giovedì 30 aprile 2015

Repubblica Centrafricana, soldati francesi accusati di abusi sui bambini

Campo Profughi, Repubblica Centrafricana
Soldati francesi del contingente di pace ONU nella Repubblica Centrafricana sono stati accusati di aver abusato sessualmente bambini e bambine di 8 anni in cambio di cibo e soldi. Circa 10 minori hanno dichiarato di aver subito violenze, fra il dicembre 2013 e il Giugno 2014, in un centro per i rifugiati nei pressi dell’aeroporto di Bangui. Lo riporta un rapporto dell'ONU trapelato nel luglio 2014, ma che viene diffuso solo in questi giorni. Persone "infami" il cui unico scopo è difendere una popolazione che soffre ed invece "violentano" i bambini.

Le violenze, ripetute e continuate per ben sei mesi, hanno visto protagonisti militari dell'esercito francese inquadrati nella missione di Pace delle Nazioni Unite (MINUSCA United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic) che hanno preteso favori sessuali ad almeno 10, tra bambini e bambine, ospiti di un campo profughi nei pressi Bangui in cambio di soldi o cibo.

In un comunicato, il Ministro della Difesa francese dichiara che Parigi era stata messa al corrente della vicenda lo scorso luglio dall'Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani. Circa 10 bambini hanno dichiarato di aver subito violenze, fra il dicembre 2013 e il giugno 2014, in un centro per i rifugiati nei pressi dell’aeroporto di Bangui.

Un’inchiesta è stata avviata dai procuratori di Parigi per far luce sulla vicenda, e il ministro della difesa francese ha promesso che verranno prese tutte le misure necessarie per accertare i fatti. "In caso di evidenze che confermino le accuse, saranno adottate le pene più severe nei confronti dei responsabili".

Il portavoce ONU, Farhan Haq, ha confermato che investigatori delle Nazioni Unite sui diritti umani stavano svolgendo un’indagine in seguito all'emergere di pesanti accuse di violenze su minori e sfruttamento sessuale da parte di truppe francesi. Un membro dello staff era stato sospeso per aver fatto trapelare la notizia lo scorso luglio.

Nonostante l’esercito francese abbia dichiarato di aver aperto indagini sulla vicenda degli abusi, l’incidente rappresenta una causa di forte imbarazzo all'interno delle Nazioni Unite. "Fino ad ora, l’unica persona ad essere stata punita per qualcosa è stato quel funzionario ONU sui diritti umani che aveva fatto trapelare la notizia".

Come a dire che non c'è nessuna volontà, da parte dei francesi, di accertare la verità. Si preferisce "punire" il funzionario ONU che denunciato l'orrore piuttosto che punire con estrema severità i veri colpevoli dell'orrore. Una macchia, e non è la sola, nelle missioni ONU in Africa.
(Fonte New York Times Africa)



Nigeria, proseguono le operazioni contro Boko Haram. Liberati anche 100 bambini

L’avanzata dell’esercito ha permesso la liberazione di altri 160 ostaggi. Dell’ultimo gruppo di ostaggi liberati fanno parte "circa 60 donne di tutte le età e 100 bambini".

Le ragazze liberate martedì scorso dai campi di Boko Haram sono originarie del villaggio di Gumsuri, nella parte meridionale dello stato nigeriano di Borno. Non si tratta dunque delle ragazze Chibok sequestrate nell'aprile 2014, delle quali si è persa al momento ogni traccia. Le ragazze di Gumsuri erano state rapite dagli estremisti islamici nel dicembre 2014. Prima di intervistarle per accertarne l’identità, l’esercito ha fornito loro assistenza medica.

Intanto continuano i combattimenti nella foresta di Sambisa. Secondo le informazioni riportate dalla stampa nigeriana, le forze armate hanno attaccato diversi campi di addestramento degli estremisti, impadronendosi di importanti quantità di materiali bellici. Avrebbero ucciso, secondo le fonti, diversi comandanti di Boko Haram, di cui non è stata specificata l’identità né l’effettivo ruolo nel gruppo.
(fonte CNN Africa)


mercoledì 29 aprile 2015

Ebola, il punto sull'epidemia

Cartellone per sensibilizzare sull'epidemia di ebola in Guinea

I casi di contagio di Ebola sono in netto calo nei tre paesi dell'Africa occidentale più colpiti dall'epidemia (Sierra Leone, Liberia, Guinea) e le basi per costruire ottimismo non mancano. Ora però lo sforzo dev'essere indirizzato sul ripristino dei deboli sistemi sanitari. Causa principale di questa tragedia e quindi presupposto per impedirne di nuove.

L’epidemia di Ebola, che da oltre un anno flagella l’Africa occidentale, sarà "sotto controllo entro agosto". La rassicurazione, se di questo si tratta, arriva da Ismail Ould Cheikh Ahmed, capo della missione ONU contro il virus che ha già causato oltre diecimila morti.

Da parte del rappresentante Onu, tuttavia, arriva anche l’ammissione di alcune colpe delle organizzazioni internazionali, che hanno sottovalutato il pericolo e la velocità del contagio. "Quando il virus ha iniziato a colpire c’era una mancanza di conoscenza e anche un certo grado di arroganza, ma penso che ora stiamo imparando la lezione. Abbiamo finora evitato di fornire una data di risoluzione del problema, ma sono abbastanza sicuro che il virus dell’Ebola sarà sotto controllo e non rintracciabile entro la fine dell'estate". Quando le organizzazioni internazionali dichiararono l’emergenza, nell'estate 2014, la malattia aveva già ucciso oltre mille persone.

Diseguaglianza sanitaria. I contagi in diminuzione però l’allerta è ancora elevata. È necessario concentrare l’attenzione e le energie, oltre che ogni sforzo, nella ricostruzione dei sistemi sanitari, già deboli prima dell’epidemia e che oggi sono al collasso, nei tre paesi più colpiti e cioè Liberia, Sierra Leone e Guinea.

Un mondo sano è un mondo in cui i sistemi sanitari sono più forti. Più di ogni altra cosa il virus ebola è stato il sintomo di sistemi sanitari deboli. Se confrontiamo i numeri del 2012 sui sistemi sanitari di alcuni Paesi in cui si sono avute morti per Ebola, nell'attuale epidemia, riscontriamo che in Spagna i dottori erano 370 per ogni 100mila abitanti, in Usa 245, in Sierra Leone poco più di due, in Liberia più di uno e in Guinea uno. (dati The Economist) Già questo determina una differenza abissale tra il mondo ricco e il cosiddetto mondo povero, una "diseguaglianza in salute" da eliminare.

Da epidemia a pandemia. È quasi scontato che proprio in questi paesi scoppino epidemie che fanno migliaia di morti. "Se lo scoppio di un'epidemia è inevitabile, la sua trasformazione in pandemia, no. Non è un caso che i tre paesi maggiormente colpiti siano tra quelli che in Africa hanno investito meno sulla salute e sul rafforzamento dei sistemi sanitari. Le cose non cambieranno se non si porrà attenzione sulla fragilità dei sistemi sanitari e se si continuerà a porre enfasi su pratiche inappropriate e rischiose come la caccia, il consumo di selvaggina o sui rituali funebri che favoriscono il contagio e la diffusione".

Per dare un'idea completa del rapporto "salute-Africa" basta prendere ad esempio i dati dell’agosto 2014, su alcune cause di morte nei tre paesi più colpiti da Ebola (Sierra Leone, Guinea e Liberia). In quello che è stato uno dei mesi più drammatici per l'epidemia, morivano per Ebola 4 persone al giorno, mentre per diarrea 404, per malaria 552 e Hiv-Aids 685. Come si vede l’ebola è uno fra i tanti drammi africani legati alla mala-sanità e nemmeno il più grave.

La ricetta per vincere. L'obiettivo è quello di aiutare le persone e le loro comunità a tornare alla vita normale. È fondamentale la ricostruzione e l’adeguamento delle strutture sanitarie locali, che devono diventare dei veri e propri presidi per anticipare e prevenire nuovi focolai.

I dati sull'epidemia di Ebola iniziano ad essere migliori rispetto ai mesi passati. Il numero dei contagi registrati (1.635 a febbraio, 1.244 a marzo) e dei decessi (871 a febbraio, 653 a marzo) è in graduale calo ma è importante che l'attenzione internazionale non si spenga proprio in questo momento. Questo è il tempo in cui bisogna rimanere vigili e continuare a formare il personale proprio in quei luoghi dove il livello di conoscenza sui metodi di prevenzione è molto basso e la penuria di infrastrutture limita l'accesso ai servizi di base.

Lavorare per rendere un mondo più sano, passando attraverso il rafforzamento dei "sistemi salute" dei vari paesi, permetterà di affrontare meglio virus come Ebola, quindi, ma ciò non porterebbe solo a questo beneficio perché aiuterebbe anche a incrementare lo sviluppo economico.

Una recente stima ripresa dall'OMS riportava che, ad ogni aumento del 10% dell'aspettativa di vita alla nascita, corrisponde una crescita economica solo dello 0,4% all'anno.
(fonte dati Nigrizia)

Un anno di Ebola in Africa
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Mali, truppe ONU attaccate a Timbuktu. Pace a rischio

Timbuktu, Mali
Ribelli tuareg hanno sparato contro le forze di pace dell'ONU appena fuori della città di Timbuktu nel Mali settentrionale in un attacco che mette nuovamente a repentaglio il processo di pace avviato nel paese. Notizia confermata anche nel sito della missione delle Nazioni Unite in Mali, MINUSMA.

Contemporaneamente in un'altra città del nord, Ménaka, sono di nuovo scoppiati combattimenti perché i ribelli separatisti hanno cercato di strappare di nuovo la cittadina ai gruppi armati filo-governativi che l'avevano conquistata il giorno precedente. Secondo testimonianze riportate dalla stampa locale, non verificabili in maniera indipendente, sarebbero stati varie decine i morti negli scontri, 70 tra i miliziani del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) e 11 tra quelli del Gatia che ha preso il controllo della località.

Mongi Hamdi, inviato speciale delle Nazioni Unite in Mali, ha detto che il Coordinamento dei Movimenti Azawad (Cma), coalizione che racchiude e coordina al suo interno diversi gruppi tuareg e gruppi separatisti arabi, ha rivendicato la responsabilità dell'attacco di ieri contro le forze di pace nella periferia di Timbuktu.

"L'episodio è avvenuto nella prima mattinata quando veicoli della MINUSMA sono stati presi di mira dal CMA. Non ci sono vittime. Il Cma ha dichiarato che si è trattato di un errore e che non era loro intenzione attaccare l'ONU"

"Questi due eventi (Timbuktu e Menaka nei giorni scorsi) sono estremamente preoccupanti, perché mettono in pericolo il processo di pace"



Sud Sudan, si aggravano i combattimenti tra le opposte fazioni

Medici Senza Frontiere (MSF) ha denunciato il rapidissimo aggravarsi della situazione nello stato di Upper Nile, uno dei più colpiti dalla guerra civile nel Paese, a causa dei combattimenti tra gruppi diversi all’interno dell’esercito governativo, Splm-Juba faction, fedele a Salva Kiir.

I pesanti scontri armati hanno provocato, secondo MSF, lo spostamento di migliaia di famiglie, già ospitate in campi attrezzati, in zone dove non operano al momento organizzazioni umanitarie. Una situazione che, con l’approssimarsi della stagione delle piogge, metterà ad alto rischio la vita di molte persone.

MSF aggiunge che gli scontri nella capitale, Malakal, hanno determinato la richiesta di protezione alla missione di pace da parte di diverse migliaia di persone. Ora, nel campo per la protezione dei civili, allestito fin dal dicembre del 2013 e difeso dai caschi blu, ci sono più di 26.000 persone. Il sovraffollamento fa aumentare sensibilmente il rischio di epidemie, sia per la scarsità di acqua che per le condizioni igieniche già precarie.

Il timore concreto è che che gli scontri iniziati la scorsa settimana tra i soldati dinka fedeli a Kiir e gli shilluk fedeli a Johnson Olony (ex-capo ribelle, integrato con i suoi armati nell’esercito governativo) possano assumere connotazioni etniche.


Nigeria, liberate 293 ragazze rapite da Boko Haram

L'esercito nigeriano ha liberato 200 ragazze e 93 donne in un'area controllata da Boko Haram, sottolineando però che fra gli ostaggi tratti in salvo non ci sarebbero le ragazze rapite in una scuola di Chibok nell'aprile del 2014. Donne e ragazze sono state liberate nel corso di operazioni militari culminate nella distruzione di quattro campi di Boko Haram all'interno della foresta di Sambisa.

Ragazze e donne erano tenute prigioniere in "quartier generali" fortificati che Boko Haram utilizzava come nascondigli, e ora ritornati sotto il controllo dell'esercito nigeriano. Lo hanno fatto sapere le stesse forze armate nigeriane via Twitter "Le truppe questo pomeriggio hanno salvato 200 ragazze e 93 donne che erano prigioniere di Boko Haram nella foresta di Sambisa".

Qualche ora dopo l’operazione il colonnello Sami Usman, portavoce dell’esercito nigeriano, ha chiarito che tra le 200 ragazze liberate nella foresta Sambisa non ci sono le liceali rapite l’anno scorso a Chibok. Da alcune settimane l'esercito nigeriano in collaborazione con gli eserciti di Niger, Ciad e Camerun sta conducendo un'offensiva con i miliziani islamici di Boko Haram nelle regioni del nord-est della Nigeria.

Da giorni è inoltre in atto un capillare rastrellamento dei quattro eserciti proprio nella foresta di Sambisa, dove i miliziani islamici in fuga si sono rifugiati e dove ancora resistono decine di campi jihadisti nascosti nella folta vegetazione, in un terreno impervio e inospitale, ma che Boko Haram conosce alla perfezione.

Le ragazze liberate in questi giorni erano tenute prigioniere nei quattro diversi "campi" nella foresta di Sambisa che Boko Haram utilizzava come quartier generale o rifugi e che ora sono sotto il controllo dell'esercito nigeriano.

Centinaia di cadaveri, molti ridotti a scheletri, sotterrati in fosse comuni o lasciati a marcire nella foresta, in mezzo ai sentieri, nel letto del fiume in secca, nelle case date alle fiamme sono stati scoperti a Damasak, una delle tante città liberate in queste settimane - leggi -



Come aiutare il Nepal

Nepal - Bambino in Campo Profughi
Diverse organizzazioni umanitarie hanno lanciato un appello di raccolta fondi per garantire sostegno alla popolazione in Nepal. Sono più di sei milioni i cittadini coinvolti dai danni del sisma. Il terremoto che ha colpito il Nepal tra il 25 a il 26 aprile, con due scosse di 7,9 e 6,7 gradi, ha distrutto villaggi, causato il crollo di numerose case e monumenti nella capitale Kathmandu.

Secondo l’ultimo bilancio i morti potrebbe arrivare a diecimila, i feriti migliaia. Migliaia di persone sono ancora sotto le macerie e ai superstiti non è garantito l’accesso ai servizi essenziali. Molte le organizzazioni umanitarie che sono già sul posto per aiutare la popolazione.

Ecco una lista delle ONG che si possono sostenere con una donazione
Cliccare sul nome della  ONG per visualizzare il suo sito

AGIRE, l’agenzia italiana di risposta all'emergenza, ha attivato un appello di emergenza per la raccolta fondi, attraverso cui quattro organizzazioni della rete, Action Aid, Cesvi, Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini, possono fornire i soccorsi nelle aree dove l’impatto del terremoto è stato peggiore.

La Croce Rossa ha attivato una pagina dedicata al ricongiungimento dei familiari delle vittime del terremoto - vedi - I familiari hanno la possibilità di inserire i dati dei propri cari in maniera tale da essere allertati in caso di ritrovamento. Si può anche sostenere l’intervento in loco con una donazione.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) fornisce servizi di prima assistenza per le persone rimaste senza casa dopo il sisma, come tende, lampade solari, acqua potabile.

UNICEF ha mobilitato i suoi operatori per garantire protezione ai bambini colpiti dal terremoto, con l’invio di tavolette per la potabilizzazione dell’acqua, kit per l’igiene, teloni e scorte alimentari.

Save the Children ha lanciato l’allarme per il rischio ipotermia per decine di migliaia di bambini. Sta intervenendo con distribuzione di ripari, kit igienici, di prima necessità e kit per neonati, per sostenere le donne che hanno appena partorito.

Medici Senza Frontiere (MSF) sta inviando otto squadre di personale medico e non medico con materiali chirurgici, cliniche mobili, acqua, servizi igienico sanitari e generi di prima necessità.

Amici dei Bambini (AIBI) lavora in Nepal dal 2006 con progetti nella valle di Kathmandu, dove il numero dei bambini a rischio di abbandono e abbandonati è altissimo. Per il terremoto ha aperto un centro di prima accoglienza per la distribuzione di acqua e generi alimentari.

La Caritas ha avviato una raccolta di fondi per sostenere le famiglie più vulnerabili, con minori, anziani e disabili.

WeWorld opera in Nepal, da dove arrivano i racconti dei cooperanti sulla situazione del paese, servono acqua, cibo e cure mediche.


martedì 28 aprile 2015

Orrore in Nigeria, scoperti centinaia di corpi decomposti a Damasak

Damasak distrutta
È l'ennesimo orrore venuto alla luce mano a mano che città e villaggi ritornano sotto il controllo governativo.

Centinaia di corpi decomposti, compresi quelli di donne e bambini, sono stati scoperti da un comitato governativo inviato a Damasak, nello stato nigeriano del Borno, dopo che la città è stata riconquistata dall'esercito. Il comitato istituito dal governatore del Borno, Kashim Shettima, per stimare il livello di distruzione nelle aree occupate dagli islamisti, ha come obiettivo quello di ripristinare i servizi essenziali e rendere nuovamente abitabili le aree precedentemente occupate dai militanti islamici.

I corpi sono stati trovati nelle case, nelle strade, nel fiume e in una ventina di fosse comuni. Secondo alcuni testimoni le vittime sarebbero circa 400. È l’ennesimo massacro dei Boko Haram.

La cittadina di Damasak, fino a un mese fa era sotto il controllo dei jihadisti. Si tratta del secondo ritrovamento di civili massacrati, anche subito dopo la riconquista della città era stata scoperta una fossa comune con un centinaio di corpi.

Sempre nel nord-est del Paese, nei pressi del villaggio di Bultaram, altre 21 persone sono state uccise dai miliziani. Gli uomini rimasti uccisi stavano cercando di raggiungere le loro case per fare scorta di provviste, quando sono stati oggetto di un’imboscata da parte di persone armate che fanno parte delle milizie di Boko Haram.

Gujba è uno dei tanti distretti dello Stato di Yobe che Boko Haram è riuscito a occupare durante le offensive lanciate lo scorso anno. Molti degli abitanti della zona sono fuggiti dalle loro case, cercando rifugio nella capitale Damaturu. L’esercito nigeriano ha lanciato nel febbraio del 2015 un’operazione militare congiunta con le forze di Ciad, Camerun e Niger, grazie alla quale molte delle aree nello stato di Yobe sono state liberate.

In questi giorni l'ex presidente, Goodluck Jonathan, ha incoraggiato le persone a ritornare nelle proprie case, dichiarando buona parte del nord-est come un territorio sicuro e pacificato. Tuttavia i leader delle comunità locali hanno avvertito i civili del rischio ancora concreto di attacchi da parte di gruppi di militanti jihadisti allo sbando, in particolare in quelle aree più remote, come Gujba, dove la presenza dell’esercito è ancora limitata.




Repubblica Centrafricana, la più grave crisi dimenticata del nostro tempo

Profughi, Repubblica Centrafricana
L’Alto Commissario dell'ONU per i Rifugiati (UNHCR) diffonde dati disastrosi sulla Repubblica Centrafricana. Sono 2,7 milioni su un totale di 4,6 milioni gli abitanti del paese che necessitano di assistenza umanitaria, ovvero il 60% della popolazione.

Con quasi 900.000 persone della Repubblica Centrafricana (CAR) sfollate dallo scoppio delle violenze a dicembre 2013, la crisi della CAR sta rapidamente diventando la più grande crisi umanitaria dimenticata del nostro tempo. 460.000 persone sono rifugiate nei paesi vicini (Camerun, Ciad, Congo e Repubblica Democratica del Congo) mentre circa 436.000 persone risultano ad oggi sfollate. In totale 2,7 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari.

Ciò nonostante, sia i programmi di assistenza umanitaria per la Repubblica Centrafricana che il Piano di Risposta Regionale per i Rifugiati rimangono pesantemente sotto-finanziati: è stato garantito solo il 14% dei fondi necessari ai programmi all'interno della CAR, mentre i programmi per i rifugiati nei paesi vicini hanno raccolto solo per il 9% dei fondi.

"Dobbiamo impedire che la Repubblica Centrafricana diventi una crisi dimenticata in un paese martoriato dalla violenza dilagante. Il finanziamento attualmente disponibile per la risposta umanitaria strategica non ci permette di garantire la protezione di tutti i profughi o di fornire il sostegno minimo necessario per soddisfare gli enormi bisogni umanitari".

La violenza tra i vari gruppi armati continua ad affliggere il paese, soprattutto nella parte centrale, impedendo a molte persone di tornare a casa. Con il sostegno della comunità internazionale, le autorità attualmente in carica stanno operando per ripristinare l'ordine pubblico, permettendo ad alcuni di fare ritorno a casa.

L'UNHCR e i suoi partner stanno lavorando assiduamente per fornire un adeguato livello di assistenza ai rifugiati nei quattro paesi confinanti: Camerun, Ciad, Repubblica del Congo e Repubblica Democratica del Congo. Sono in corso le attività di protezione fondamentali come le operazioni di registrazione e il trasferimento dei rifugiati in aree più sicure dei paesi ospitanti. L'UNHCR continua a fornire l’assistenza umanitaria di base con l’obiettivo di riuscire a garantire altre attività importanti come l'istruzione primaria attualmente carente a causa della scarsità di fondi a disposizione.

"È fondamentale che la comunità internazionale non dimentichi la Repubblica Centrafricana. Sono stati compiuti progressi importanti e non possiamo permettere che queste conquiste siano vanificate dalla mancanza di fondi e sostegno".

Nei prossimi mesi sono in programma due momenti cruciali per il processo di pace. Il primo sarà il "Forum di Bangui" sulla Riconciliazione Nazionale che si terrà a maggio, nel quale si riuniranno tutti i partiti per affrontare le questioni politiche e di sicurezza al centro della crisi. Il secondo passaggio importante saranno le elezioni nazionali previste per il mese di agosto. La partecipazione di sfollati interni e rifugiati in entrambi i processi sarà fondamentale per la loro riuscita.

"Oltre ad un’immediata risposta umanitaria, noi chiediamo anche ai partner che lavorano per la transizione e la rapida ripresa di farsi avanti e di aiutare le famiglie a tornare in possesso dei loro mezzi di sussistenza. Abbiamo anche bisogno di soggetti che garantiscano le attività del sistema giudiziario per accelerare la lotta contro l'impunità per i crimini commessi nella crisi della Repubblica Centrafricana".
(Fonte Comunicato UNHCR del 27 aprile)


Terremoto in Nepal, si temono diecimila vittime

È un disastro umanitario. Le vittime del devastante terremoto che sabato ha colpito il Nepal potrebbero essere 10 mila. La conferma è arrivata direttamente dal premier nepalese Sushil Koirala che ha lanciato un appello alla comunità internazionale per affrontare l’emergenza dei feriti e degli sfollati. Il bilancio ufficiale, secondo gli ultimi aggiornamenti della polizia, parla di oltre 4.400 vittime. E l’emergenza nei luoghi colpiti resta gravissima. C’è urgente bisogno di tende, medicine e assistenza sanitaria. Per l’ONU sono state colpite del sisma 8 milioni di persone e di queste 1,4 milioni sono a corto di cibo, secondo l'Unicef almeno due milioni i bambini costretti al "gelo".

39 italiani da rintracciare. Tra le vittime ci sono anche 4 italiani. Le loro vite sono state portate via dalla valanga di neve, sassi e ghiaccio che dopo il sisma ha sepolto il villaggio di Langtang, a nord di Kathmandu. Altri 18 italiani sono stati rintracciati dalla Farnesina nella notte (in totale sono 347), ma 39 sono ancora "da rintracciare, non dispersi", spiega il ministro degli Esteri Gentiloni. Tra stanotte e domani, intanto, un primo gruppo di connazionali rientrerà in italia.

Ore di angoscia in tutta Europa. Sono tante le famiglie in tutto Europa che dal sisma di sabato vivono ore di angoscia. Questa è la stagione delle scalate e del trekking e si stima che siano circa 300.000 i turisti stranieri che si trovavano in questi giorni in Nepal e sull'Everest. In Francia mancano all'appello ben 676 persone, in Spagna 117 e in Gran Bretagna almeno 90.

Una donna sulle macerie di alcuni edifici crollati
Gli aiuti internazionali. Le Nazioni unite hanno sbloccato 15 milioni di dollari e anche l’amministrazione Obama ha aumentato gli aiuti dopo il devastante terremoto che ha colpito il Paese, mentre personale dell’esercito americano si unisce ai soccorritori nel Paese. Il segretario di Stato John Kerry ha promesso altri 9 milioni di dollari destinati a "risposta e ripresa", oltre al milione sbloccato sabato per le esigenze immediate. E sono tantissime le organizzazioni internazionali che stanno organizzando l'invio di materiale di primo soccorso.

La terra trema ancora. Intanto in Nepal la terra continua a tremare. Migliaia sono le scosse di assestamento che continuano a susseguirsi, alcune anche decisamente forti, della stessa intensità di quella che devastò L'Aquila nel 2006.

Kathmandu si è spostata di tre metri. Secondo gli esperti il terremoto ha spostato il terreno sotto l'area di Kathmandu fino a tre metri verso sud. L'analisi è dell’università di Cambridge. È improbabile, invece, che l’altezza dell’Everest sia cambiata.

Kathmandu in macerie vista da un drone (Video)

Drone su Kathmandu (Terremoto Nepal) di MarisDavis

Chibok e le altre ragazze rapite da Boko Haram

Non solo Chibok. Tutte le ragazze rapite da Boko Haram che gli hastag non ricordano. Poco più di un anno fa venivano rapite circa 300 ragazze dal villaggio di Chibok. Ma sono almeno 2.000 quelle sequestrate dai terroristi islamici in poco più di un anno.

Era di notte, e i terroristi nigeriani di Boko Haram assaltarono il villaggio di Chibok e rapirono dal dormitorio di una scuola circa 300 ragazze. Solo 57 sono riuscite a scappare, mentre 219 restano ancora nelle mani dei jihadisti in un luogo sconosciuto. Tredici sarebbero sicuramente morte, ma non esistono fonti certe.

Tirannia dell'hastag. La triste ricorrenza dell'anniversario ha riportato alla ribalta anche #BringBackOurGirls ma esattamente come un anno fa, anche oggi non è certo un hashtag che può risolvere le cose o portare sollievo alle famiglie delle rapite. I genitori, traditi dal presidente Goodluck Jonathan, non si fidano neanche del neoeletto Muhammadu Buhari, che ha promesso di riportarle indietro. "Sappiamo che le nostre figlie sono ancora vive e che le rivedremo. Dio ce le riporterà indietro".

Oltre duemila. Ma le ragazze di Chibok non sono le uniche ad essere nelle mani di Boko Haram. Gli hashtag sono selettivi ma come denunciato da Amnesty International, troppo spesso si dimentica che dall'inizio del 2014 sono almeno 2.000 le ragazze e le bambine rapite dai terroristi in decine e decine di attacchi diversi.

Non solo Chibok. Solo dalla città di Damasak, liberata il mese scorso dall'esercito nigeriano, sono state sequestrate circa 400 ragazze e bambine. A fine dicembre, altre 172 erano state prese a forza dal villaggio di Gumsuri. Almeno 60 sono state prelevate "casa per casa" a ottobre dai villaggi di Wagga e Gwarta. E chissà quante altre ce ne sono. Pure loro sono "our girls", anche se non c’è nessun hashtag a ricordarle.





Il Sudan accusa la missione ONU di aver ucciso 7 civili in Darfur

Profughi Darfur
Il governo di Khartoum ha attribuito a un contingente di pace in Darfur la responsabilità per la morte di 7 civili durante la scorsa settimana, minacciando di esacerbare le già precarie relazioni del Sudan con la missione internazionale dell’Unione Africana. La Missione delle Nazioni Unite in Sudan (Unamid) ha respinto le accuse, sostenendo che il contingente si è difeso da due attacchi avvenuti il 23 e 24 aprile con un bilancio di 4 assalitori morti e sei membri del contingente feriti.

Nell'ultimo anno il governo sudanese ha ripetutamente chiesto all'Unamid di lasciare il Paese, a partire dai tentativi della missione ONU di investigare su uno stupro di massa compiuto da soldati delle forze governative nella cittadina di Tabit, in Darfur. Episodio negato da Khartoum, che ha escluso un possibile coinvolgimento dei suoi soldati nella vicenda.

Secondo una dichiarazione del ministro degli esteri sudanese, il contingente di pace avrebbe ucciso 5 membri di una tribù nella località di Kass, 85 km. a nord-ovest di Nyala, mentre inseguiva alcuni banditi nel tentativo di recuperare un veicolo rubato. Il comunicato specifica che il contingente avrebbe aperto il fuoco sui civili altre due volte, uccidendo 2 persone.

La versione del governo è stata smentita da un comunicato dell'Unamid, che sostiene di aver risposto al fuoco di un gruppo di assalitori armati di fucili automatici. Sempre secondo l'Unamid sarebbe salito a 61 il bilancio dei morti fra i membri della missione ONU, avviata nel 2007 per contenere l’escalation di violenze fra governo sudanese e ribelli "non arabi" che si fronteggiano dal 2003.


Presidenziali Togo, l'uscente Gnassingbe verso la rielezione

Faure Gnassingbe
Nelle elezioni presidenziali di sabato in Togo, secondo dati provvisori provenienti dal sistema informatico elettorale di raccolta dati, il presidente togolese uscente Faure Gnassingbe dovrebbe essere rieletto con circa il 59% dei voti contro il 37% del suo principale rivale, Jean-Pierre Fabre.

Secondo indiscrezioni provenienti dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), che dovranno quindi essere confermate ufficialmente, la tendenza nazionale dei voti disegna la vittoria del presidente uscente Gnassingbe. Questi dati provengono dal sistema di conteggio informatico denominato Succes, un sistema si conteggio che però è contestato dall'opposizione.

Finora, secondo un membro della Ceni, che ha voluto rimanere anonimo, questi dati erano "completamente concordanti" con quelli ottenuti con il conteggio manuale nei seggi elettorali. In attesa dei risultati ufficiali, la Ceni continua a lavorare alla compilazione e alla verifica dei risultati delle commissioni locali.

Nel paese dell'Africa occidentale si attende l'annuncio ufficiale dei risultati provvisori (probabilmente in serata) mentre è in corso nei media e nei social network una guerra di numeri. Dalla fine del voto, infatti circolano risultati parziali il più delle volte contrastanti.

Per quanto riguarda l'affluenza alle urne, i dati dicono che è stata più bassa rispetto alle precedenti elezioni e sarebbe pari al 55% degli aventi diritto.

Il Togo è "classificato" un paese nel quale i diritti civili e politici sono parzialmente limitati. In questi anni ha attraversato una durissima crisi economica, quasi privo di risorse naturali, attualmente è sull'orlo di un vero e proprio "default". Nei mesi scorsi attraversato da imponenti manifestazioni di protesta, la rielezione di Gnassingbe certamente non cambierà l'attuale situazione di difficoltà.


lunedì 27 aprile 2015

Boko Haram attacca l'esercito del Niger sul lago Ciad

Lago Ciad, profughi
Almeno cinquanta soldati del Niger sono rimasti uccisi nel fine settimana durante un attacco degli islamisti di Boko Haram alla base militare di Karamga, sul lago Ciad situato sui confini di Camerun, Niger, Ciad e Nigeria.

Secondo una fonte della sicurezza del Niger i morti sarebbero 48, e 36 i dispersi.

Almeno duemila miliziani islamici, sopraggiunti con barche, hanno attaccato la base militare situata su un'isola del lago Ciad che in quel momento era difesa da circa 150 militari.

La base è ritornata sotto il pieno controllo dell'esercito nigeriano dopo alcune ore. Molte le perdite anche tra i miliziani islamici che hanno ripiegato in territorio nigeriano.


Libia, scontri a sud di Tripoli

Scontri a sud di Tripoli
L'esercito libico, fedele al generale Khalifa Haftar, ieri ha occupato la zona di Najla, a sud-ovest di Tripoli. Secondo quanto riferiscono gli abitanti della zona di al Sawani, intorno alla capitale libica, le forze di Haftar sono entrate sabato a Najla dopo ore di combattimenti con le milizie di "Alba", le quali invece si sono ritirate nell'area dell'aeroporto di Mitiga.

Le truppe di Haftar hanno superato la zona di Warshfana, lungo la costa, in direzione della capitale, fermandosi a Najla. Anche l'aviazione libica fedele a Haftar ha partecipato ai combattimenti compiendo alcuni raid aerei contro le milizie islamiche. Ora le truppe di Haftar si preparano ad attaccare la zona di Ghariyan.

I combattimenti in corso a ovest di Tripoli stanno avendo tra le varie conseguenze continui blackout. Negli ultimi due giorni la corrente è stata disponibile soltanto con varie interruzioni e per brevi periodi.

Secondo varie fonti locali, pochi sono attualmente i riflessi del dibattito europeo sui migarnti che si avvertono in Libia. I barconi continuano a partire e a mettere a rischio centinaia di vite.

Ban Ki-moon incontra RenziIntanto il segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon  ha incontrato il premier italiano Matteo Renzi per affrontare l'emergenza migranti. Intervistato da sull'ipotesi di bombardare i barconi in Libia prima che partano, ha detto di escludere qualsiasi soluzione militare. Un tema sul quale Italia e UE vorrebbero insistere al fine di colpire i trafficanti di uomini, ma è necessaria una risoluzione dell'ONU per qualsiasi azione di forza i Libia. Ipotesi sulla quale sembra esserci già una chiusura.

La sfida, ha spiegato Ban Ki-moon, non riguarda solo la migliore gestione dei soccorsi, ma è cruciale avere canali legali e regolari di immigrazione. "Asilo a chi fugge dalle guerre".


Repubblica Democratica del Congo, incursioni di ribelli ruandesi nel Nord Kiwu

Nord Kiwu (Repubblica Democratica del Congo)
Nella Repubblica Democratica del Congo, la situazione è confusa nell'est del paese, dopo un incursione dei ribelli ruandesi le cui cause non sono ancora note. Le autorità congolesi, in ogni caso hanno confermato che c'è stata effettivamente un'incursione di para-militari ruandesi in territorio congolese circa 120 km. a nord di Goma, nel Parco di Virunga, riserva che che si estende su entrambi i lati del confine (Congo e Rwanda).

Secondo il governatore del Nord Kiwu, Julien Paluku, ieri una pattuglia di ricognizione dell'esercito congolese accompagnata dai ranger del parco, ha potuto confermare la presenza di soldati ruandesi sulla collina Musangoti, a circa un km all'interno del territorio congolese.

All'avvicinarsi dei soldati congolesi, quelli ruandesi hanno aperto il fuoco, ha raccontato sempre il governatore. Julien Paluku ha quindi chiesto una verifica congiunta per avere riscontro anche da Kigali.

Ma se la presenza di militari ruandesi è confermata da fonti ufficiali sulla collina di Rutshuru, non è la sola. Infatti i residenti segnalano altri raid più a sud in direzione di Goma.

Sulla collina Ehu in particolare, a circa trenta chilometri da Goma. Decine di soldati ruandesi hanno attraversato il confine nella notte tra sabato e domenica e si sono diretti verso il Parco di Virunga. Delle testimonianze che non possono essere confermate ufficialmente. L'unica certezza è questa incursione non è la prima, perché già in giugno c'erano state dispute di confine fra i due paesi.

L'esercito di Congo da febbraio sta conducendo, inoltre, delle operazioni militari contro il gruppo ribelle hutu ruandese delle Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (FDLR). La presenza del gruppo sul suolo congolese è in passato servito come pretesto per una serie di interventi per la delimitazione dei confini.

Nella regione del Nord Kiwu è in atto un conflitto pluri-decennale per il controllo delle miniere di minerali preziosi della Repubblica Democratica del Congo.