramma di aver perso tutto. "Sono migliaia le persone che non hanno accesso ai servizi vitali, l'acqua inizia a scarseggiare sia per la popolazione locale che per gli sfollati. Le devastazioni prodotte dalle incursioni delle milizie di Boko Haram impediscono le attività agricole e commerciali e stanno privando queste famiglie dei mezzi di sostentamento. Con l'arrivo della stagione delle piogge questa situazione non potrà che peggiorare".

L'avanzata non si ferma. Dopo aver seminato terrore e distruzione in Nigeria, il gruppo terroristico Boko Haram è arrivato anche nel nord del Camerun. Il dilagare di attentati e rappresaglie costringe sempre più persone ad abbandonare le proprie case e fuggire. Secondo le Nazioni Unite nel nord del Camerun tra sfollati interni e profughi nigeriani più di 74 mila persone hanno bisogno d'aiuto. Mentre i governi dell'area continuano a rispondere inadeguatamente all'emergenza, l'escalation di violenza sembra inarrestabile. Stupri, rapimenti e attentati continuano a far tremare la popolazione intrappolata in una delle emergenze umanitarie peggiori al mondo.

Unicef, allarme bambine kamikaze. Miliziani di Boko Haram hanno ucciso una quarantina di persone e distrutto più di 400 edifici in un assalto avvenuto sabato nella città di Gubio nello Stato di Borno, nel nord-est della Nigeria. Quest''ultimo attacco, secondo una fonte militare ha coinvolto circa 50 membri del gruppo estremista islamico ed è durato circa cinque ore nel pomeriggio di sabato. Si è venuto a sapere dell'attacco solo ieri a causa delle difficili reti di telecomunicazioni nella regione nord-orientale della Nigeria.

"Sono arrivati sparando e minacciando di uccidere tutti. Hanno dato fuoco a molte case, bruciato auto e moto. I terroristi hanno ucciso decine di persone, tra cui due ragazzi". Gli edifici che sono stati bruciati dai miliziani Boko Haram includono otto moschee, quattro scuole e un edificio governativo locale.

Boko Haram è stato cacciato da quasi tutto il territorio che aveva conquistato grazie alle offensive condotte dalle forze armate della Nigeria sostenuti dai soldati dagli stati confinanti del Ciad, Niger e Camerun negli ultimi mesi. La minaccia comunque non sembra essere finita.

Fonti militari ritengono che la maggior parte dei militanti di Boko Haram si siano ritirati nella foresta di Sambisa nel nord-est del paese. Una serie di operazioni militari nella foresta hanno portato alla liberazione di molte donne bambini ostaggi del gruppo.

Nei primi cinque mesi del 2015 un maggior numero di donne e bambine sono state usate per attacchi suicidi nella Nigeria nordorientale. Nell'intero 2014 vi sono stati 26 attacchi suicidi e già 27 nei primi mesi del 2015, in quasi tutti sono state coinvolte donne e bambine kamikaze.

Secondo l'Unicef "Le bambine sono le prime vittime, non le responsabili. Le bambine non decidono gli attacchi suicidi ma vengono sfruttate dagli adulti nel modo più terribile possibile".
(Fonti Intersos e BBC)


martedì 26 maggio 2015

Nigeria. Paese ricco di petrolio ma povero di benzina

La Nigeria senza carburante. La più grande economia dell'Africa è in grossa difficoltà per le proteste di benzinai e fornitori, le principali aziende hanno tagliato i servizi.

La scarsità di petrolio ha portato a una situazione di paralisi in tutto il paese, visto che la rete elettrica non è efficiente, i prezzi della benzina al mercato nero sono aumentati molto velocemente e hanno raggiunto prezzi altissimi. Inoltre sono state colpite molte aziende dei settori più ampi e hanno annunciato tagli e disservizi: si va dalle società di telecomunicazioni come MTM, che ha 50 milioni di abbonati, a quelle di telefonia (spesso le torri di rete locali, così come la maggior parte delle abitazioni private, sono alimentate da generatori a diesel). Le banche che hanno chiuso filiali o ridotto gli orari di apertura, le aziende di trasporti e le principali compagnie aeree del paese (come Arik Air e Aero Contractors) sono state costrette a cancellare diversi voli. I voli internazionali sono inoltre costretti a atterrare nei paesi vicini per fare rifornimento.

Da un mese i distributori sono in sciopero per protestare contro il prezzo fisso del carburante imposto dal governo, in un paese, che pur essendo il più grande produttore di petrolio d'Africa (2,5 milioni di barili di greggio al giorno), dipende in larga parte dai prodotti petroliferi raffinati all'estero a causa della mancanza strutturale di raffinerie locali.

Per calmierare i prezzi alla vendita il governo ha stabilito un prezzo fisso di 0,44 dollari al litro. Tuttavia i rivenditori di carburante e i gestori delle pompe di benzina devono acquistare dall'estero i prodotti petroliferi a prezzo di mercato, per questo accusano il governo di aver contratto un debito con loro di circa un miliardo di dollari, l’equivalente delle perdite riportate a causa della differenza tra il prezzo fisso imposto dallo stato e il costo delle importazioni.

La Nigeria è uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa. Nonostante questo, però, dipende dalle importazioni di prodotti raffinati poiché sul suo territorio non ci sono raffinerie. Le proteste e le interruzioni delle forniture sono cominciate circa un mese fa, contro la decisione del governo di imporre un prezzo fisso del carburante (87 naira al litro, corrispondenti a 0,44 dollari).

I rivenditori e i gestori delle pompe di benzina devono però acquistare all’estero i prodotti petroliferi a prezzo di mercato e accusano il governo di aver accumulato con loro un debito di quasi un miliardo di dollari, calcolato come differenza tra il prezzo fisso imposto dallo Stato e il costo delle importazioni.

La crisi arriva in un momento molto delicato per la Nigeria. Il prossimo 29 maggio si insedierà ufficialmente il nuovo governo del presidente Muhammadu Buhari e si attende l’arrivo di circa 50 leader politici e capi di Stato da tutto il mondo. Il partito del nuovo presidente ha accusato il governo uscente di "sabotaggio" per non essersi occupato della crisi.
(Fonte Ansa)




Africa Libera
Via dall'Africa chi "ruba" all'Africa .. Sono stanca del "razzismo" degli italiani, ho cercato di capire, ho cercato di comprendere, ma adesso basta. L'impoverimento dell'Africa è colpa dell'Europa, quella stessa Europa che "rifiuta" di accogliere i miei fratelli africani. Ogni giorno sopporto l'odio di "troppi" italiani, è ora che l'ENI, e tutte le altre compagnie e multinazionali che stanno sfruttando l'Africa .. SE NE VADANO VIA DALL'AFRICA.



domenica 24 maggio 2015

Tanzania, il colera varca i confini assieme ai rifugiati burundesi

Profughi del Burundi sul Lago Tanganica
Mentre è ancora in corso la fuga di rifugiati burundesi verso i paesi confinanti, l'epidemia di colera è diventata una nuova, preoccupante e crescente complicazione. A dichiararla è stato il Governo della Tanzania questa settimana, individuando il focolaio nell'area di Kigoma nei pressi del lago Tanganica, dove si trovano molti rifugiati.

I primi decessi tra locali e profughi. Finora, circa 31 persone sono morte a causa della malattia, tra cui 29 rifugiati e 2 locali. I decessi sono avvenuti nella città portuale di Kigoma, sul lago Tanganica, nei vicini villaggi di Kagunga e NyarugusuL'epidemia è in fase di peggioramento.

Ad oggi, sono circa 3.000 i casi di colera riportati e i numeri totali crescono di 300-400 nuovi casi al giorno, in particolare a Kagunga e nelle aree circostanti. A questo ritmo, sono previsti ulteriori nuovi casi nei prossimi giorni e finché la situazione non verrà messa sotto controllo. Sono essenziali misure preventive per il miglioramento di potabilità dell'acqua e condizioni sanitarie, e i primi due giorni di trattamento sono particolarmente importanti per reidratare le persone.

All'origine solo le pessime condizioni igieniche. Il colera si trasmette bevendo e mangiando acqua e cibo contaminati. Nonostante sia necessaria una valutazione epidemiologica che consenta di determinare l'origine precisa della malattia, si pensa che le cause possano essere le precarie condizioni igieniche e di sovraffollamento a Kagunga, un piccolo villaggio sul lago con strutture sanitarie limitate, ed il consumo d'acqua proveniente dal lago stesso. Inoltre, il colera è endemico in alcune zone dell'area.

Il lavoro dell'ONU e delle ONG. L'UNHCR lavora con il Ministero della Salute della Tanzania e coordina un team di risposta insieme alle altre Agenzie delle Nazioni Unite ed ONG partner, per rispondere all'epidemia con assistenza sanitaria d'emergenza, acqua potabile e misure igienico- sanitarie. Queste includono la fornitura d'acqua potabile, medicine aviotrasportate, dispositivi di protezione individuale, strumenti per l'approvvigionamento idrico ed altro ancora, per i rifugiati e per le strutture sanitarie gestite dal governo.

Oggi 8 litri d'acqua a testa al giorno e 94 latrine. I rifugiati colpiti sono in cura nei nuovi Centri per la Cura del Colera, gestiti dall'ONG International Rescue Committée a Kagunga e Kigoma, e dalla Croce Rossa della Tanzania nel campo rifugiati di Nyaragusu. Un team di Medici Senza Frontiere è arrivato sul posto e sta ora lavorando per incrementare la capacità dei centri. L'UNHCR, insieme al governo della Tanzania ed alle Agenzie ONU e NGO partner, sta fornendo soluzioni orali per la reidratazione, sapone e tavolette per purificare l'acqua e sta aumentando le strutture per l'igiene personale.

La priorità è uscire da Kuganga. La priorità principale rimane il trasferimento dei rifugiati fuori da Kagunga a causa della difficile situazione, ma l'UNHCR sta anche lavorando per garantire migliore accesso ad acqua potabile e promuovere misure sanitarie. Con l'aiuto di leader comunitari e volontari, vengono promossi messaggi in favore della salute pubblica, ai punti di distribuzione dell'acqua e igiene personale. Le stesse misure sono in corso di implementazione per la comunità locale nelle aree circostanti. Inoltre, l'Agenzia sta decontaminando navi, pullman, e veicoli che trasportano i rifugiati. Sono stati infine creati punti per l'igiene personale a bordo delle barche.

Gli ultimi arrivi. Dall'inizio di maggio, oltre 70.000 rifugiati del Burundi sono fuggiti in Tanzania. La maggior parte di loro è arrivata nella penisola di Kagunga, circondata da una ripida catena montuosa sul lato della Tanzania. Con questi ultimi arrivi, sono ormai circa 100.000 i rifugiati del Burundi in Tanzania, Rwanda, Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Anche senza l'epidemia di colera, continua ad aumentare la pressione nella regione circostante e si teme che il numero di rifugiati possa raddoppiare nei prossimi sei mesi. L'UNHCR e i suoi partner hanno presentato un Piano di Risposta Regionale alla crisi, che mira a proteggere ed assistere fino a 200.000 rifugiati del Burundi nei paesi circostanti.
(Fonte La Repubblica)