mercoledì 30 dicembre 2015

Anche la Guinea dichiarata dell'OMS "Ebola Free"

Finito l'incubo "Ebola" anche in Guinea, ultimo dei paesi dell'Africa occidentale ad essere liberato dalla grave epidemia che lo ha visto colpito assieme alla Liberia e alla Sierra Leone.

A più di due anni dall'inizio dell’epidemia di Ebola la Guinea, il paese dove il virus ha colpito per primo, è ufficialmente "Ebola Free". Lo ha dichiarato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in un comunicato al termine del periodo di osservazione di 42 giorni necessario per ottenere lo status.

Adesso la Liberia resta l’unica nazione in cui deve ancora essere dichiarata la fine dell’epidemia, che in assenza di nuovi casi otterrà lo status a metà gennaio. In Sierra Leone, invece, l’epidemia era terminata ufficialmente a novembre.

In Guinea i residenti della capitale Conakry hanno accolto la notizia con un misto di sollievo e dolore, dal momento che il virus in Guinea si è lasciato alle spalle oltre 2.500 morti e ha portato danni sia all'economia che ai settori sanitario e dell'istruzione.

Il primo contagio era stato registrato nel dicembre 2013 a Gueckedou, una cittadina proprio vicino al confine con la Sierra Leone e la Liberia. Il contagio fu riscontrato su un bambino di due anni che verosimilmente è entrato in contatto con un pipistrello infetto.

Il virus si è poi diffuso proprio nei paesi confinanti, Liberia e Sierra Leone, e in altri sette stati. Da allora 6.200 bambini sono rimasti orfani e, stando ai dati dell'OMS, a livello globale i morti sono stati circa 11.300. La maggior parte dei casi e dei morti per il virus sono stati registrati proprio in Guinea e nei due Paesi vicini Liberia e Sierra Leone.

Ma l’OMS invita a non abbassare la guardia. "I prossimi mesi saranno assolutamente critici. I Paesi dovranno essere pienamente in grado di prevenire, identificare e rispondere ad eventuali nuovi casi. La persistenza limitata nel tempo del virus nei sopravvissuti che può causare nuove recrudescenze rende imperativo che i partner continuino a sostenere questi Paesi"

Ebola Situation Report WHO
(al 30 dicembre)

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lunedì 28 dicembre 2015

Weekend di sangue in Nigeria, Boko Haram fa almeno 80 morti in diversi attentati

Maiduguri
Raffica di attentati nel nord est della Nigeria, Boko Haram colpisce in particolare due città, Maiduguri e Magdali. Almeno 80 persone sono morte in diversi attacchi nel nord est della Nigeria. A Maiduguri sono 50 le vittime di granate e attentati kamikaze, mentre a Madagali due giovani donne si sono fatte esplodere in un mercato vicino ad un'affollata fermata degli autobus uccidendo altre 30 persone.

"Siamo sotto assedio. Non sappiamo quante bombe o donne suicida siano in città"

Maiduguri .. A Maiduguri, capitale dello Stato del Borno, 30 persone sono morte e 90 sono rimaste ferite in un primo attacco nella notte di domenica con esplosioni e sparatorie, mentre altre 20 sono state uccise questa mattina da una ragazzina kamikaze fuori da una moschea, nei pressi di un mercato affollato.

Altre due ragazze si sono fatte esplodere nel quartiere di Buraburin, sempre a Maiduguri, uccidendo diverse persone. I residenti hanno anche trovato anche ordigni inesplosi.

Madagali .. A Madagali, 150 km a sudest di Maiduguri, l'attacco kamikaze è stato confermato dal generale di brigata Victor Ezugwu, comandante per lo Stato di Adamawa, che ha tuttavia aggiunto che il bilancio delle vittime è di una trentina.

Gli attacchi dei fondamentalisti islamici appaiono come una sfida al presidente Muhammadu Buhari che la settimana scorsa aveva dichiarato che Boko Haram è "tecnicamente" sconfitto, ormai incapace di compiere attentati suicidi.
(Corriere della Sera)


sabato 26 dicembre 2015

Tragedia a Nnewi in Nigeria, esplode una cisterna. Almeno 100 le vittime

Effetti dell'esplosione
Sarebbero almeno 100 i morti in Nigeria nell'esplosione di un camion cisterna in un affollato distributore di gas, mentre centinaia di persone erano in fila per riempire le bombole da cucina. La tragedia è avvenuta a Nnewi, una comunità prevalentemente cristiana di etnia Igbo nel sud-est del Paese, nello Stato di Anambra. Centinaia i feriti, alcuni in gravissime condizioni.

L’esplosione sarebbe avvenuta verso le 11 del mattino della vigilia di Natale, quando un camion cisterna che aveva finito di scaricare gas presso un distributore è ripartito senza aspettare il tempo di raffreddamento prescritto. Un testimone racconta l’incendio e parla di un "effetto bomba", l’intera stazione di servizio, spiega, è stata avvolta da un denso fumo nero.

La Nigeria non è nuova ad incidenti simili, ma questa sembra essere una delle più gravi degli ultimi anni. In un paese ricco di petrolio è cronica la mancanza dei prodotti derivanti dalla raffinazione che vengono per la maggior parte importati, benzina, gasolio, metano da autotrazione e gas da cucina, scarseggiano ampiamente e spesso sono addirittura "razionati".

Le code interminabili ai distributori di carburante sono quindi frequenti e "normali". In questo caso si sarebbe trattato di un camion cisterna che era arrivato per rifornire il deposito di gas mentre centinaia di persone erano in attesa di riempire la propria bombola domestica.

A quanto sembra è da escludere l'attentato perché avvenuto molto al di fuori della zona dove operano gli integralisti islamici di Boko Haram.
(Fonte Naij.com)
Video del momento dell'esplosione



mercoledì 23 dicembre 2015

Un milione di bambini nigeriani non può andare a scuola. Boko Haram ha distrutto i loro sogni

Secondo l'Unicef, la violenza e gli attacchi contro le popolazioni civili perpetrati nel nord-est della Nigeria e nei paesi limitrofi hanno costretto più di un milione di bambini a lasciare la scuola. Bambini a cui è preclusa per sempre l'istruzione e il sapere.

A questo numero si aggiungono circa 11 milioni di minori in età scolare che erano già considerati tagliati fuori dalla scuola in Nigeria, Camerun, Ciad e Niger prima dell'inizio della crisi causata dall'integralismo islamico che quindi ha aggravato la situazione di un sistema scolastico che, in quelle regioni, era già decisamente carente.

"È un numero impressionante" ha detto Manuel Fontaine, direttore di Unicef dell'Africa Centrale e Occidentale. "Il conflitto ha dato un duro colpo all'istruzione in questa regione, e la violenza ha lasciato molti bambini fuori dalle aule scolastiche per più di un anno, facendo notevolmente aumentare il rischio di un totale abbandono scolastico"

Bambina che frequenta la scuola nel Campo Profughi
di Assaga nel sud del Niger (foto Unicef)
In tutta la Nigeria, il Camerun, il Ciad e il Niger, sono oltre duemila le scuole che attualmente restano chiuse a causa del conflitto, alcune di queste anche per più di un anno, mentre a centinaia sono state attaccate, saccheggiate o date alle fiamme. Nel nord del Camerun solo una su 135 scuole chiuse nel 2014 ha riaperto nel 2015.

Nel nord-est della Nigeria l'Unicef ha sostenuto 170 mila bambini affinché potessero tornare a scuola in aree più sicure dei tre stati più colpiti dal conflitto. Queste sono le uniche zone in cui è stato possibile riaprire la maggior parte delle strutture didattiche.

Nonostante tutto però molte aule sono gravemente sovraffollate e alcuni di questi edifici vengono ancora usati per ospitare un gran numero di sfollati. In queste scuole alcuni insegnanti, che sono sfuggiti ai combattimenti, devono fare il "doppio turno" affinché un numero sempre maggiore di bambini frequenti la scuola. In altre aree, invece, l'insicurezza, la paura di violenze e i continui attacchi impediscono a molti insegnanti di tornare in classe e gli stessi genitori vengono scoraggiati dal mandare i propri figli a scuola.

Nella sola Nigeria sono circa 600 gli insegnanti uccisi da Boko Haram solo negli ultimi due anni.
(Maris)
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martedì 22 dicembre 2015

Ancora orrore in Nigeria, ancora bambine usate come bombe

A pianificare e attuare l’ennesima feroce strage nello Stato di Borno (nord-est della Nigeria) sono stati i miliziani jihadisti di Boko Haram. E ancora una volta hanno usato tre ragazzine tra i 10 e i 15 anni che sono morte nella deflagrazione insieme ad altre sei persone.

L'attentato è avvenuto domenica sera verso le 20:30 ora locale (e italiana) nella zona di Beni Sheikh, un’area dove le truppe governative stanno conducendo una pesante operazione contro le basi dei Boko Haram e dove nella stessa giornata di domenica erano riusciti ad eliminare almeno 12 integralisti islamici.

L’atteggiamento delle tre ragazzine era sembrato "sospetto" ad un gruppo di civili del luogo, riuniti in "gruppi di autodifesa" in molte località della Nigeria nord-orientale. Qui i soldati governativi non sono in grado di proteggere la popolazioni da stupri, uccisioni, rapimenti, distruzioni di villaggi e terre coltivate. Villaggi piccoli e grandi si stanno spopolando, chi può fugge, ma chi è troppo debole non può far altro che restare in balia delle orde sanguinarie dei Boko Haram.

Per difendere la popolazione si sono moltiplicati i "gruppi civili di autodifesa" che domenica sera non sono riusciti a sventare l’attentato ma hanno potuto limitarne i danni. Quando le tre ragazzine sono stati fermate ad un check-point ed è iniziata la perquisizione, una di loro si è fatta saltare in aria, uccidendo anche le altre due e sei civili che si trovavano nei pressi del luogo, e ferendone 24 in modo grave.

"Di solito le giovani kamikaze, bambine e ragazze, hanno addosso l’esplosivo bloccato da catene e lucchetti ed è quindi praticamente impossibile togliere la bomba senza provocare una deflagrazione"

Sempre più spesso i Boko Haram mandano a compiere attentati suicidi donne e bambini, questi ultimi spesso inconsapevoli del fatto che stanno andando a morire. Secondo L'ONU e Amnesty International, la guerra scatenata dagli integralisti islamici nigeriani da oltre sei anni ha ucciso più di 20.000 persone. Quasi due milioni e mezzo di profughi hanno abbandonato tutto, alcuni sfollati all'interno della Nigeria ma in gran parte rifugiate nei Paesi confinanti.
(Maris)

giovedì 17 dicembre 2015

Sud Sudan, Human Rights Wacth denuncia l'uso massiccio di "bambini soldato" nel conflitto

A due anni dall'inizio del conflitto i difensori dei diritti umani di Human Rights Watch (HRW) hanno invitato i leader di governo e i ribelli del Sud Sudan a punire i comandanti accusati di reclutare migliaia di bambini soldato a combattere nella guerra civile in corso.

In un rapporto pubblicato nei giorni scorsi, HRW ha accusato più di 15 comandanti militari sia dell'Sudan People's Liberation Army (Spla) che delle forze ribelli del Sudan People's Liberation Army-In Opposition (Spla-Io), di aver costretto bambini a entrare nelle loro truppe.

L'agenzia delle Nazioni Unite per l'infanzia Unicef stima tra i 15.000 a 16.000 bambini che potrebbero essere stati utilizzati dalle forze armate nel conflitto. HRW ha intervistato almeno 101 bambini soldato, molti dei quali hanno raccontato storie terrificanti. Prima sottratti alle loro famiglie con minacce e poi gettati in scontri a fuoco e costretti a vivere con poco cibo.

In una dichiarazione l'Unicef ha detto che di recente sono stati compiuti alcuni progressi per assicurare rilascio di bambini soldato nel paese. Almeno 1.750 bambini soldato sono stati recentemente rilasciati e riuniti alle loro famiglie.

Lo Unity State è stato al centro dei combattimenti negli scorsi mesi con molti testimoni che raccontano storie orribili di membri di entrambe le forze militari che hanno saccheggiato villaggi, uccidendo persone, distruggendo case, rubando bestiame e colture.

La lotta armata continua nel paese nonostante un accordo di pace che è stato firmato nel mese di agosto tra il presidente Salva Kiir e Riek Machar, il capo dei ribelli. La guerra civile è iniziata nel dicembre 2013 dopo che Kiir ha accusato Machar, allora il suo vice, di aver pianificato un colpo di stato. Da allora sono morte migliaia di persone e il conflitto ha generato più di due milioni di sfollati, e altri 2,4 milioni sono a rischio fame.

A due anni dallo scoppio della guerra civile, la pace in Sud Sudan resta ancora un miraggio. I tentativi di riconciliazione sono continuamente ostacolati da una coalizione di governo sempre più scossa da tensioni interne. La speranza non può che venire dal basso, ma va restaurato il clima di fiducia tra le persone.


Nigeria, si aggrava la situazione. Tensione fra esercito e minoranze sciite

Almeno trenta morti nel nord del Paese dopo l’arresto di Sheikh Ibrahim Zakzaky, capo della comunità sciita nigeriana. Non solo carneficine di cristiani e non solo Boko Haram.

Almeno sei città nel nord della Nigeria (Kano, Kaduna, Katsina, Sokoto, Zamfara e Baushi) sono state testimoni di nuove tensioni in un Paese già estremamente vessato da violenze settarie e dal terrorismo islamista del gruppo Boko Haram. Le comunità sciite di quest’area sono scese in strada lunedì 15 dicembre per invocare la liberazione del loro leader e protestare contro quello che hanno definito un "massacro" da parte delle forze di polizia contro cittadini nigeriani sciiti.

Il massacro di civili sarebbe avvenuto nello scorso week-end a Zaria, quando il capo del Movimento Islamico Nigeriano (IMN), Sheikh Ibrahim Zakzaky, è stato gravemente ferito in un assalto delle forze governative che lo hanno arrestato. L'esercito regolare nigeriano avrebbe poi assaltato anche diversi centri di preghiera sciiti.

Si tratta di un raid che la minoranza sciita ha definito una carneficina, fornendo un bilancio di circa 300 vittime (ma stime del governo parlano di una ventina di morti) e che ha scatenato la reazione dell’Iran, la cui leadership è sempre stata in stretto contatto con il capo della comunità sciita della Nigeria.

A finire sotto accusa è stato l’esercito, che ha giustificato l’attacco asserendo che si è trattata di una reazione al tentato omicidio del suo comandante Tukur Buratai. Il convoglio nel quale nei giorni scorsi viaggiava l’ufficiale militare sarebbe stato oggetto di un attacco a colpi di pietre da parte di membri dell’IMN.

Manifestazione di donne mussulmane sciite a Kaduna
I membri del movimento di Zakzaky hanno invece smentito l’accaduto sostenendo che l’operazione delle forze nigeriane fosse stata già pianificata in anticipo, come dimostrerebbe il fatto che i raid si sono registrati in diverse località simultaneamente. Non solo da attivisti locali è giunta la condanna alla risposta estremamente violenta delle autorità nigeriane, anche il vice ministro iraniano degli Affari Arabi e Africani, Hossein Amir-Abdollahian, ha dichiarato che, nonostante le relazioni positive tra Iran e Nigeria, Teheran ritiene direttamente responsabile dell’incidente il governo nigeriano.

Non si tratta della prima volta che le forze nigeriane prendono di mira la comunità sciita in Nigeria, viste le tensioni esistenti tra le forze di governo e i militanti dell’IMN, i quali auspicano l’instaurazione di una Repubblica islamica in Nigeria sul modello iraniano. Lo stesso Zakzaky, che attualmente risulta sotto custodia della polizia nigeriana insieme alla moglie Zeenat Ibrahim, è già stato più volte in carcere in passato. Tre dei suoi figli, inoltre, sono morti in scontri armati tra forze dell’ordine e fedeli sciiti nel 2014, mentre un quarto figlio, Sayyid Ibrahim, sarebbe morto negli scontri dei giorni scorsi.

Un appello del Sultano di Sokoto, la massima autorità religiosa musulmana in Nigeria, ha esortato le autorità nigeriane a non lasciar degenerare tali tensioni, mettendo in guardia il governo del rischio di dar vita così a un "nuovo Boko Haram sciita". Alhaji Muhammad Saad Abubakar ha infatti puntato il dito sugli "errori commessi in passato dal governo nigeriano, che hanno originato un’insurrezione dalle conseguenze drammatiche"

Sheikh Ibrahim Zakzaky
Lo sciismo in Nigeria. La comunità sciita in Nigeria è estremamente minoritaria rispetto alla popolazione musulmana sunnita (a cui appartengono anche gli estremisti jihadisti di Boko Haram) . Sebbene non esistano stime ufficiali, si parla del 5% sugli oltre 60 milioni di musulmani. Ciononostante, nelle aree settentrionali del Paese, dove la comunità sciita è più radicata (Kano e Kaduna in particolare), dirige in totale autonomia scuole e ospedali.

Il culto sciita si diffonde in Nigeria negli anni Ottanta sotto la guida spirituale di Sheikh Ibrahim Zakzaky, che aveva coltivato un personale legame con l’Ayatollah Khomeini a Parigi prima della Rivoluzione islamica in Iran. Da allora sono rimasti molto forti i legami culturali tra la comunità sciita nigeriana e Teheran.

Il gruppo di Zakzaky è finito nel mirino del gruppo islamista nigeriano Boko Haram dopo la sua affiliazione allo Stato Islamico che, in Nigeria come in altre parti del Medio Oriente e dell’Africa, condanna i musulmani sciiti come eretici da sterminare.

Tensione tra Nigeria e Camerun. Un episodio gravissimo nascosto ai media internazionali per più di una settimana. 150 persone sarebbero rimaste uccise dopo che l'esercito del Camerun ha sconfinato in territorio nigeriano assaltando e distruggendo i villaggi lungo il confine. Per il responsabile Onu nella regione si è trattato di "una vera e propria carneficina che ha aggravato il disastro umanitario".

Alcuni sopravvissuti nigeriani raccontano che soldati del Camerun hanno attraversato il confine con la Nigeria, assalito e bruciato villaggi, e ucciso almeno 150 civili inermi. Coloro che sono riusciti a scappare dal massacro hanno impiegato giorni di cammino nella foresta prima di arrivare in un centro per rifugiati di Fufore.

Il governo di Yaoundè ha negato tutto. "I nostri soldati sono molto ben addestrati e rispettano i diritti umani". La tensione tra i due Paesi sta effettivamente crescendo a causa delle continue stragi perpetrate dagli integralisti islamici nigeriani Boko Haram anche in Camerun.

Al centro di Fufore sono arrivati almeno 643 rifugiati. Provengono dai villaggi nigeriani situati tra Gamboru e Banki, una striscia di circa 150 chilometri lungo il confine con il Camerun. Al momento non è ancora chiaro chi abbia effettivamente attaccato queste centinaia di civili inermi massacrandoli a decine né perché, ma secondo il responsabile dell'Onu per la regione si tratta di "un vero e proprio disastro umanitario".

Come se non bastasse Boko Haram la scorsa settimana il ministro del Petrolio della Nigeria aveva parlato di una importante scoperta di petrolio nel bacino del lago Ciad che rischia di alimentare conflitti di confine tra Nigeria, Ciad, Camerun e Niger.

Ancora "Bambine Kamikaze". Tensioni continue alimentate anche dai continui attentati di Boko Haram. Almeno sei persone sono rimaste uccise ieri a Maiduguri, nel nord-est della Nigeria, dopo che ben cinque "bambine kamikaze" si sono fatte esplodere nei pressi di un posto di controllo. Le donne, tutte giovanissime, si sono avvicinate in gruppo a una pattuglia di vigilantes civili impegnati nel sostegno alle forze armate nelle operazioni di contrasto al gruppo jihadista Boko Haram.

"Due delle ragazze si sono fatte esplodere immediatamente, le altre sono fuggite, ma si sono fatte esplodere dopo essere state fermate dalle forze di sicurezza". L'attacco, l'ultimo di una lunga serie nei quali Boko Haram ha utilizzato bambine kamikaze.
(Maris)


lunedì 14 dicembre 2015

Burundi, non si placano le violenze. Giustiziate 21 persone, rischio Guerra Civile

I disordini hanno avuto inizio ad aprile quando il presidente Nkurunziza ha annunciato piani per un terzo mandato nonostante sia vietato dalla costituzione del Paese, e ciò ha scatenato le proteste dell'opposizione.

A Bujumbura scorre il sangue per le strade. La capitale del Burundi è teatro di scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. I manifestanti sono persino arrivati ad adottare tecniche da kamikaze: a novembre un giovane, si è fatto saltare in aria nella zona nord della città, uccidendo circa 20 persone, la maggior parte dei quali erano poliziotti

Venerdì scorso attacchi mortali in tre basi militari e nel fine settimana la polizia che ha sparato contro i manifestanti nella capitale Bujumbura provocando un centinaio di morti. L'Onu sollecita dialogo e considera "possibili misure addizionali" per scongiurare ulteriore spargimento di sangue.

Sono almeno 21 i corpi trovati nel quartiere di Nyakabiga, nella capitale del Burundi. Uccisi con un colpo alla testa, e le mani legate dietro la schiena. La strage non sembra però legata agli attacchi mortali di ieri in tre basi dell'esercito, in modo coordinato, sia nella capitale Bujumbura che nella base di Mujejuru, a circa 40 chilometri di distanza. Nyakabiga, dove sono stati trovati i cadaveri, non è tra i quartieri dove si trovano presidi militari, anche se alcuni residenti della zona hanno accusato la polizia di aver eseguito rastrellamenti casa per casa all'interno del quartiere.

Il portavoce della polizia, Pierre Nkurikiye, ha fatto sapere che durante gli scontri ci sono state "vittime collaterali. La situazione ora sta degenerando, al punto che le autorità di governo sono state costrette a lanciare un ultimatum agli oppositori, in cambio di un'amnistia.

La decisione del presidente Nkurunziza di ripresentarsi per un terzo mandato nelle elezioni di luglio 2016 ha riaperto una profonda crisi politica nel paese. Da aprile almeno 240 persone sono morte e, secondo l'Onu, sono 215.000 le persone fuggite dal Burundi e che si sono rifugiate nei paesi confinanti.

Rischio genocidio. Ormai nel Paese il rischio genocidio è concreto, poiché fatti come quello avvenuto nella capitale si ripetono da mesi, anche se gli scontri dei giorni scorsi sono i più gravi che si siano mai registrati. La situazione è talmente grave da costringere l’Onu a valutare l’invio dei caschi blu, che sono già di stanza nella Repubblica Democratica del Congo. Non solo, Ban Ki-moon ha dichiarato qualche giorno fa che il Burundi è sull'orlo di una guerra con "effetti potenzialmente disastrosi su una delle regioni più fragili del continente"

Il Burundi ha conosciuto una sanguinosa guerra civile da il 1993 al 2006 che ha visto scontrarsi le due principali etnie del paese, hutu e tutsi, le stesse etnie che nel 1994 provocarono il sanguinoso genocidio nel vicino Rwanda.

L'attuale presidente, Pierre Nkurunziza, fu eletto proprio nel 2006 dopo gli accordi di Pace che posero fino alla guerra civile e l'approvazione della nuova costituzione. In questi anni è stato coinvolto in molti scandali, sempre insabbiati, e ha avuto spesso atteggiamenti oppressivi verso la popolazione.

Via gli stranieri. A novembre il governo belga, ex potenza coloniale, oggi è accusato dal partito al potere di "armare" l’opposizione con l’intento di "riconquistare" il Paese. Sia Belgio che Unione Europea hanno già invitato tutti i loro cittadini presenti in Burundi a rientrare con la massima urgenza. Già evacuate le rappresentanze diplomatiche dal personale non indispensabile.

Anche il Dipartimento di Stato Usa ha chiesto ai connazionali di abbandonare il Paese. È lecito immaginare prossimamente un'intervento massiccio dell'esercito per ristabilire l'ordine in uno dei paesi più piccoli dell'Africa con consegue non prevedibili.
(fonte "la Repubblica")

sabato 12 dicembre 2015

COP21 Conferenza sul Clima di Parigi. Storica intesa

L’intesa presentata dal ministro degli Esteri francese Fabius: "Limitare riscaldamento ben sotto i 2 gradi entro il 2020". Confermato il fondo da 100 miliardi di dollari per i paesi in via di sviluppo e meccanismi periodici di controllo sul raggiungimento degli obiettivi. "È l'occasione di cambiare la storia".

Via libera a Parigi allo storico accordo sul clima. I delegati dei 195 Paesi presenti alla conferenza si sono impegnati contro il surriscaldamento del pianeta. L’ accordo prevede un piano quinquennale per tutti i Paesi per limitare il surriscaldamento globale. L’intesa limita il riscaldamento a un livello "ben al di sotto dei 2° entro il 2020, forse fino agli 1,5°".

E poi piani nazionali per il taglio dei gas serra saranno sottoposti a revisione ogni 5 anni. Confermato il fondo da 100 miliardi di dollari per i Paesi in via di sviluppo che però da qui al 2020 sarà un punto di partenza, un nuovo obbiettivo con un altra cifra dovrà essere stabilito nel 2025. "Nessuno di noi agendo da solo può raggiungere il successo, il successo è portato da tutte le nostre mani riunite".

Accordo al servizio della pace. "Questo accordo è necessario per il mondo intero e per ciascuno dei nostri paesi. Aiuterà gli stati insulari a tutelarsi davanti all'avanzare dei mari che minacciano le loro coste; darà mezzi finanziari all'Africa, sosterrà l’America Latina nella protezione delle sue foreste e appoggerà i produttori di petrolio nella diversificazione della loro produzione energetica. Questo accordo sarà al servizio delle grandi cause: sicurezza alimentare, lotta alla povertà, diritti essenziali e alla fine dei conti, la pace"

Da Parigi messaggio di vita. "Siamo davanti a un testo storico" ha confermato il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. A parlare anche il presidente francese François Hollande: "Avete l’occasione di cambiare il mondo, coglietela. Siamo al momento decisivo, all'ultimo passo, tutti gli sforzi devono trovare la loro conclusione con un accordo universale, vincolante e diversificato. È un testo che vale per un secolo. L’accordo è ora, il 12 dicembre 2015 che sarà una data storica per l’umanità perché sarà il primo accordo universale di storia negoziati in termini climatici"

Gli ambientalisti solo parzialmente soddisfatti. Il testo della bozza finale dell’accordo dovrà poi passare al vaglio dell’assemblea plenaria dei 195 Paesi riuniti e poi dovrà essere ratificata dai parlamenti di almeno 50 Paesi firmatari entro la prossima primavera.
(fonte Corriere della Sera)

mercoledì 9 dicembre 2015

In Tanzania è stato eletto un presidente vicino alla gente. Forse l'Africa ha trovato un altro "Che Guevara"

"La Tanzania ha eletto il suo presidente. Ha già fatto capire di che pasta è fatto.
  • Ha donato parte del suo stipendio per curare alcuni malati che erano ricoverati nelle corsie dell'ospedale maggiore.
  • Erano stati stanziati 250 milioni di scellini (pari a circa centodiecimila euro) per la festa in onore della sua elezione. Ha detto che un decimo di quella cifra era sufficiente e con gli altri bisogna comprare i letti per il principale ospedale dello stato.
  • Ha annullato tutti i viaggi all'estero dei dipendenti governativi. Solo lui può autorizzare questi viaggi.
  • Ha annullato tutti i convegni o riunioni per motivi politici, nei grandi alberghi. Si devono utilizzare le aule comunali
  • Ha confermato che la scuola sarà gratis e ha vietato a tutti i presidi di ricevere soldi per le rette scolastiche.
È un grande, forse l'Africa ha trovato un altro Sankara, o un altro Che Guevara. Si chiama John Magufuli"

John Magufuli, neo Presidente della Tanzania
John Magufuli, è presidente della Tanzania da inizio novembre, ha già cominciato ad adottare una lunga serie di misure di austerità che dovrebbero contribuire a migliorare la situazione dell’economia nazionale. In particolare Magufuli ha imposto alcune regole ai funzionari del suo governo per ridurre le spese da loro sostenute con i soldi pubblici, una questione su cui l’opinione pubblica della Tanzania si lamentava da tempo.

Negli ultimi giorni su Twitter ha cominciato a diffondersi l’hashtag #WhatWouldMagufuliDo (che cosa farebbe Magufuli”), con cui molte persone hanno cominciato a chiedersi scherzosamente cosa farebbe il presidente della Tanzania per risparmiare i soldi, in situazioni molto diverse tra loro.

Pochi giorni dopo essersi insediato, Magufuli ha vietato tutti i viaggi all'estero dei funzionari del suo governo, che saranno invece costretti a passare più tempo nelle aree rurali della Tanzania, dove si concentrano molti dei problemi del paese. Magufuli ha detto che per svolgere incarichi all'estero ci sono già i diplomatici e che saranno concessi permessi speciali in certe circostanze, e solo dal presidente e dal primo segretario.

Ha ordinato che i costi da sostenere per l’inaugurazione del nuovo Parlamento non superino i 7mila dollari, una cifra decisamente più bassa dei 100mila dollari previsti in precedenza. E ha anche licenziato in tronco il capo del principale ospedale statale dopo che ha trovato un paziente che dormiva sul pavimento durante una visita a sorpresa nella struttura.

Magufuli ha vietato ai funzionari del suo governo di riunirsi fuori dall'ufficio, nei casi in cui questi incontri si possano tenere in "conference call", e di usare i soldi pubblici per mandare i tradizionali biglietti di auguri di Natale e dell’anno nuovo: "Chiunque voglia stampare quei biglietti di auguri dovrebbe farlo con i suoi soldi personali".

Magufuli ha anche cancellato le celebrazioni del giorno dell’indipendenza, il 9 dicembre. Ha detto che sarebbe stato “vergognoso” spendere grosse somme di denaro per le celebrazioni quando “il nostro popolo sta morendo di colera” (negli ultimi tre mesi in Tanzania sono morte di colera circa 60 persone) e ha chiesto a tutti i cittadini di usare quel giorno per pulire le zone in cui vivono e i loro posti di lavoro.

Il portavoce del presidente, Gerson Msigwa, non ha specificato quanti soldi siano stati risparmiati cancellando le celebrazioni del giorno dell’indipendenza, ma ha detto che quei soldi verranno spesi per potenziare gli ospedali che curano i malati di colera.

Magufuli è stato eletto presidente della Tanzania il 25 ottobre, ottenendo il 58 per cento dei voti candidandosi con il CCM (Chama Cha Mapinduzi), un partito politico di centrosinistra, e superando il suo sfidante Edward Lowassa, candidato di centrodestra. Magufuli, 56 anni, aveva ricoperto in passato anche il ruolo di ministro con cui si era già fatto conoscere per alcune politiche anti-corruzione che erano sembrate piuttosto efficaci.

Le politiche adottate in queste prime settimane di governo potrebbero non essere solo una mossa politica per guadagnare consensi. Ci sono diversi documenti che mostrano come il governo abbia grossi problemi di deficit nel budget statale. Il tempo chiarirà chi è per davvero John Magufuli.



venerdì 4 dicembre 2015

Camerun, l'esercito libera 900 ostaggi di Boko Haram e uccide 100 miliziani

Donne e bambini liberati dalla prigionia di Boko Haram
L'esercito camerunese ha ucciso un centinaio di miliziani del gruppo estremista islamico nigeriano Boko Haram e liberato 900 ostaggi. È il bilancio di un'offensiva contro il gruppo jihadista condotta nel nord del Paese, al confine con la Nigeria. Lo ha annunciato il ministro della difesa Joseph Beti Assomo.

Nell'operazione speciale durata tre giorni, dal 26 al 28 novembre, sono state anche sequestrate numerose armi e munizioni. Il governo camerunese però non ha fornito ulteriori informazioni sugli ostaggi liberati, con ogni probabilità donne e bambini rapiti nei mesi scorsi tra Nigeria e Camerun. Non si sa se tra gli ostaggi liberati ci siano alcune delle 219 studentesse rapite lo scorso anno a Chibok.

Un'operazione militare che si è svolta in un'imprecisata località lungo il confine con la Nigeria e che ha visto coinvolto anche l'esercito nigeriano che dall'altra parte del confine ha impedito ai miliziani di Boko Haram di ritornare indietro.

Ma intanto Boko Haram, nonostante le pesanti sconfitte militari, continua ad obbligare bambini e bambine a diventare "kamikaze". Anche ieri due bambine si sono fatte esplodere nel Parco Nazionale di Waza, in Camerun, provocando 6 vittime. Un terzo baby kamikaze è stato ucciso in Nigeria, nei pressi di Maiduguri, prima che facesse esplodere la sua bomba.

Ora Boko Haram addestra bambini scolari da far esplodere nelle scuole. La notizia che il gruppo terroristico addestra anche bambini come kamikaze in apposite scuole, la scoperta è stata fatta in Nigeria dalla divisione di sicurezza di Maiduguri, nello stato del Borno che ha arrestato Usman Modu Tella, un bambino di soli 11 anni. La notizia è stata divulgata in un comunicato stampa dell'esercito che spiega che altri tre bambini avrebbero portato invece a termine la loro missione in altri parti dello stato nigeriano. Si tratterebbe di ostaggi obbligati all'addestramento e poi costretti a farsi esplodere durante le lezioni scolastiche.
(Maris)

Burkina Faso, chi è Kaborè il presidente eletto nelle prime elezioni democratiche del paese

Roch Marc Christian Kaboré
neo-presidente del Burkina Faso
Dal 29 novembre Roch Marc Christian Kaboré è il nuovo presidente del Burkina Faso, il primo eletto democraticamente in tutta la storia del Paese, e già questo è un evento straordinario, ma è anche un'ex-delfino del deposto dittatore Blaise Campaoré, di cui fu anche "primo ministro" (1994-1996) in uno dei suoi governi.

Va dato atto al nuovo "presidente" la furbizia (o l'opportunità politica) di abbandonare Campaoré pochi mesi prima della sua deposizione, e anzi di averne facilitato la caduta.

Grave, gravissimo l'errore delle opposizioni che non hanno saputo compattarsi intorno ai principi libertari, di uguaglianza e di equità sociale di Thomas Sankara che la stessa moglie dell'ex leader burkinabè, Mariam Sankara, aveva auspicato. Ed infatti a queste elezioni presidenziali erano presenti ben 17 candidati che hanno favorito la "polverizzazione" del voto delle opposizioni.

Kaboré, candidato del partito Movimento Popolare per il Progresso (MPP), si è aggiudicato la vittoria al primo turno con oltre il 53% dei consensi. Il suo rivale più accreditato alla vigilia, Zéphirin Diabré, candidato dell’Unione Popolare per il Cambiamento (UPC), non è andato oltre il 29%. I risultati per essere ufficiali dovranno adesso essere convalidati dal Consiglio Costituzionale. Ma l’ammissione della sconfitta da parte di Diabré di fatto certifica la vittoria di Kaboré.

I rapporti tra Kaboré e l’ex presidente CompaoréLa vittoria di "Roch", così viene chiamato dai suoi elettori Kaboré, assume un valore importante alla luce dell’alta affluenza registrata alle urne pari a circa il 60% dei 5,5 milioni di elettori del Burkina Faso. Inoltre, secondo gli osservatori non vi sarebbero stati né brogli né incidenti gravi.

L’affermazione di Kaboré rappresenta un momento cruciale per il futuro del Burkina Faso. È infatti la prima volta nella storia del Burkina Faso, dall'indipendenza dalla Francia nel 1960, che chi ottiene il potere lo ha fatto attraverso elezioni democratiche e non tramite un golpe militare.

Non è però senza ombre la figura del nuovo presidente del Burkina Faso. Kaboré è infatti stato uno stretto collaboratore di Compaoré ricomprendo il ruolo di presidente dell'Assemblea Nazionale. I rapporti con Compaoré si era poi incrinati con la rottura definitiva all'inizio del 2014. Banchiere, cattolico praticante, durante la sua campagna elettorale ha promesso che varerà nuove misure contro la corruzione, per arginare la disoccupazione giovanile e migliorare l’istruzione e il sistema sanitario.

I suoi detrattori lo accusano invece di essere un opportunista e di essere entrato in contrasto con Compaoré nel momento in cui è iniziato ad apparire chiaro che i decenni al potere dell’ex presidente stavano per terminare.

La difficile transizione del Burkina FasoDopo il colpo di Stato che a fine ottobre del 2014 aveva allontanato dal potere l’ex presidente Blaise Compaoré e rimesso la guida del Paese nelle mani di un governo di transizione capitanato da Michel Kafando e Isaac Zida (rispettivamente presidente e primo ministro).

Il corso politico relativamente pacifico intrapreso dalla "Terra degli Uomini Integri", Burkina Faso nella lingua locale significa proprio questo, è naufragato però il 16 settembre del 2015 con l’arresto di Kafando e Zida da parte dei militari e il rovesciamento delle autorità della transizione burkinabè. Il 17 settembre il Consiglio Nazionale per la Democrazia, organismo composto dalla giunta militare golpista, ha preso il potere nominando alla presidenza il Generale Gilbert Diendéré.

Una settimana dopo il golpe, il 23 settembre Michel Kafando ha recuperato le sue funzioni di presidente della transizione. Dopo serrati negoziati tra i ranghi militari e politici burkinabè, e così la mediazione africana e le pressioni internazionali sono riuscite a prevalere, permettendo al Burkina Faso di avere una transizione almeno "apparentemente" democratica.

Il nostro è un sospetto fondato perché adesso è al potere, seppur con il consenso del popolo, un "camaleonte della politica", un probabile "furbetto". Un politico di lungo corso che tanto fa pensare a quel film italiano "Il Gattopardo". Cambiare tutto perché nulla cambi, speriamo di no, il glorioso popolo del Burkina Faso figlio di quel Thomas Sankara eroe del Paese, non se lo meriterebbe.

E adesso solo Roch Marc Christian Kaboré deve dimostrare se quella del Burkina Faso è vera transizione in senso democratico.
(Maris)